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7.1 Controllo dei fattori di rischio
Dati su popolazione indicano una riduzione dell'incidenza
di primi ictus pari al 29% rispetto a venti anni fa, sia per ictus ischemici sia
per emorragici, ma non per l’emorragia subaracnoidea. Tale riduzione è stata
osservata nonostante un indice di invecchiamento della popolazione di età
maggiore di 75 anni del 33%. Il declino nell’incidenza interessa in particolare
gli ictus disabilitanti e fatali. La percentuale di mortalità a trenta giorni è
rimasta la stessa (17,2% vs 17,8%). È plausibile ritenere che la riduzione di
incidenza sia in relazione ad un incremento di strategie preventive e ad un
miglior controllo dei fattori di rischio vascolare.[1]

7.1.1 Considerazioni bioetiche sul controllo non
farmacologico dei fattori di rischio modificabili
Il controllo non farmacologico dei fattori di rischio modificabili viene
generalmente proposto mediante campagne di informazione e di educazione dirette
alla popolazione generale. Non vi è dubbio che queste campagne siano importanti
e che abbiano dimostrato una notevole efficacia, specie negli Stati Uniti,
relativamente alle abitudini alimentari, all'attività fisica e al fumo di
sigaretta. Crediamo però che vi siano alcuni rischi insiti in queste stesse
campagne: ad esempio il rischio di stigmatizzare coloro che non si attengono
alle raccomandazioni e di esercitare una pressione sociale lesiva della libertà
individuale, come pure il rischio, più consistente, di discriminare i soggetti
che non si attengono alle raccomandazioni nell'ambito dell'attività lavorativa e
delle assicurazioni sulla vita e contro le malattie. L'interesse sociale di
promuovere la salute dei cittadini non deve prevalere sui princípi cardine della
nostra società come la tutela della libertà dell'individuo e dell'eguaglianza di
opportunità.
A questo proposito si è posto, in diverse situazioni, il problema se debba
essere a carico delle strutture pubbliche la tutela della salute anche per quei
malati il cui bisogno scaturisca da stili di vita obiettivamente a rischio
liberamente scelti.[2] Il trattamento
delle patologie che scaturiscono da un comportamento a rischio scelto
liberamente dovrebbe, secondo questo modo di vedere, essere più opportunamente
assegnato alla medicina privata.
Diversi sono, tuttavia, i contro-argomenti addotti a favore dell'intervento
pubblico anche in questi casi. Tra questi il fatto che i comportamenti definiti
a rischio esprimono esclusivamente una probabilità riscontrabile su grandi
gruppi, ma non possono essere estesi alla singola persona senza andare contro i
principi di base della stessa scienza statistica. Inoltre, non si può non
richiamare in questo contesto il dovere di solidarietà iscritto nelle carte
costituzionali di molti paesi Europei, incluso il nostro, che discende
dall'approccio egualitario.[3] . Inoltre,
prima di determinare le condizioni per il corretto impiego del concetto di
responsabilità personale in relazione all'allocazione delle risorse in campo
medico, devono essere attentamente valutati almeno i seguenti punti:
considerazioni teoretiche sul principio di giustizia; peso relativo dei fattori
causali in medicina (inclusa la predisposizione genetica); principio di libertà
e autonomia nei comportamenti individuali con potenziali ricadute sulla salute.[4]

7.1.2
Fumo di sigaretta: cessazione del fumo
Il rischio di ictus declina dopo la sospensione del fumo
nell'arco di due-quattro anni.[5,
6, 7]
La riduzione del rischio interessa tutti gli ambiti di età e si estende dai
moderati ai forti fumatori.
Una revisione basata su studi osservazionali ha evidenziato che il rischio di
ictus diminuisce negli ex-fumatori in confronto ai fumatori persistenti (RR di
ictus 1,2) ma rimane elevato per 5-10 anni dopo la sospensione del fumo in
confronto ai non fumatori (RR di ictus 1,5).[8]
Da uno studio condotto su 34·439 medici maschi britannici risulta che, se il
rischio relativo di morte per malattia cerebrovascolare tra i non fumatori è di
2,75, tra gli ex fumatori cresce a 3,18 mentre quello dei fumatori sale al 4,32.
Il rischio dei fumatori può inoltre essere suddiviso in tre gruppi in base alla
quantità di sigarette fumate. In questi tre gruppi il rischio di morte per causa
cerebrovascolare cresce con il crescere del numero di sigarette fumate (1-14: RR
3,76; 15-25: RR 4,35; >25: RR 5,23). Da questi risultati si può evincere che
l’abitudine al fumo dimezza la probabilità di sopravvivenza; un quarto dei
decessi si ha nella età lavorativa (35-69 anni). Inoltre se si smette di fumare
a 50 anni si guadagnano circa 5 anni in aspettativa di vita, se si smette di
fumare a 40 se ne guadagnano 9. Per coloro che hanno interrotto prima dei 40 il
guadagno è di circa 10 anni e raggiungono una sopravvivenza stimata simile a
coloro che non hanno mai fumato. Si può concludere che prima si smette di fumare
e maggiore è il guadagno in termini di sopravvivenza sino a divenire
sovrapponibile a coloro che non hanno mai fumato dopo 10 anni. In altre parole,
i fumatori hanno 10 anni di probabilità in meno di sopravvivere.[9]
Per quanto attiene al rischio derivante dall’esposizione al fumo passivo, uno
studio prospettico su una coorte di 7·735 uomini di età compresa tra 40 e 59
anni ha valutato la concentrazione di cotinina, metabolita della nicotina e
misura diretta della quantità di fumo inalato, nei confronti dei principali
eventi cardiovascolari e dell’ictus. I dati indicano un aumento del rischio per
evento cardiovascolare (RR 1,32; IC95 1,12-1,55), ma non del rischio
di ictus.[10]
Viene evitato un ictus ogni 26 soggetti che smettono di fumare.[11]
Nel periodo gennaio 2000-marzo 2005 sono state pubblicate o aggiornate 29
revisioni Cochrane sull’efficacia delle più diverse tecniche proposte per
favorire la cessazione del fumo. [12,
13, 14,
15, 16,
17, 18,
19, 20,
21, 22,
23, 24,
25, 26,
27, 28,
29, 30,
31, 32,
33, 34,
35, 36,
37, 38,
39, 40]
Nessuna di queste giunge a risultati conclusivi, tuttavia vi sono evidenze
almeno parziali dell’efficacia delle tecniche di sostituzione farmacologica
della nicotina (OR 1,77; IC95 1,66-1,88) se inserite in una strategia
per la promozione della cessazione del fumo.[19]
Da queste revisioni emergono altresì risultati parziali dall’impiego di alcuni
antidepressivi (nortriptilina e bupriopione),[13]
dagli interventi di supporto ed informazione da parte di infermieri e medici [20,
22] e dal counselling
comportamentale intensivo individualizzato [18]
nell’ambito di un preciso programma educazionale.

