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L’ictus cerebrale
rappresenta la seconda causa di morte a livello mondiale e la
terza causa di morte nei paesi industrializzati, dopo le
malattie cardiovascolari ed i tumori.[1]
Stime per l’anno 2005 hanno attribuito all’ictus cerebrale
6 milioni di morti nel mondo.[2]
Entro l’anno 2020 la mortalità per ictus sarà duplicata a
causa dell’aumento dei soggetti anziani e della persistenza
dell’abitudine al fumo di sigaretta.
L’ictus rappresenta anche la prima causa di disabilità
nell’anziano con un rilevante impatto individuale, familiare e
sociosanitario.[5,
6,
7]

4.1 Prevalenza e incidenza
La prevalenza e l’incidenza dell’ictus cerebrale cambiano
da studio a studio, in relazione a diversi aspetti. Sono,
ovviamente, molto importanti la definizione di ictus, la
popolazione di riferimento in rapporto alla struttura etnica e
sociale, alla distribuzione per età e sesso, alla prevalenza
dei fattori di rischio e causali, alla mortalità, al livello
assistenziale.
4.1.1 Prevalenza
La prevalenza aumenta in relazione all’età, raggiungendo
valori, in studi internazionali basati su popolazione, tra
4,61 e 7,33 per 100 abitanti nei soggetti di età superiore a
65 anni.[5]
Per quanto riguarda l’Italia sono disponibili i dati dello
studio Italian Longitudinal Study on Aging (ILSA), per
quanto riguarda l’età compresa tra 65 e 84 anni.[8,
9]
Non sono disponibili dati di prevalenza generalizzabili a
livello nazionale per le restanti fasce di età, pur esistendo
numerosi studi di buona qualità.
I dati relativi alla mortalità risentono molto del livello
assistenziale, dell’affidabilità della certificazione di
morte, della struttura della popolazione studiata. In tutti
gli studi, comunque, la prevalenza e la mortalità aumentano al
crescere dell’età.
Nella popolazione anziana (65-84 anni)
italiana (Tabella 4:I)
il tasso di prevalenza è pari a 6,5% (IC95:
5,8-7,2); superiore nei maschi (7,4%; IC95:
6,3-8,5) rispetto alle femmine (5,9%; IC95:
4,9-6,9). I dati di prevalenza generale di ictus in Italia,
basandosi sui dati ILSA per le età comprese tra 65 e 84 anni,
su altri studi di popolazione italiana per le altre fasce di
età, e sui dati di popolazione del censimento 2001,[10]
sono riassunti nella
Tabella 4:II.

