Sintesi 4–1
In Italia l’ictus è la terza causa di morte dopo le malattie
cardiovascolari e le neoplasie, causando il 10%-12% di tutti i decessi per
anno, e rappresenta la principale causa d’invalidità.

Sintesi 4–2
Il tasso di prevalenza di ictus nella popolazione anziana (età 65-84
anni) italiana è del 6,5%, più alto negli uomini (7,4%) rispetto alle
donne (5,9%).

Sintesi 4–3
L’incidenza dell’ictus aumenta progressivamente con l’età raggiungendo
il valore massimo negli ultra ottantacinquenni. Il 75% degli ictus si
riscontra in soggetti di oltre 65 anni.

Sintesi 4–4
L’ictus ischemico rappresenta la forma più frequente di ictus (80%
circa), mentre le emorragie intraparenchimali riguardano il 15%-20% e le
emorragie subaracnoidee circa il 3%.

Sintesi 4–5
L’ictus ischemico colpisce soggetti con età media superiore a 70 anni,
più spesso uomini che donne; quello emorragico intraparenchimale colpisce
soggetti leggermente meno anziani, sempre con lieve prevalenza per il
sesso maschile; l’emorragia subaracnoidea colpisce più spesso soggetti di
sesso femminile, di età media sui 50 anni circa.

Sintesi 4–6
Ogni anno si verificano in Italia (dati estrapolati dalla popolazione
del 2001) circa 196·000 ictus, di cui l’80% sono nuovi episodi (157·000) e
il 20% recidive, che colpiscono soggetti già precedentemente affetti
(39·000).

Sintesi 4–7
Si calcola che l’evoluzione demografica porterà, in Italia, se
l’incidenza rimane costante, ad un aumento dei casi di ictus nel prossimo
futuro.

Sintesi 4–8
Il numero di soggetti che hanno avuto un ictus (dati sulla popolazione
del 2001) e ne sono sopravvissuti, con esiti più o meno invalidanti, è
calcolabile, in Italia, in circa 913·000.

Sintesi 4–9
Nel mondo il numero di decessi per ictus è destinato a raddoppiare
entro il 2020.

Sintesi 4–10
La mortalità acuta (30 giorni) dopo ictus è pari a circa il 20%-25%
mentre quella ad 1 anno ammonta al 30%-40% circa; le emorragie (parenchimali
e sub-aracnoidee) hanno tassi di mortalità precoce più alta (30%-40% circa
dopo la prima settimana; 45%-50% ad 1 mese).
Gli infarti lacunari hanno prognosi migliore, in acuto e ad un anno,
rispetto a quelli non lacunari, sia in termini di mortalità, sia di
disabilità residua, sia di tasso di ricorrenza.

Sintesi 4–11
Ad 1 anno dall’evento acuto, un terzo circa dei soggetti sopravvissuti
ad un ictus – indipendentemente dal fatto che sia ischemico o emorragico –
presenta un grado di disabilità elevato, che li rende totalmente
dipendenti.
