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Le risorse mediche sono limitate ogniqualvolta si configura una situazione a
livello locale o generale in cui i servizi di cura e assistenza sono
quantitativamente inferiori alle necessità massime prevedibili. Potrebbe essere
introdotto anche il problema della qualità del servizio medico offerto, ma ciò esula dal
contesto di questa discussione.
Sostanzialmente, quindi, le risorse mediche sono per definizione sempre limitate.
Tuttavia, questo aspetto assume rilevanza etica notevole nei casi, come laccesso
alle stroke unit e ai servizi di riabilitazione, in cui applicare determinate
procedure mediche si dimostra con evidenza in grado di salvare vite e/o migliorare
significativamente il grado di salvaguardia del benessere del malato.
Questa appendice sintetizza la discussione del gruppo multidisciplinare di bioetica in
merito allaccesso a risorse limitate nel settore specifico di cui si occupano queste
linee guida. I settori particolarmente interessati da questa discussione sono due: i
criteri di accesso alla stroke unit, ed i criteri di accesso alla riabilitazione
post-ictus. Per certi versi, ma in maniera decisamente più limitata, questa discussione
si può applicare anche ai criteri di accesso alle strutture di terapia intensiva dopo
intervento chirurgico.
Quanto segue si riferisce in particolare ai criteri di accesso alla stroke unit
(Capitolo 8).
La scelta dei criteri di priorità nellaccesso a risorse limitate quali quelle
considerate pone un problema bioetico difficile, dando per scontato che non vi è
attualmente, né è pensabile che in tempi brevi si possano rendere disponibili risorse
adeguate per numero, distribuzione sul territorio e capacità di accoglienza. Si pone
quindi, almeno in seno agli ospedali che dispongono o disporranno di tali strutture e
servizi, il problema della selezione dei pazienti. Ciò solleva il problema di fondo se
possa esistere una compatibilità tra le restrizioni derivanti dalle decisioni di
allocazione delle risorse sanitarie e gli obblighi morali degli operatori sanitari oppure
se, in un contesto di razionamento sanitario, gli stessi princìpi delletica medica
non debbano essere modificati.[1] Su
questo problema esistono notevoli differenze di posizione; per una rassegna sintetica
delle posizioni più recenti in merito rinviamo alla seconda edizione della
Encyclopaedia of Bioethics,[2] e
ai lavori di J. Elster sulla giustizia locale.[3]
Uno dei documenti più interessanti e autorevoli in proposito è quello della
American Medical Association(AMA) che, tramite il suo Council on Ethical and
Judicial Affairs, si è espressa nel 1995 sulle implicazioni etiche
dellallocazione delle risorse nel campo del trapianto di organi e di altre risorse
scarse (fra cui laccesso alle unità di terapia intensiva).[4] Per analogia lo stesso approccio può
essere esteso ad altri ambiti nei quali si pone comunque il problema di determinare le
priorità di accesso a risorse scarse e di elevato impatto economico, quali laccesso
alle stroke units ed i programmi di riabilitazione post-ictus. Nel documento
dellAMA si specificano cinque fattori o criteri legati al cosiddetto medical need(traducibile
come necessità mediche [del malato]) che vengono giudicati appropriati quando si deve
procedere allallocazione di risorse scarse. Essi sono:
- la probabilità del beneficio arrecato;
- limpatto del trattamento nel migliorare la qualità di vita;
- la durata del beneficio arrecato al malato;
- lurgenza delle condizioni del paziente;
- limitatamente ad alcuni casi, lammontare delle risorse richieste per la riuscita
del trattamento.
Tali criteri concorrono, secondo lAMA, a massimizzare tre fra gli obiettivi
primari della terapia medica: numero di vite salvate, numero di anni di vita salvati,
miglioramento della qualità della vita.