4.1.2 Incidenza
L’incidenza, come la prevalenza, varia molto da studio a
studio. Le variazioni riscontrate nei principali studi
nazionali ed internazionali riflettono, oltre che una vera
diversa frequenza della malattia, anche differenze nella
composizione della popolazione in quanto l’ictus è patologia
frequente soprattutto nella popolazione anziana. L’incidenza
desunta dai dati di vari studi europei di popolazione, simili
dal punto di vista metodologico, è risultata pari ad 8,72 per
1·000 (con IC95 pari a 7,47-10,06) nei soggetti di
età compresa tra 65 e 84 anni.[11]
L’incidenza in Italia e nel mondo sono stati oggetto di una
recente revisione della letteratura nazionale ed
internazionale da parte del gruppo coordinato da Carolei,[12]
e di uno studio sulla popolazione delle isole Eolie.[13]
I tassi grezzi di incidenza, sulla popolazione totale di
diverse nazioni a livello mondiale, variano da 1,3 a 4,1 per
1·000 abitanti (Tabella
4:III).
I tassi standardizzati sulla popolazione Europea del 1996,
riportati solo in una parte dei lavori sopra menzionati (Tabella
4:IV) oscillano tra 1,60 (Digione, Francia)[16]
e 2,60 (Aosta, Italia)[17]
per 1·000 abitanti.
Per quanto fa riferimento, in maniera più specifica,
all’Italia, sono disponibili tassi grezzi di incidenza sulla
popolazione generale in diverse località, che variano tra 1,54
(Isole Eolie) e 2,89 (Aosta II) per 1·000, anche in rapporto
alla variabilità dell’età media delle popolazioni considerate
(Tabella 4:V).
L’incidenza, come la prevalenza,
aumenta esponenzialmente con l’aumentare dell’età (Tabella
4:VI, Tabella 4:VII)
raggiungendo il massimo negli ultra ottantacinquenni. Eccetto
che in quest’ultima fascia d’età l’incidenza è più alta nei
maschi che nelle femmine. Risulta pertanto che il 75% degli
ictus colpisce l’età geriatrica (dai 65 anni in poi).
Negli anziani di 85 anni ed oltre l’incidenza è tra 20‰ e
35‰ circa, con alta preponderanza di ictus ischemici e
prognosi peggiore in termini di mortalità rispetto ai soggetti
più giovani.[7]
L’incidenza dell’ictus cerebrale nei soggetti di età
inferiore ai 45 anni è risultata a L’Aquila di 10,18 per
100·000. La distribuzione delle diverse forme di ictus
cerebrale nella stessa fascia di età è caratterizzata da una
minor percentuale di ictus ischemici (57,3%) ed una maggior
percentuale di ictus da emorragia intracerebrale (20,2%) e
subaracnoidea (22,5%).[21]
I dati internazionali depongono per un aumento progressivo
dei tassi di incidenza età specifici per ciascuna decade di
vita, risultando compresi tra 0,1 e 0,3 per 1·000 per anno nei
soggetti di età inferiore ai 45 anni e tra 12,0 e 20,0 per
1·000 per anno nei soggetti di età compresa tra i 75 e gli 84
anni. I tassi età specifici più elevati sono stati riscontrati
in Giappone, Russia ed Ucraina.[5]
Dati più accurati e dettagliati sull'epidemiologia
dell’ictus pediatrico e giovanile sono riportati nel § 17.1.1.