7.1.3
Attività fisica
L'attività fisica riveste un ruolo importante per la
prevenzione delle patologie cardiovascolari e svolge un effetto protettivo anche
nei confronti dell'ictus. Una revisione di cinque studi prospettici evidenzia un
effetto favorevole dell'attività fisica di grado moderato sull'incidenza di
ictus. [41] L'analisi di dodici studi
osservazionali pubblicati fra il 1990 e il 1999 ha mostrato che l'attività
fisica moderata riduce il rischio di ictus rispetto all'inattività.[42]
Più recentemente alcune metanalisi hanno analizzato l'effetto dell'attività
fisica sul rischio complessivo di ictus. I risultati concordano nell'indicare la
presenza di un'associazione inversa tra attività fisica e rischio di ictus;
l’effetto protettivo, dose-dipendente, dell’attività fisica occupazionale e di
quella svolta nel tempo libero è confermato, sia nell’ictus ischemico che
emorragico.[43,
44, 45]
Secondo la metanalisi di Lee et al.,[43]
l'attività fisica svolta nel tempo libero determina una riduzione complessiva
del rischio di ictus del 27% (se a dispendio energetico elevato) e del 20% (se a
dispendio moderato), rispetto ad attività sedentarie. Secondo la metanalisi di
Wendel-Vos et al.,[44] la riduzione
complessiva del rischio di ictus è compresa tra il 25% e il 45%, secondo il tipo
e il livello di attività fisica svolto. È stato inoltre evidenziato un maggiore
effetto protettivo dell’attività fisica negli studi effettuati su popolazioni
europee, rispetto a popolazioni USA.[45]
Due ulteriori studi prospettici confermano l’effetto protettivo dell’attività
fisica, sia occupazionale che svolta nel tempo libero, sull’ictus in toto,[46]
e dell’attività fisica svolta nel tempo libero sull’ictus ischemico e su quello
emorragico.[47] La frequenza quotidiana
ha un effetto protettivo dose-dipendente, la combinazione di più attività
aumenta l’effetto protettivo sull’ictus del 10%.[47]
L'effetto protettivo dell'esercizio fisico nei confronti dell'ictus è almeno
in parte riconducibile al legame esistente tra attività fisica ed altri fattori
di rischio per l'ictus quali ipertensione, diabete, obesità, dislipidemie,
fattori dell'emostasi.[48,
49] L'attività fisica potrebbe
determinare inoltre un decremento dei livelli plasmatici di interleukina 6 e di
proteina C reattiva, entrambi correlati, in età geriatrica, a maggior rischio di
disabilità e di mortalità.[50] Un recente
studio dimostra che l'attività fisica moderata riduce il rischio di ictus nei
pazienti con aumento dello spessore ventricolare sinistro.[51]
Un recente studio ha valutato il ruolo del rischio stimato della associazione
tra fumo in attività fisica e aumento dell'IMC nello sviluppo della malattia
cardiovascolare, incluso l'ictus, in oltre 6·000 uomini inglesi ed ha confermato
che livelli moderati di attività fisica determinano una riduzione del 46% di
rischio relativo. Quando però si prendono in considerazione anche le variazioni
interpersonali la riduzione del rischio cresceva al 66% per gli stessi gruppi.