Analizzando singolarmente i criteri proposti, circa la valutazione della probabilità
di beneficio per il paziente, il documento riconosce lincertezza degli indicatori
prognostici oggi disponibili in gran parte delle situazioni morbose e afferma pertanto che
solo differenze molto grandi nella probabilità di trarre un beneficio dal trattamento
sono eticamente rilevanti. Il testo si sofferma poi su elementi di carattere non medico
che potrebbero influire sulla probabilità di trarre beneficio, ad esempio eventuali
caratteristiche o comportamenti del malato che potrebbero vanificare lo sforzo
assistenziale od incidere direttamente sulla possibilità di risposta al trattamento,
invitando il medico che agisce come "allocatore" delle risorse alla cautela, ma
questo punto assai rilevante in altri ambiti quali lallocazione degli organi
non lo è nel caso della selezione dei candidati allammissione alla stroke
unit. Viene inoltre suggerita dallAMA altrettanta cautela nella valutazione, ai
fini della stima della probabilità di successo del trattamento, di fattori quali la
presenza/assenza di un supporto famigliare o i problemi di comunicazione e di trasporto
del paziente. Questi fattori giocano un ruolo notevole al momento in cui si pone il
problema della scelta dei candidati per la riabilitazione (Capitolo
14).
Circa il miglioramento della qualità di vita il documento dellAMA sottolinea
giustamente limpossibilità di giungere ad una definizione da tutti accettabile, e
soprattutto traducibile in termini operazionali, di questo concetto, notoriamente
sfuggente, che coinvolge la soggettività del malato e che perciò non si presta a
confronti interindividuali; tuttavia suggerisce di utilizzare una definizione, certo
riduttiva, ma che si presta sia a valutazioni oggettive, sia a confronti interindividuali:
una definizione basata sullo stato funzionale.[5]
In considerazione della grossolanità di questa scelta, che non lascia spazio alle
preferenze individuali, lAMA propone di considerare eticamente rilevanti solo
differenze molto significative dello stato funzionale (o, per dir meglio, differenze molto
significative del miglioramento dello stato funzionale indotto dal trattamento [rispetto
al non-trattamento]) e solo dopo aver escluso che il mancato trattamento esponga il malato
ad un esito estremamente negativo (quale la morte o lo stato vegetativo permanente).
Circa la durata del beneficio ottenuto col trattamento, dato che questa durata è in
molti casi in rapporto con laspettativa di vita del paziente, un primo problema di
ordine empirico nasce dallincertezza della valutazione di questa aspettativa; questo
tipo di valutazione infatti incontra molte difficoltà sia quando si tratta di gruppi di
pazienti, sia ancor più a livello individuale. Lesplicito richiamo dellAMA
alla inappropriatezza delluso di statistiche generali per stimare laspettativa
individuale accoglie anche la critica fondamentale sollevata da numerosi statistici ed
epidemiologi in relazione allutilizzo improprio dei risultati delle statistiche di
popolazione per predire lesito di casi singoli. Un secondo problema, più
propriamente etico, riguarda il rischio di discriminazione verso le fasce anziane della
popolazione. Malgrado ciò il criterio di durata del beneficio, quando le differenze fra
pazienti sono sostanziali, mantiene una forte rilevanza morale.
Non è applicabile in questo contesto il principio considerato dallAMA
dellurgenza della condizione clinica che, in caso di ictus in atto, può essere
considerata in prima istanza come confrontabile in tutti i casi.
Circa lentità dei costi richiesti per la riuscita dellintervento medico,
lAMA non esclude a priori che tale criterio possa essere applicato, a parità degli
altri requisiti, privilegiando così più pazienti che necessitano di una quantità minore
di risorse, invece che uno solo con esigenze economiche maggiori. LAMA mette però
in guardia contro la pratica di non trattare un paziente attuale per risparmiare
risorse che potrebbero essere utili a un paziente che potrebbe presentarsi in un prossimo
futuro.
Una volta presentati i criteri di scelta eticamente accettabili, il documento
dellAMA passa in rassegna una serie di criteri che, benché siano spesso utilizzati
negli algoritmi per la valutazione dellaccesso a risorse intrinsecamente scarse,
ritiene eticamente inappropriati:
- la solvibilità del paziente (oggi scarsamente rilevante nella realtà italiana, ma
probabilmente di maggiore peso nel prossimo futuro);
- il contributo (passato) del malato alla vita sociale;
- gli ostacoli accertati al trattamento (patologie concomitanti, problemi di trasporto, di
lingua, etc.);
- i trascorsi stili di vita del paziente che abbiano contribuito o determinato lo stato
patologico attuale (alimentazione disordinata, alcolismo, fumo, etc.; le ragioni che
definiscono questo criterio come inappropriato sono state discusse in dettaglio in
relazione ai comportamenti obiettivamente a rischio nel capitolo 7.1.1 relativo ai fattori di
rischio modificabili.);
- il passato utilizzo di preziose risorse sanitarie da parte del paziente per cui, a
parità di criteri medici, si privilegerebbe il paziente che non aveva avuto bisogno in
precedenza di ricorrere a quelle risorse.