4.1.3 Incidenza per tipologia di
ictus
Per quanto riguarda le varie tipologie di ictus, solo pochi
studi epidemiologici sono dettagliati; i dati italiani più
affidabili sono riassunti in
Tabella 4:VIII.
Nel registro de L’Aquila,[12]
la frequenza percentuale delle diverse forme di ictus è così
suddivisa (Figura 4-1):
| forme ischemiche |
82,6% |
| emorragie intraparenchimali |
13,5% |
| emorragie subaracnoidee |
2,7% |
| forme non classificabili |
1,2% |
Partendo da questi dati si può desumere
che circa l’80% dei soggetti con ictus è affetto da forme di
tipo ischemico, mentre le emorragie intraparenchimali
rappresentano circa il 15%-20% dei casi e le emorragie subaracnoidee, infine, non superano il 3% del totale.
Un certo grado di incertezza riguarda il fatto che una
quota non trascurabile di casi rientra nella categoria degli
ictus non classificabili per mancanza di documentazione
strumentale o autoptica. Questa quota è più elevata nei
soggetti di età molto avanzata in cui, più spesso che nei
giovani, l’accertamento eziologico relativo all’ictus è
carente. Nella metanalisi di Sudlow e Warlow del 1997 [22]
la proporzione delle diverse tipologie di ictus, come
desumibile da studi metodologicamente omogenei e di buona
qualità, varia, dal 72% all’86% per gli ictus ischemici, tra
l’8% ed il 15% per le emorragie intraparenchimali, e tra l’1%
ed il 5% per le emorragie subaracnoidee. La percentuale di
ictus non classificabili varia negli 8 studi considerati da 0%
al 15%.
In base a questa analisi della letteratura, si può
concludere che l’incidenza delle diverse forme di ictus varia
tra 1,31 e 2,94 casi per 1·000 soggetti per anno per l’ictus
ischemico, tra 0,30 e 0,43 per 1·000 per anno per l’emorragia intraparenchimale, e tra 0,05 e 0,17 per 1·000 per anno per
l’emorragia subaracnoidea.[12]
L’età è globalmente più elevata per gli
ictus ischemici (età media ampiamente superiore ai 70 anni),
mentre le emorragie subaracnoidee colpiscono in età più
giovanile (età media tra 48 e 50 anni);[12,
23,
24] le emorragie
intraparenchimali si situano in una posizione intermedia.
Nella revisione di Feigin et al. (2003),[5]
l’età media all’esordio dell’ictus è risultata di 69,8 anni
nei maschi (da 60,8 ad Uzhgorod, Ucraina, a 75,3 ad Innherred,
Norvegia) e di 74,8 nelle femmine (da 66,6 ad Uzhgorod,
Ucraina, a 78,0 a Perth, Australia). Per quanto riguarda il
sesso, mentre sia gli infarti cerebrali sia le emorragie
intraparenchimali sono più frequenti nei maschi, l’emorragia
subaracnoidea prevale nelle donne con un rischio relativo
significativo di 1,6.[12,
23,
24]
Le forme trombotiche riguardanti il circolo venoso invece
che quello arterioso sono relativamente rare per cui la loro
incidenza e prevalenza non sono state, ad oggi, selettivamente
valutate da studi di popolazione. Dati provenienti da un
registro ospedaliero, che ha incluso anche pazienti con
trombosi venosa cerebrale, indicano che tale patologia
rappresenta l’1,8% di tutti gli eventi cerebrovascolari.[25]
La trombosi venosa cerebrale è più frequente nelle donne
(80% circa), soprattutto in età giovanile, associandosi spesso
a gravidanza, puerperio, coagulopatie ed uso di contraccettivi
orali. L’età media di esordio si colloca intorno ai 43 anni,
con sintomatologia ad insorgenza graduale piuttosto che ictale.[26]
Lo studio ILSA fornisce dati affidabili di incidenza per
ictus su di un campione di popolazione anziana rappresentativa
dell’intera popolazione italiana [9] e consente anche di
discernere tra nuovi casi (“first-ever stroke”) e recidive; la
proporzione tra primi eventi e recidive è, secondo lo studio
ILSA, rispettivamente di 80% e 20% circa del totale.
Facendo riferimento alla popolazione italiana del 2001 [10]
si può ipotizzare una distribuzione dell’incidenza per fasce
di età, applicando i dati dello studio ILSA per quanto
riguarda i soggetti di età compresa tra 65 e 84 anni ed i dati
di altri studi per le altre classi di età, i cui valori sono
espressi in Tabella
4:IX.
Ogni anno vi sarebbero, quindi, quasi
196·000 nuovi ictus in Italia, di cui una minoranza (circa il
20%) decede nel primo mese successivo all’evento e circa il
30% sopravvive con esiti gravemente invalidanti. Di questi
196·000, l’80% sono primi episodi pari a circa 157·000, mentre
il 20% sono recidive, pari a circa 39·000.
Relativamente alla specifica situazione italiana, i
cambiamenti della struttura demografica dei prossimi anni
determineranno un aumento della popolazione nelle fasce più
anziane ed una contestuale riduzione nelle fasce inferiori ai
55 anni. Ad incidenza costante, pertanto, il numero di nuovi
ictus è destinato ad aumentare. Evoluzioni analoghe sono
attese per la prevalenza.
Le proiezioni basate sull’attuale incidenza dell’ictus
indicano perciò un aumento della sua incidenza, anche se
distribuito in maniera differente nelle varie età: una
riduzione nei soggetti di etàinferiore ai 55 anni, un
incremento nei soggetti di età superiore ai 65 anni. Secondo
alcuni autori,[27] il
numero dei pazienti con deficit neurologici dopo primo ictus
sarebbe aumentato fino al 2006 per poi ridursi come
conseguenza della maggiore mortalità precoce che colpisce i
soggetti più anziani (+29% di morti dopo 6 mesi a fronte di +
5% di nuovi disabili). Questi dati sembrano indicare la
maggiore importanza della disponibilità di risorse economiche
e sanitarie per fronteggiare la fase acuta dell’ictus rispetto
alla cura ed al mantenimento dei pazienti con patologia
cronica stabilizzata. Per altri autori, invece,[28]
l’aumento del tempo di sopravvivenza dopo l’ictus porterà ad
un incremento della prevalenza di tale patologia e ad un
corrispondente incremento della domanda di servizi sanitari
per pazienti cronici stabilizzati con handicap neurologici.