Tuttavia la stima del potenziale reale beneficio della attività fisica è
difficile da confrontare con altri studi poiché pochi prendono in considerazione
le variazioni interpersonali.[52]
Allo stato attuale delle conoscenze, è ragionevole consigliare un’attività
fisica di moderata intensità e di tipo aerobico come modifica permanente dello
stile di vita.[53] L'attività fisica di
moderata intensità corrisponde ad una camminata di 30 minuti a passo spedito
(10-12 minuti per chilometro); tale attività andrebbe svolta preferibimente
tutti i giorni.[47,
53]

7.1.4
Dieta
L'identificazione di relazioni certe tra abitudini
alimentari ed ictus cerebrale è un elemento cruciale sia per gli interventi di
prevenzione primaria nella popolazione generale, sia per definire taluni aspetti
(anche di prevenzione secondaria) del trattamento nutrizionale del malato.[54,
55]
Nonostante le difficoltà inerenti allo studio di una malattia multifattoriale,
l'evidenza complessivamente disponibile suggerisce con forza l'influenza delle
abitudini alimentari su diversi meccanismi patogenetici che portano allo
sviluppo di ictus, e probabilmente anche sul decorso della malattia e sul suo
esito finale.[56,
57]
L'effetto di alimenti e nutrienti sull'incidenza dell'ictus (in particolare
di quello ischemico) è direttamente dimostrata da un numero crescente di
osservazioni epidemiologiche. Inoltre, questo effetto è ragionevolmente
deducibile sulla base del legame esistente tra molti nutrienti e fattori di
rischio ben riconosciuti quali ipertensione, diabete, dislipidemie, obesità,
iperomocisteinemia.[58,
59] In base alle evidenze disponibili,
l'aderenza alle indicazioni dietetiche fornite dalla comunità scientifica
internazionale, ed in particolare al modello alimentare mediterraneo, è un
importante obiettivo di sanità pubblica anche per la prevenzione dell’ictus.[54,
55, 56,
57, 60,
61]

7.1.4.1
Nutrienti associati a un aumento del rischio
Sodio
È ampiamente dimostrato, come conferma una recente
metanalisi, che una moderata riduzione del consumo di sale dell’ordine di 4-5
grammi al giorno riduce la pressione arteriosa, principale fattore di rischio
per l’ictus, di circa 5/2,5 mm Hg in individui ipertesi e di 2/1 mm Hg nei
normotesi.[62,
63, 64,
65, 66,
67, 68]
Sono oggi disponibili diversi studi che hanno esplorato la possibile relazione
tra consumo abituale di sodio, morbosità e mortalità cardiovascolare: tra
questi, tre studi di coorte condotti da Alderman e coll. in pazienti ipertesi o
su campioni di popolazione americana non hanno evidenziato una relazione
significativa tra consumo abituale di sodio e rischio di ictus ma hanno
suggerito, paradossalmente, una mortalità cardiovascolare più elevata tra coloro
che riportavano un consumo di sodio più basso.[69,
70, 71]
Questi studi sono stati sottoposti a critica in quanto l’accertamento del
consumo di sodio si è basato su un’unica rilevazione, eseguita o mediante
registrazione dei consumi alimentari (in due dei tre studi) oppure mediante
raccolta urinaria delle 24 ore eseguita soltanto al basale. Viceversa, altri tre
studi prospettici condotti da gruppi diversi, in campioni rappresentativi di
popolazione generale di diversi Paesi, hanno evidenziato un’associazione diretta
tra consumo abituale di sodio e rischio di ictus sia ischemico che emorragico,[67,
72, 73]
mettendo in luce un’interazione negativa tra sodio alimentare e sovrappeso/obesità:
in due di questi studi, in effetti, la relazione risultava statisticamente
significativa soltanto nel gruppo di individui in sovrappeso o francamente
obesi. L’effetto del sodio sul rischio di eventi e di morte cardiovascolare
risultava almeno in parte indipendente dall’effetto sulla pressione arteriosa.
Ciò è in accordo con studi clinici e sperimentali che suggeriscono altri effetti
del sodio sull’aggregazione piastrinica,[74,
75] la sintesi proteica e la
proliferazione cellulare,[76] lo sviluppo
di fibrosi miocardica e renale,[77] e la
produzione di radicali liberi dell’ossigeno.[78]

Grassi
saturi
L'eccessivo apporto di grassi saturi influisce
negativamente su fattori correlati al rischio di ictus quali colesterolemia
totale e, probabilmente, aumento della pressione arteriosa,[79,
80, 81]
tuttavia le relazioni fra grassi saturi e ictus sono meno definite rispetto a
quanto osservato per la malattia coronarica. In alcuni studi, l’apporto
dietetico di grassi saturi è risultato significativamente associato con il
rischio di ictus e anche con l’incremento dello spessore intima/media carotideo;[82,
83, 84]
altri lavori tuttavia non hanno confermato tali conclusioni.[85,
86, 87]
In uno studio d’intervento, il Finland Large Intervention Study, la
diminuzione dell'introito di grassi saturi ha portato ad una significativa
riduzione della colesterolemia e della mortalità per ictus.[88]
7.1.4.2
Nutrienti associati a una riduzione del rischio
Grassi monoinsaturi e polinsaturi
L'interesse per grassi monoinsaturi e polinsaturi è giustificato innanzitutto
dalla positiva e ampiamente riconosciuta influenza che tali sostanze esercitano
sul rischio di malattia coronarica. I dati sulla relazione fra grassi
monoinsaturi (essenzialmente acido oleico) e rischio di ictus non sono
esaustivi. Uno studio caso-controllo condotto in Italia ha evidenziato un minor
contenuto di acido oleico nelle membrane eritrocitarie di pazienti colpiti da
ictus.[89] Due studi di coorte hanno
evidenziato effetti tra loro in contrasto.[85,
86] Scarsi e non definitivi sono pure i
dati derivanti da alcuni studi di coorte sull’influenza degli acidi grassi
polinsaturi della serie n-6, rappresentati in gran parte dall'acido linoleico.[85,
86, 90]
L'attenzione maggiore si è da tempo concentrata invece sugli acidi grassi
della serie n-3, in particolare gli acidi eicosapentaenoico (EPA) e
docosaesaenoico (DHA), per i loro riconosciuti effetti su aggregazione
piastrinica, funzione endoteliale e pressione arteriosa.[91,
92, 93]
Data la loro presenza in alcuni tipi di pesce, in specie pesce azzurro, salmone,
tonno, gli studi sugli acidi grassi poliinsaturi n-3 coincidono in buona
sostanza con quelli sul consumo di pesce e, nel loro complesso, indicano un
effetto protettivo statisticamente significativo nei confronti dell'ictus.[92,
94, 95]
Le indicazioni complessive che da questi studi si possono trarre in relazione
alla prevenzione dell'ictus coincidono sostanzialmente con quanto indicato per
la popolazione generale in assenza di problemi specifici (ad esempio l'iperlipidemia).[96]
Fibra
alimentare
Il consumo di alimenti ricchi in fibra alimentare svolge un ruolo protettivo
nei confronti dell’ictus.[97,
98] attraverso meccanismi ancora non ben
definiti che coinvolgono i processi di assorbimento intestinale e la riduzione
dei livelli plasmatici di colesterolo totale e di trigliceridi e l'attività
antiossidante.[98] Il consumo di alimenti
ricchi in fibra alimentare è inoltre utile nella prevenzione e nel trattamento
dell'obesità, del diabete, della sindrome plurimetabolica, fattori di rischio
per l'ictus.[96]
Minerali
Il consumo di alcuni minerali, quali potassio, magnesio e calcio è
stato associato ad una riduzione del rischio di ictus.[61,
99,
100, 101] L’evidenza maggiore e
meglio documentata è per il potassio, la cui azione protettiva è legata
almeno in parte all’effetto antipertensivo, particolarmente evidente in
individui potassio-depleti per eccessivo apporto di sodio alimentare o a causa
di prolungata terapia diuretica.[102]
Anche indipendentemente dalla relazione con l’ipertensione arteriosa, tuttavia,
diversi studi di tipo ecologico o di coorte hanno dimostrato l’esistenza di una
relazione inversa tra apporto alimentare di potassio e rischio di ictus
cerebrale.[101,
103,
104, 105]101, Ciò è in accordo con
osservazioni cliniche e sperimentali che suggeriscono importanti e favorevoli
effetti del potassio sull’aggregazione piastrinica,[106]
la produzione di radicali liberi dell’ossigeno,[107]
e il danno renale.[108] Naturalmente,
l’influenza favorevole esercitata dal maggior consumo di potassio si intreccia
con quella relativa al maggior consumo di frutta, verdura e legumi, alimenti tra
i quali si concentra la maggior parte dell’apporto alimentare di potassio.