Il documento prosegue suggerendo una procedura pratica da seguire per applicare i
criteri allocativi. Dato che ciascuno dei criteri enunciati contribuisce agli scopi
generali di una giusta allocazione, cioè quelli di massimizzare il numero, la durata e
la qualità delle vite salvate, non è possibile stabilire una gerarchia fra i criteri
proposti, con due sole eccezioni: il criterio del beneficio atteso passa in secondo piano
rispetto ad altri (qualità della vita e durata del beneficio) solo quando si tratti di
evitare un esito estremamente grave (p.e. stato vegetativo) oppure un beneficio
estremamente breve. Per procedere nelle loro scelta, gli allocatori dovranno stabilire una
gerarchia fra gli scopi stessi di una giusta allocazione. In considerazione delleguale
valore intrinseco di tutte le vite, lo scopo di massimizzare il numero di vite salvate
sarà privilegiato, almeno in linea generale.
Una volta valutati i pazienti secondo i criteri eticamente appropriati e tenendo conto
della gerarchia fra gli scopi, resterà sempre una zona grigia: mentre alcuni pazienti
entreranno facilmente nel gruppo di candidati e un altro gruppo fra gli esclusi, resterà
un gruppo di incerta collocazione. Per questo gruppo vengono suggeriti diversi approcci,
quali il criterio del first-come first-served, oppure quello della soglia minima
per il trattamento o ancora quello di una formula quantitativa opportunamente pesata per i
cinque criteri.
È chiaro che questa discussione, pur se estremamente interessante, riguarda
soprattutto situazioni diverse da quella che ora trattiamo: il documento dellAMA ha
presente soprattutto il problema dellallocazione degli organi. Di grande interesse
sono comunque le linee guida cui lAMA perviene nel suo documento, già esposte nel
capitolo 8.7.1 e sintetizzate al
termine di questa appendice.
Gli estensori di queste linee guida esprimono apprezzamento per il documento
dellAMA nel suo insieme, ma con alcune riserve.
Un primo gruppo considera il documento molto equilibrato e utile come base per
lelaborazione di una policy concernente il nostro argomento. Rileva comunque
che il documento ha un taglio essenzialmente medico e che evita di affrontare direttamente
la difficile problematica della giustizia distributiva, come forse avrebbe fatto un
comitato comprendente filosofi e studiosi di bioetica.
Alcuni criteri qualificati come "medici" in realtà non sono tali, o per lo
meno non lo sono completamente. Ciò è ovvio a proposito del criterio relativo
allammontare delle risorse richieste dal trattamento, ma vale anche per altri, come
la durata del beneficio atteso. Infatti questa è molto spesso in rapporto con
laspettativa di vita del paziente, cosicché un intervento eseguito su un giovane ha
tendenzialmente una durata di beneficio molto maggiore che su un anziano. Si tratta
perciò di un criterio basato sullo status biofisico dellindividuo e non di
un criterio propriamente medico. È vero che il documento dellAMA riconosce questo
fatto e mette in guardia contro la discriminazione nei riguardi degli anziani, ma non è
ben chiaro come questa possa essere evitata. Più in generale, questo gruppo ritiene che,
in materia di allocazione di risorse scarse, sia inevitabile ricorrere a criteri non
strettamente medici e che sia anzi opportuno esplicitarlo, purché sia escluso il ricorso
a criteri inappropriati e siano previste garanzie contro possibili effetti perversi del
criteri prescelti (come il documento fa in più punti, ad esempio subordinando la scopo di
massimizzazione delle vite salvate a quello di evitare sopravvivenze con gravissimi
esiti).
Un secondo gruppo considera apprezzabile e condivide la decisa presa di
posizione dellAMA contro lutilizzo di criteri meramente economicistici (quelli
prima definiti "inappropriati") ai fini delle scelte allocative, così come la
priorità conferita ai "criteri medici", ma manifesta il suo dissenso riguardo
alla trattazione del criterio del miglioramento della qualità della vita e a quello
relativo allammontare delle risorse richieste dal paziente. Ritiene che questi due
parametri siano elettivamente "non medici".