4.1.4 Evoluzione dell’incidenza
La valutazione dell’andamento storico di incidenza
dell’ictus evidenzia una riduzione dagli anni settanta agli
anni ottanta; tale diminuzione sembra tuttavia aver raggiunto
un plateau o un’inversione alla fine degli anni ottanta
ed all’inizio degli anni novanta. Uno studio condotto a Malmö
in Svezia sembra indicare una tendenza all’aumento di circa il
3% dei tassi di incidenza tra il 1989 ed il 1998.[29]
Lo Oxford Vascular Study ha invece riscontrato un
tasso grezzo di incidenza di primo ictus cerebrale ridotto del
29% tra gli anni 1981-1984 ed il 2002-2004 (incidenza relativa
0,71; IC95 0,61-0,83; P=0,0002). Relativamente ai
diversi tipi di ictus la riduzione d’incidenza riguarda l’ischemia
cerebrale e l’emorragia cerebrale primitiva, non
evidenziandosi invece per l’emorragia subaracnoidea. La
stratificazione degli ictus incidenti rispetto alla gravità
non ha mostrato riduzione di minor stroke, mentre sono
risultati ridotti gli ictus disabilitanti.[30]
Gli aspetti epidemiologici della demenza vascolare sono
riportati nel Capitolo 16.

4.2 Storia naturale delle principali
forme
di malattia cerebrovascolare
Il concetto di “storia naturale” fa riferimento
all’evoluzione spontanea di una forma morbosa in assenza di
interventi sanitari atti a modificarne la prognosi; in tal
senso la vera “storia naturale” della malattia
cerebrovascolare è difficilmente valutabile soprattutto in
quelle nazioni in cui l’assistenza e la terapia sono
particolarmente diffuse ed efficienti. Molto spesso sono
infatti disponibili dati di prognosi piuttosto che di “storia
naturale”. È chiaro comunque che anche i dati di prognosi
hanno una notevole rilevanza per la pianificazione sanitaria e
per l’elaborazione di “linee guida” in relazione alla
prevenzione primaria e secondaria, al trattamento ed alla
riabilitazione dell’ictus.
Con lo sviluppo delle stroke unit e con il
miglioramento generale dell’assistenza ai soggetti con
patologie acute e gravi come l’ictus, la fatality ratio
per ictus è in progressivo calo dal 1970 in avanti. Sono in
controtendenza a questo trend favorevole le nazioni
dell’Est europeo e del Sud-America, in cui, verosimilmente, il
livello assistenziale non è cambiato negli ultimi decenni.[6,
30,
31]
La mortalità è il principale parametro prognostico, ma i
suoi valori sono molto variabili essendo influenzati dal
setting dello studio (studi di popolazione, registri
ospedalieri); risentono poi in maniera molto spiccata del
livello di qualità assistenziale nella fase acuta.
I dati di popolazione del Registro de L’Aquila [12]
indicano una mortalità globale a 30 giorni (Tabella
4:X) del 25,9%, più alta nelle emorragie subaracnoidee
(34,7%) ed in quelle intraparenchimali (48,1%) rispetto agli
ictus ischemici (21,2%).

4.2.1 TIA
Gli episodi ischemici cerebrali transitori si manifestano
in circa un terzo dei soggetti che in seguito presentano un
ictus ischemico definitivo e rappresentano perciò un
importante fattore di individuazione dei soggetti a rischio di
malattia cerebrovascolare grave.[32]
I pazienti con ictus ischemico lieve hanno una prognosi a
lungo termine simile a quella dei pazienti con TIA, perciò
molti ritengono che non vi sia una specifica utilità nel
tenerli separati. Il rischio di ictus in soggetti con TIA o
minor stroke è di oltre 10 volte più alto rispetto alla
popolazione generale di pari età e sesso nel primo anno
seguente all’episodio iniziale.[33,
34] È inoltre presente
un aumentato rischio per eventi vascolari importanti anche in
altri distretti vascolari (coronarie, arti inferiori, morte
improvvisa, etc.), trattandosi per lo più di soggetti affetti
da vasculopatie pluridistrettuali o portatori di multipli
fattori di rischio per aterosclerosi. Il rischio assoluto di
ictus nei soggetti con TIA o minor stroke varia tra il
7% ed il 12% nel corso del primo anno e tra il 4% ed il 7% per
anno nei primi 5 anni dopo l’evento iniziale.[35]
Anche la mortalità generale è significativamente aumentata nei
soggetti con TIA, anche se la causa principale è la
cardiopatia ischemica e non l’ictus.