Quattro studi di coorte condotti in diversi paesi hanno riscontrato
l’esistenza di una relazione inversa tra consumo di calcio (in
particolare attraverso prodotti caseari) e rischio di ictus tromboembolico.[99,
109,
110, 111] L’effetto protettivo del
maggior apporto di calcio potrebbe essere mediato in parte da un pur modesto
effetto favorevole sulla pressione arteriosa [112]
ed in parte da un possibile effetto sull’aggregazione piastrinica.[113]
È stato suggerito anche che bassi livelli sierici di magnesio possano essere
associati ad un incremento del rischio di ictus, suggerendone un ipotetico ruolo
protettivo nella progressione dell’aterosclerosi cerebrovascolare.[114]
Questa azione protettiva potrebbe essere correlata ad un possibile effetto
antiipertensivo.[101,
115,
116, 117] È stata anche descritta
un’azione del magnesio sull’attività biologica dell’ossido nitrico, la cui
carenza è associata a disfunzione endoteliale.[118]
Vitamine
ed antiossidanti non vitaminici
Un equilibrato apporto di antiossidanti con la dieta appare associato ad un
effetto protettivo.[119,
120,
121] Ciò vale in particolare per la vitamina C e il beta-carotene.[122,
123] I dati relativi alla relazione tra
vitamina E ed ictus [124]
suggeriscono un effetto protettivo esclusivamente in soggetti fumatori.[121]
L'azione delle vitamine antiossidanti potrebbe esplicarsi attraverso la
protezione nei confronti dei processi perossidativi,[125]
la riduzione dei livelli di colesterolo LDL, l'azione emodinamica mediata dalla
riduzione dell'aggregazione piastrinica e dall'inibizione della proliferazione
delle cellule muscolari lisce vasali e, per quel che riguarda la vitamina C, un
effetto positivo sulla pressione arteriosa. L'effetto protettivo degli
antiossidanti è documentato da studi osservazionali che correlano i livelli
sierici di ciascuno di essi (in particolare di alfa- e beta-carotene e di
vitamina C) con l’incidenza di ictus;[126,
127,
128, 129] esso, tuttavia, non è stato
confermato dagli studi di intervento. Sulla base dei risultati negativi di
questi ultimi, la supplementazione con vitamina C, vitamina E e carotenoidi non
è pertanto raccomandata.[130,
131,
132]
Scarsi ed insufficienti sono gli studi relativi all'assunzione di flavonoidi [120,
133] o licopene [129,
134,
135] e rischio di ictus. In una coorte finlandese di soggetti anziani è
stata evidenziata una relazione inversa tra assunzione dietetica di vitamina D,
livelli plasmatici di 1,25 di-idrossi-derivati ed ictus.[136]
Acido
folico, vitamina B6 e vitamina B12
I livelli plasmatici di omocisteina sono fortemente influenzati, oltre che da
fattori genetici, dalla disponibilità di acido folico, vitamina B6
e vitamina B12.[137] L'iperomocisteinemia
rappresenta un documentato fattore di rischio per l'ictus,[138,
139] probabilmente promuovendo
l'ossidazione delle lipoproteine LDL, la proliferazione delle cellule muscolari
lisce vasali, l'attivazione dei fattori di coagulazione e la disfunzione
endoteliale.
Numerosi studi osservazionali ed alcuni studi di intervento hanno dimostrato
che è possibile ridurre i livelli plasmatici di omocisteina attraverso adeguati
apporti di folati e di vitamine del gruppo B, in particolare le vitamine B6
e B12.[140,
141,
142] È stato suggerito che la riduzione della mortalità per ictus negli
Stati Uniti ed in Canada possa essere correlata in qualche modo alla
fortificazione di molti alimenti con acido folico.[143]
Il ricorso alla supplementazione vitaminica è indicato in presenza di
iperomocisteinemia;[54,
144,
145, 146] viceversa, allo stato
attuale delle conoscenze l'efficacia di una dieta ad elevato contenuto di folati
e di vitamine B6 e B12, o addirittura di supplementi di
tali vitamine, sulla riduzione del rischio di ictus necessita di ulteriori
conferme.[144,
147,
148, 149,
150,
151]
La Tabella 7:I illustra
sinteticamente le relazioni tra nutrienti e fattori di rischio per l’ictus
ischemico con i relativi livelli di evidenza, e gli obiettivi nutrizionali da
raggiungere per minimizzare il rischio di ictus.