In particolare circa il primo criterio questo gruppo sostiene che limpatto del
trattamento sulla qualità di vita non è un criterio medico e che non esiste alcuna
dimostrazione obiettiva e convincente che uno qualunque dei molti metodi utilizzati per
valutare la qualità di vita abbia un riscontro reale per i malati considerati, non avendo
criteri obiettivi di valutazione diretta ed essendo comunque discutibili i criteri
indiretti. Sul secondo criterio il gruppo invita alla massima cautela dato il facile
scivolamento verso soluzioni che si risolvono spesso in indebiti "tagli", a
spese del malato. Non è la necessità delle risorse, infatti, a dover condizionare
a
priori lapproccio al malato, ma la corretta applicazione del principio
terapeutico. Infatti, la eticità di una requisizione di risorse per uso terapeutico non
va calibrata sulla convenzione sociale o sullutilitarismo pubblico, bensì sul
riferimento valoriale preminente che è la persona.
Entrambi i gruppi, nonostante questi appunti, ritengono il documento
dellAMA unutile base per il proprio lavoro in riferimento alla prevenzione,
soprattutto secondaria, dellictus.
Se tentiamo ora di applicare al caso dellaccesso di malati con ictus a risorse
limitate (stroke unit e terapia riabilitativa) le riflessioni che precedono, è
necessario fare anzitutto alcune premesse:
- una delle specificità della condizione morbosa di cui ci occupiamo, cioè lictus
cerebrale, è che essa comporta sia unelevata mortalità che un altissimo tasso di
disabilità residua. Uno dei rischi teorici di un approccio intensivo alla terapia
dellictus è quello di diminuire la mortalità degli ictus devastanti (per esempio i
cosiddetti TACI o infarti totali del circolo anteriore) a prezzo però di aumentare il
numero dei sopravviventi con esiti gravissimi;
- la maggior parte degli studi clinici eseguiti negli ultimi quindici anni sulle nuove
terapie per lictus (come la trombolisi con alteplase[6] e leffetto delle stroke unit[7]) assumono come endpoint principale
la combinazione mortalità+disabilità a tre e a sei mesi. Certamente ragioni di tipo
statistico hanno influito nella scelta di questo endpoint combinato, ma non
cè dubbio che alla base di questa scelta cè stata anche una valutazione di
ordine etico, cioè il considerare impropria la scelta dellendpoint
mortalità isolata: vi è un ampio (ma implicito) consenso fra gli studiosi sul
considerare negativamente una terapia che si dimostrasse efficace solo sulla mortalità,
senza diminuire, o peggio aumentando, la disabilità dei sopravviventi. Questo giudizio di
valore non appare quasi mai esplicitamente nei lavori citati;
- la situazione acuta dellictus cerebrale mal si presta alla pratica del consenso
informato, per lo meno in una parte dei casi, anche se i più recenti fra i lavori su menzionati
riferiscono che tale consenso è stato chiesto ed ottenuto (dal malato o da un suo
rappresentante). Curiosamente, mancano o sono molto carenti informazioni sulle preferenze
dei potenziali malati (sia appartenenti alla popolazione generale che ai gruppi
particolarmente a rischio) rispetto allesito; si ignora quale sia, per lo meno in
media, il trade-off mortalità/disabilità che le persone siano disposte ad
accettare, per quanto si deve avanzare una forte cautela su un indice valutato in soggetti
non esposti alla condizione considerata, in quelli recentemente esposti e in quelli che
già siano riusciti a raggiungere uno stato di "convivenza" con la patologia.
Un lavoro in questo senso è stato recentemente condotto nel nostro paese,
per iniziativa del Gruppo di studio “Bioetica e Neurologia” della SIN,[8]
con risultati simili ma non uguali a quelli già riportati in letteratura.[9]
Inutile dire che queste informazioni non potrebbero comunque influire sull’arruolamento
di singoli pazienti in uno studio, cioè non potrebbero mai sostituire il
consenso informato. Esse invece potrebbero influire sul disegno di studi
clinici futuri.