4.2.2 Infarti lacunari
I soggetti che presentano un infarto lacunare, legato di
solito a sofferenza arteriolosclerotica dei piccoli vasi
arteriosi cerebrali (arterie perforanti) su base ipertensiva,
presentano una prognosi a lungo termine peggiore rispetto alla
popolazione generale, anche se non più grave rispetto ai
pazienti con TIA o altri tipi di ictus con lievi esiti. La
mortalità acuta è d’altra parte molto bassa.[36,
37,
38]
In un recente lavoro, basato sul registro di popolazione de
L’Aquila, Sacco e coll. hanno rilevato una mortalità a 30
giorni del 4,3% rispetto a valori del 26,7% degli ictus
ischemici non lacunari, mentre la mortalità ad un anno era del
13,0% rispetto al 40,3% dei restanti ictus ischemici. La
prognosi restava migliore anche a 5 anni dall’evento. Anche la
frequenza delle recidive di ictus era più bassa nei lacunari
rispetto agli ictus ischemici non lacunari (2,83% verso
5,10%).[39]

4.2.3 Infarti non lacunari
L’ictus ischemico globalmente
considerato ha una mortalità a 30 giorni oscillante, nei vari
studi, tra 10% e 25% circa; se si eliminano quelli lacunari la
prognosi a breve termine è leggermente peggiore, dato che
questi hanno una frequenza di decessi modesta. Nell’ambito dei
vari tipi di infarto, quelli a prognosi acuta peggiore sia in
termini di mortalità che di entità di esiti, sono quelli
globali del circolo anteriore, mentre meno grave è la prognosi
di quelli parziali del circolo anteriore e di quelli del
circolo posteriore. Per ciò che riguarda la prognosi a lungo
termine, la mortalità ad 1 anno dei pazienti con ictus
ischemico è pari a circa il 30-40% mentre la frequenza di
recidiva è tra 10% e 15% nel primo anno e tra 4% e 9% nei
primi 5 anni dopo l’evento iniziale.[40]

4.2.4 Emorragia cerebrale
L’emorragia cerebrale parenchimale comporta una mortalità
acuta (40%-50% circa ad 1 mese) nettamente più alta rispetto
alle forme ischemiche globalmente considerate, simile,
peraltro, a quella che è presente negli infarti totali del
circolo anteriore (39% a 30 giorni). La mortalità acuta è
pertanto molto più precoce nelle forme emorragiche. Nella
prima settimana, infatti, circa il 30-40% dei soggetti con
emorragia cerebrale decede contro il 17% degli infarti totali
anteriori.
Superata la fase acuta, la mortalità a lungo termine non
differisce molto rispetto all’infarto cerebrale (62% ad 1
anno).[40]

4.2.5 Emorragia subaracnoidea
L’emorragia subaracnoidea, pur rappresentando solo il 3% di
tutti gli ictus è responsabile del 5% degli esiti fatali.[22,
41]
La mortalità acuta ad un mese è simile a quella
dell’emorragia intraparenchimale, attestandosi a circa il
40%.[12,
25,
42]
Anche per le emorragie subaracnoidee, il tasso di fatalità
acuta riguarda soprattutto la prima settimana, periodo in cui
si concentra circa il 75% dei decessi del primo mese.[43]

4.2.6 Trombosi venosa cerebrale
In rapporto allo sviluppo delle neuroimmagini, che
consentono la diagnosi di casi più lievi, e delle migliorate
modalità terapeutiche, la percentuale dei soggetti a rischio
di morte o prognosi infausta si è ridotta attualmente al 14%.[26]
Una più ampia discussione sulla patologia venosa cerebrale,
soprattutto in riferimento alle fasce di età pediatrica e
giovanile, è riportata nel §
17.3.14.

4.2.7 Disabilità residua dopo ictus
Nel 35% dei pazienti colpiti da ictus,
globalmente considerati, residua una grave invalidità e una
marcata limitazione nelle attività della vita quotidiana.[9]
Proporzioni analoghe di disabilità residua si riscontra tra
i soggetti sopravviventi con lesioni emorragiche e con
emorragia subaracnoidea.[24,
40,
42,
43,
45,
45]
Alcuni dati sulla prognosi dei soggetti con
demenza vascolare sono stati inseriti nel
Capitolo 16.