7.1.4.3
Nutrienti per i quali non esiste una chiara definizione di rischio
Proteine e carboidrati
Le relazioni tra il rischio di ictus da una parte ed i consumi di proteine
animali o di carboidrati, indice glicemico e carico glicemico della dieta
dall’altra, sono state prese in esame da un esiguo numero di studi prospettici
e, allo stato attuale, non appaiono ben definite. In una coorte giapponese, la
scarsa assunzione di proteine di origine animale è risultata associata a un
incremento della mortalità per ictus ischemico;[87]
mentre in una coorte americana, diete ad elevato contenuto di carboidrati
raffinati e ad elevato carico glicemico sono associate ad un aumento del rischio
di ictus totale, in donne sovrappeso ed obese.[97]
Colesterolo
La relazione tra colesterolo alimentare ed ictus è stata esaminata da un
esiguo numero di studi e, allo stato attuale, non appare definita. Uno studio
prospettico condotto negli USA non ha riportato alcun effetto del colesterolo
presente nella dieta abituale ed il rischio di ictus;[86]
viceversa, un altro studio dello stesso tipo condotto su una coorte giapponese
ha evidenziato un'associazione inversa tra ictus ischemico ed assunzione di
colesterolo, con un effetto dose-dipendente.[87]

7.1.4.4
Alimenti e sostanze associati all'ictus
Gli effetti degli alimenti sul rischio di ictus sono secondari alla
combinazione dei diversi nutrienti e, in alcuni casi, alla presenza di molecole
bioattive.
Frutta, verdura e legumi
Numerosi studi condotti in diversi paesi hanno
evidenziato una relazione inversa tra ictus e consumo di frutta e verdura.[155,
158,
159, 160,
161,
162, 163] L’effetto
protettivo, dose dipendente, è stato confermato da due recenti metanalisi.[164,
165] Rispetto all’assunzione di <3
porzioni/die di frutta e verdura, frequenze di consumo pari a 3-5 porzioni/die
determinano un decremento del rischio relativo di ictus dell’11% (RR 0,89; IC95
0,85-0,97) e frequenze di consumo superiori a 5 porzioni/die una riduzione del
26% (RR 0,74; IC95 0,69-0,79).[165]
L’effetto protettivo è più evidente per il consumo di frutta o frutta e verdura
(piuttosto che della sola verdura), e appare associato in particolare, tra le
verdure, al consumo di crocifere, vegetali a foglia verde e, tra la frutta, agli
agrumi. La complessità dei componenti presenti in tali alimenti (vitamine
antiossidanti, composti fenolici, folati, minerali, ormoni, enzimi vegetali,
fibra alimentare), rende difficile identificare un unico elemento responsabile
delle positive interazioni osservate e rende plausibile l'ipotesi secondo cui
gli effetti positivi siano da attribuire all'azione contemporanea e sinergica di
più componenti.[56] Il possibile effetto
protettivo dei legumi sull’ictus è verosimilmente legato all’azione favorevole
sui fattori di rischio classici delle malattie cardiovascolari.[166]
Latte
e prodotti derivati
L’assunzione di derivati del latte ad elevato contenuto
lipidico non sembrerebbe collegata ad un aumento del rischio di ictus.[86,
167,
168] Alcuni studi hanno peraltro messo in luce un effetto protettivo di
questi alimenti sui valori pressori, effetto mediato dalla favorevole
combinazione dei minerali presenti (calcio, magnesio e potassio e dei peptidi
bioattivi).[87,
117,
168, 169] I risultati di un recente
studio prospettico realizzato in Giappone in un ampio campione di popolazione
generale suggeriscono un effetto protettivo indipendente del calcio alimentare
da latte e derivati sulla mortalità per ictus.[111]
Cereali integrali
L’effetto protettivo del consumo di cereali integrali
sul rischio di ictus è stato documentato in due studi prospettici condotti
rispettivamente in campioni di popolazione femminile [170,
171] o di anziani,[172]
mentre non è confermato in un terzo studio di questo tipo.[173]
La complessità dei componenti presenti in questi alimenti (sostanze bioattive,
fibra alimentare, vitamine, folati, magnesio e potassio), rende plausibile
l'ipotesi secondo cui gli eventuali effetti positivi siano da attribuire
all'azione contemporanea e sinergica di tali componenti. L’indicazione al
consumo di questi alimenti può essere considerata valida anche alla luce
dell’effetto protettivo dei cereali integrali nei confronti delle malattie
cardiovascolari in genere.[166]
Pesce
Lo studio delle relazioni esistenti tra consumo di pesce
ed ictus cerebrale è giustificato fondamentalmente dal ruolo che tale tipo di
alimento ha come fonte dietetica di acidi grassi n-3 a catena lunga (EPA e DHA).