Ciò detto, veniamo ora a trattare dei possibili criteri di una giusta selezione dei
pazienti per laccesso alla stroke unit. Il criterio più importante, fra
quelli proposti dallAMA, ci sembra essere la probabilità di arrecare un
beneficio al malato. In considerazione di quanto è noto dagli studi
prognostici, la cattiva prognosi - sia quanto a mortalità che a disabilità -
dei pazienti con sindromi totali del circolo anteriore farebbe pensare che un
intervento dedicato e intensivo possa avere un margine di beneficio abbastanza
modesto, anche se non quantificabile. Viceversa la buona prognosi degli ictus
lacunari potrebbe farli escludere, almeno in linea di massima, dai candidati, in
quanto comunque destinati ad una buona evoluzione anche senza il ricovero in stroke
unit. In realtà negli ictus lacunari la prognosi è buona circa la
sopravvivenza, non riguardo alla disabilità e quindi l'esclusione degli ictus
lacunari con emiplegia non sarebbe giustificata.[10]
Probabilmente i migliori candidati sarebbero i (numerosi) pazienti con sindromi
parziali del circolo anteriore o con sindromi del circolo posteriore e di
gravità media, che hanno una prognosi intermedia e in cui un intervento
dedicato potrebbe forse arrecare il massimo beneficio.
Fra gli altri criteri individuati dallAMA, il criterio dellurgenza
ovviamente non sembra rilevante, essendo lictus sempre e comunque situazione
durgenza. Non sembrano rilevanti il criterio di qualità della vita, che in questo
caso è ricompreso in quello di beneficio (=minore disabilità residua) né quello della
quantità delle risorse consumate (per chi accetta questo criterio), in quanto per lo meno
allo stato attuale il ricovero nella stroke unit non comporta costi esorbitanti.
Per quanto riguarda in particolare laccesso alla stroke unit, sembra al
gruppo che una policy di ammissione riservata, almeno in questa fase, ai pazienti
affetti da ictus parziali del circolo anteriore o del circolo posteriore e da
ictus lacunari con emiplegia, vale a dire ai
soggetti di gravità media e medio-elevata. La giustificazione etica di questa scelta è
che, pur mancando solide evidenze empiriche in questo senso, si ha ragione di ritenere che
il potenziale di miglioramento derivante ai malati dal trattamento nella stroke unit
sia maggiore in questi casi che negli altri.
Per
quanto riguarda la comorbosità (cioè la compresenza nel malato colpito da
ictus di problemi internistici "attivi"), sembra al gruppo che siano eticamente
giustificati comportamenti più o meno restrittivi, secondo le competenze specialistiche
di chi è responsabile dellunità, e secondo la facilità o meno di ottenere le
opportune consulenze di altri specialisti. In pratica, può non essere ingiustificato, per
lo meno in questa fase di avvio, che le stroke unit gestite da neurologi tendano ad
escludere pazienti con problemi internistici "attivi", mentre questo
comportamento non sarebbe ammissibile nel caso di unità gestite da internisti.
In ultima analisi, una siffatta policy sarebbe improntata ad un principio di
ricerca dellefficacia pratica (effectiveness) del trattamento (il trattamento
verrebbe riservato a coloro che, pur non essendo fra i più gravi, sono in grado di
beneficiarne maggiormente). Scelte alternative eticamente giustificabili potrebbero essere
improntate al principio di eguaglianza (in questo caso la selezione potrebbe essere
affidata al sorteggio oppure allapproccio first-come first-served) oppure al
principio del massimo bisogno (verrebbero selezionati i malati più gravi, anche a scapito
dellefficienza: accogliere i malati con prognosi peggiore porta inevitabilmente a
utilizzare risorse che potrebbero altrimenti essere impiegate in casi a prognosi
migliore). Probabilmente sarà necessario introdurre dapprima criteri
"sperimentali" e poi sottoporli a revisione in funzione dellesperienza
pratica. Possiamo comunque affermare che in ogni caso questi criteri dovranno essere
formulati pubblicamente ed essere condivisi in seno ad ogni ospedale che attivi una
stroke unit.
Tali criteri non potranno comunque prescindere dalle raccomandazioni del
Comitato Nazionale per la Bioetica, con specifico riferimento all'affermazione:
"A livello micro-allocativo non sono accettabili derive economicistiche che
rischiano di compromettere il principio dell'alleanza terapeutica
medico-paziente. Nella valutazione dell'utilità dei servizi bisogna considerare
il più possibile i bisogni individuali delle persone che ad essi si rivolgono;
per l'accesso ai servizi deve valere il criterio della proporzionalità
diagnostico-terapeutica, e per il ricovero in ospedale quello medico, con la
responsabilità di applicarlo correttamente. In ogni caso va garantito il
rispetto del principio di equità".[11]

Linee guida American Medical Association per lallocazione di
risorse mediche limitate