I numerosi studi di coorte che si sono occupati dei rapporti fra consumo di
pesce e ictus sono stati oggetto di recente di rassegne strutturate e di analisi
statistica combinata.[61,
95,
174, 175] Mentre i dati dei singoli
studi restano contradditori sia nel senso di un reale effetto protettivo che
dell’identificazione di una dose soglia efficace,[175]
una recente metanalisi [95] e uno studio
delle relazioni apporti-effetto [174]
suggeriscono un’azione protettiva del consumo di pesce nei confronti dell'ictus
(come numero totale di eventi e come ictus ischemico). L'effetto protettivo è
evidente per frequenze di consumo di almeno una-due volte la settimana,[92,
174] e si riferisce all'assunzione di
alcune categorie di pesce, quali pesce azzurro, salmone, pesce spada, tonno
fresco, ma non al consumo di pesce fritto.[176,
177] È possibile ipotizzare, d’altra
parte, un aumento del rischio di ictus dovuto al metil-mercurio e agli altri
contaminanti del pesce, ma su tale aspetto non esistono dati epidemiologici
definitivi.[174]
Carni, uova
La relazione tra consumo di alimenti quali carni o uova ed ictus è stata
presa in esame da un esiguo numero di studi e, allo stato attuale, non appare
ben definita. Uno studio prospettico condotto su una coorte americana ha
concluso che l'assunzione di alimenti di origine animale, tra cui carni rosse e
uova, non determina una maggiore incidenza di ictus;[86]
un ulteriore studio prospettico condotto in una popolazione femminile ha
evidenziato peraltro un’associazione diretta significativa tra tra il consumo
giornaliero di carni rosse e il rischio di ictus ischemico.[171]
Viceversa, i risultati di uno studio prospettico eseguito in una coorte
giapponese, depongono per una diminuzione della mortalità per ictus ischemico in
relazione ad un maggior consumo complessivo di alimenti di origine animale, tra
cui uova (oltre a pesce e derivati del latte).[94]
Bevande
alcoliche
I risultati di una recente metanalisi di 19 studi di
coorte (popolazione totale: 486·591) e 16 studi caso-controllo hanno mostrato
che la relazione tra consumo di alcool e ictus ischemico ha l'andamento di una
curva a , con un'apparente riduzione del rischio per
consumo lieve (fino a 12 g/die: RR 0,80) o moderato (da 12 a 24 g/die: RR 0,72),
mentre un consumo elevato (>60 g/die) è associato a un eccesso di rischio.
L'associazione tra consumo di alcool e rischio di ictus è simile nei due sessi.[178]
L'effetto differenziale dell'alcool sull’ictus è stato confermato da un recente
studio su un'ampia popolazione maschile in Giappone.[179]
Per quanto riguarda l'effetto di specifiche bevande alcoliche, i dati
disponibili suggeriscono un limitato effetto protettivo del consumo di vino
rispetto alla birra o ai superalcolici nei riguardi dell'ictus ischemico, sia
negli uomini [180,
181] sia nelle donne.[182]
Tè
Una metanalisi [183] e due studi
prospettici hanno evidenziato una associazione inversa tra consumo di tè, in
particolare di qualità verde, e rischio di ictus; l’effetto protettivo potrebbe
essere mediato dal contenuto in polifenoli.[184,
185]

7.1.4.5
Profili alimentari
Numerosi sono gli studi che hanno documentato l’effetto di nutrienti o
alimenti nei confronti del rischio di ictus; questo effetto potrebbe essere
diversamente modulato in presenza di differenti combinazioni degli stessi,
nell’ambito di specifici pattern alimentari.
Due studi di intervento, il DASH (Dietary Approach to Stop Hypertension) [63,
186] e il Lyon Diet Heart Study [187]
hanno analizzato gli effetti di specifici profili dietetici sul rischio di
malattie cardiovascolari, ma non specificamente di ictus. La dieta DASH, ricca
in frutta e vegetali e povera in grassi saturi, ha determinato una significativa
riduzione della pressione arteriosa rispetto alla dieta tradizionale americana
usata come controllo;[186] tale effetto è
risultato ulteriormente evidente, in soggetti tanto normotesi che ipertesi,
quando alla dieta DASH era associata una moderata riduzione dell’apporto
alimentare di sodio.[63] Il Lyon Diet
Heart Study ha evidenziato in pazienti con pregresso infarto del miocardio
l’effetto protettivo di una dieta simil-mediterranea sulla mortalità
cardiovascolare.[187] Purtroppo, l’esiguo
numero di eventi cerebrovascolari registrati nel corso dello studio (quattro in
totale, tutti nel gruppo di controllo) non consente di trarre conclusioni
definitive relativamente a questo problema.
Due studi prospettici, entrambi in campioni di popolazione femminile, hanno
valutato l’impatto di profili alimentari sul rischio di ictus.[171,
188] Nel primo, un profilo di tipo
“occidentale” (ricco in carni rosse, carboidrati raffinati e dolci) è risultato
associato ad un aumento del rischio di ictus, totale ed ischemico;[171]
nel secondo, un profilo alimentare a basso carico glicemico, basso contenuto in
acidi grassi trans- e ricco in cereali, fibra, folati e acidi grassi omega-3, è
risultato associato ad un minor rischio di ictus, totale ed ischemico.[188]
Va sottolineato, peraltro, che l’effetto protettivo nei confronti del rischio di
ictus era qui valutato in un più ampio contesto di modificazioni dello stile di
vita che includevano la pratica di attività fisica, la sospensione del fumo, il
controllo del peso corporeo e la moderazione nel consumo di alcol.[188]
Un recente studio randomizzato e controllato, anch’esso realizzato in un
campione di popolazione femminile e strettamente finalizzato alla riduzione
dell’apporto di grassi con la dieta e all’aumento del consumo di frutta e
vegetali, non ha dimostrato invece alcun effetto sull’incidenza di ictus (che
era uno degli endpoint dello studio stesso) né, sorprendentemente, sulla
morbosità cardiovascolare in generale. Va sottolineato, tuttavia, che gli
obiettivi nutrizionali dichiarati per il gruppo di intervento sono stati
raggiunti solo in parte.[189]
I risultati degli studi prospettici e di intervento, per quanto non numerosi,
sono quindi generalmente a favore di un effetto protettivo di un modello
alimentare ricco in frutta, vegetali e cereali integrali, con prevalenza di
grassi insaturi rispetto ai saturi, a basso contenuto in sodio e ricco in
potassio. Questo modello agisce probabilmente attraverso un effetto sinergico
dei diversi nutrienti non solo sui fattori di rischio intermedi per l’ictus
(ipertensione, dislipidemia ed insulino-resistenza), ma anche direttamente sul
rischio di ictus attraverso percorsi fisiopatologici diversi, soprattutto se in
associazione a modificazioni più generali dello stile di vita.[60,
61]

7.1.4.6
Nutrienti, alimenti e sostanze associati all’ictus emorragico
Scarsi e non esaurienti sono i dati relativi alla relazione tra l’assunzione
di diversi nutrienti o alimenti e rischio di ictus emorragico.
Due studi prospettici hanno osservato una relazione inversa tra consumo di
calcio ed ictus emorragico.[110,
111]
In aree in cui il consumo di prodotti di origine animale è complessivamente
basso, come in alcuni Paesi asiatici, è stata evidenziata una relazione inversa
tra assunzione di proteine di origine animale e mortalità per ictus emorragico.[94]
Un elevato apporto di fibra alimentare sembra essere protettivo, mentre
un’elevata assunzione di carboidrati raffinati è apparsa associata ad un aumento
del rischio di ictus emorragico; quest'associazione sembra indipendente
dall’effetto di fattori di rischio classici e più evidente in donne sovrappeso o
francamente obese.[97] Sembra opportuno
sottolineare ancora che il consumo di pesce, protettivo nei confronti dell’ictus
ischemico, non sembra aumentare il rischio di ictus emorragico.[92,
95,
174]
La relazione tra consumo di alcool ed ictus emorragico è trattata nel
§ 6.5.3
(Fattori di rischio per l’emorragia cerebrale).

7.1.4.7
Riduzione del peso corporeo
L'incidenza di ictus è più alta nei pazienti obesi
rispetto ai soggetti non obesi ed aumenta ulteriormente se all'obesità si associano ipertensione, diabete ed ipercolesterolemia,
fattori
favoriti dalla obesità stessa.[190]
Il possibile impatto della riduzione di peso, come fattore di rischio
indipendente per l'incidenza di ictus e la mortalità correlata non è stato
adeguatamente indagato. Studi che documentano il ruolo specifico della obesità e
sovrappeso hanno mostrato risultati eterogenei nei due sessi e nei vari
sottotipi di ictus.
Tuttavia proprio per il ruolo che l'obesità ed il sovrappeso giocano nel
favorire la comparsa di altri fattori di rischi per l'ictus ben documentati, il
promuovere la riduzione di peso e il mantenimento “salutare” resta una priorità
alta della prevenzione primaria dell'ictus.
Una recente revisione sistematica Cochrane ha concluso che questa ipotesi non
si basa su una forte evidenza scientifica proveniente da studi randomizzati e
controllati e che sono necessari studi multicentrici anche per tutti gli altri
fattori di rischio.[191]

7.2
Interventi medici generali
7.2.1 Monitoraggio e controllo della pressione
arteriosa
7.2.1.1 Effetti della riduzione dei valori pressori
sull'incidenza di ictus: evidenza di studi controllati e randomizzati con
farmaci tradizionali o più recenti
L’ipertensione arteriosa è il fattore di rischio di gran
lunga più frequente nell’ictus cerebrale, essendo riscontrato nel 64% dei casi.
Sulla base di suddetta prevalenza e del rischio relativo ottenibile da studi
eziologici, si calcola che il numero di ictus attribuibili all'ipertensione
nella popolazione (population attributable risk) sia del 40%-50% e quindi
potenzialmente prevenibili col controllo di questo fattore di rischio. Gli
obiettivi da raggiungere nel controllo della pressione arteriosa sono riportati
nelle linee guida correnti ESH-ESC.[192]
La correlazione tra valori pressori ed incidenza di eventi cerebrovascolari è
stata confermata grazie all'avvento di farmaci antipertensivi efficaci e ben
tollerati che hanno permesso di eseguire studi prospettici in ipertesi prima di
grado grave e poi lieve-moderato.
I risultati disponibili alla fine degli anni '80 di studi randomizzati e
controllati verso placebo del trattamento farmacologico in pazienti ipertesi,
comprendenti in prevalenza pazienti adulti, avevano dimostrato che una riduzione
di 5-6 mm Hg della pressione diastolica e di 10-12 mm Hg di quella sistolica è
associata ad una diminuzione da un terzo alla metà degli eventi cerebrovascolari.[193]
L'entità della prevenzione degli eventi ictali nei pazienti ipertesi in funzione
dell'abbassamento dei valori pressori è stata quella prevista in base agli studi
osservazionali, anche se gli studi di intervento hanno avuto una durata media di
5 anni contro i 10 anni di durata media degli studi osservazionali.
L’ipertensione rimane un fattore di rischio importante anche in età avanzata,
dal momento che il 66% degli ictus si verifica in soggetti ipertesi al di sopra
degli 80 anni. Tuttavia fino alla fine degli anni '80 solo due studi erano stati
eseguiti in anziani ipertesi,[194,
195] mentre negli altri studi i circa
2·000 anziani ipertesi studiati non erano stati analizzati separatamente.
Tuttavia, poiché non sembrava esservi alcuna eterogeneità tra gli effetti nei
pazienti anziani ed in quelli più giovani era lecito presumere un beneficio del
trattamento antipertensivo anche nell'anziano iperteso, anche se l'entità del
beneficio stesso era di difficile valutazione.
Agli inizi degli anni '90 sono stati pubblicati tre studi sugli anziani
ipertesi,[196,
197,
198] e pertanto è stato possibile eseguire una metanalisi complessiva su
oltre 47·000 pazienti ipertesi,[199] dei
quali 12·483 erano anziani (>60 anni) e valutati in 5 studi. Negli studi
condotti esclusivamente negli anziani ipertesi l'età media era di 21 anni più
alta, la componente di sesso femminile era maggiore, la pressione sistolica
all'ingresso era circa 18 mm Hg più alta e quella diastolica circa 11 mm Hg più
bassa. La durata media del trattamento dei pazienti anziani è stata 4,9 anni e
la pressione sistolica era circa 13 mm Hg e la diastolica circa 6 mm Hg più
bassa nei pazienti trattati rispetto al gruppo di controllo alla fine dello
studio.
Nella popolazione totale (adulti ed anziani) degli ipertesi randomizzati agli
studi (47·653) vi furono 1·360 ictus nei 2-3 anni successivi. La riduzione
dell'incidenza degli ictus nei pazienti trattati è stata del 38%, con effetti
molto simili nei 17 studi considerati. La riduzione relativa è stata
sovrapponibile per gli ictus mortali e non-mortali, indipendentemente dalla
pressione diastolica all'ammissione e dall'età superiore a 60 anni ed infine è
stata osservata sia per la prevenzione primaria che per quella secondaria.
Un recente riesame dei dati dello studio SHEP ha dimostrato una progressiva
riduzione del NNT al crescere del rischio cardiovascolare globale, calcolato
sulla base di età, sesso, abitudine al fumo, presenza di diabete ed
ipercolesterolemia.[200] Nei soggetti nel
quartile a maggior rischio, il vantaggio del trattamento era – in prevenzione
primaria – dello stesso ordine di grandezza di quello osservato in pazienti che
già avevano avuto eventi cardiovascolari maggiori. Il beneficio assoluto sugli
ictus è stato direttamente proporzionale al rischio assoluto ed il beneficio
maggiore è stato osservato nei pazienti con un precedente evento
cerebrovascolare, seguito da quello nei pazienti con età oltre 60 anni e nei
pazienti con pressione diastolica >115 mm Hg.
Negli ultimi anni sono stati pubblicati tre studi su
anziani affetti prevalentemente da ipertensione sistolica isolata e trattati con
un calcio-antagonista diidropiridinico come farmaco di primo impiego.[201,
202,
203] In tutti gli studi vi è stata una significativa riduzione
dell'incidenza degli ictus rispetto al gruppo trattato con placebo, in parallelo
ad una maggiore riduzione dei valori pressori.
In conclusione il trattamento antipertensivo nei soggetti adulti ed anziani
basato su diuretici, beta-bloccanti o calcio-antagonisti diidropiridinici è in
grado di ridurre i valori pressori elevati e migliorare la prognosi
cardiovascolare rispetto al placebo.
Una metanalisi degli studi randomizzati di pazienti trattati con
ACE-inibitori o calcio-antagonisti verso controlli trattati con placebo
(indipendenti dallo scopo o meno di ridurre i valori pressori e dalla pressione
arteriosa basale normale od elevata) ha evidenziato una riduzione dell'incidenza
di ictus del 30% con gli ACE-inibitori e del 39% con i calcio-antagonisti.[204]

7.2.1.1.1 Confronto degli effetti sull'ictus della terapia antipertensiva basata
su diuretici o beta-bloccanti in pazienti ipertesi
Tutti gli studi farmacologici effettuati, con l'eccezione dei tre studi
pubblicati più recentemente,[201,
202,
203]201,202,203 erano basati sull'impiego dei diuretici nella maggioranza
dei pazienti ed in grado minore dei beta-bloccanti. In quattro studi sono stati
confrontati gli effetti del trattamento con diuretici o con beta-bloccanti
sull'incidenza degli ictus,[198,
205,
206, 207] ed anche se vi è una
tendenza verso migliori risultati con il trattamento basato sul diuretico, il
numero totale di ictus osservati in questi studi era relativamente basso e gli
intervalli di confidenza ampi e pertanto non è stato possibile concludere se
esiste una differenza clinicamente importante, nell'entità del beneficio di
queste due classi di farmaci sull'ictus.

7.2.1.1.2 Confronto degli effetti sull'ictus della terapia antipertensiva con
farmaci tradizionali o con nuovi farmaci
La metanalisi degli studi di intervento farmacologico in pazienti ipertesi
per stabilire eventuali differenze sia tra le diverse classi di farmaci sia per
gli effetti sui diversi endpoint del trattamento (Blood Pressure
Lowering Treatment Trialists Collaboration) pubblicata nel 2000 [204]
è stata recentemente aggiornata nel 2003. Sono stati valutati gli effetti di
strategie terapeutiche basate su ACE inibitori, calcio antagonisti, inibitori
dell’angiotensina II (non presenti nella precedente metanalisi) e
diuretici/beta-bloccanti o gli effetti dei farmaci su sei esiti predefiniti fra
cui ictus, morte cardiovascolare e mortalità totale.[208]
Sono state effettuate 7 analisi disegnate prospetticamente con dati provenienti
da 29 studi randomizzati su 162·341 pazienti. I criteri d’inclusione degli
studi, gli endpoint primari e le ipotesi principali erano specificate
prima che fossero noti i risultati di ciascuno studio. Negli studi controllati
verso placebo l’ictus è stato ridotto significativamente del 28% dagli ACE
inibitori e del 38% dai calcio antagonisti, mentre il raggiungimento di
obiettivi pressori più bassi con un trattamento antipertensivo più aggressivo ha
ridotto l’incidenza di ictus del 23%. Rispetto ai pazienti trattati con i
farmaci tradizionali diuretici e beta-bloccanti, quelli randomizzati agli
ACE-inibitori hanno evidenziato una maggiore incidenza (non significativa) di
ictus (9%), mentre con i calcio-antagonisti e gli antagonisti dei recettori AT1
dell'angiotensina II si è osservata una minore incidenza di ictus (-7% o -21%
rispettivamente). Le differenze di rischio di ictus ottenute con le varie classi
di farmaci sono risultate direttamente correlate con le differenze fra valori
pressori raggiunti nei vari studi. Questa metanalisi dimostra quindi che le
varie categorie di farmaci antipertensivi riducono il rischio di ictus e che
maggiore è la riduzione di pressione arteriosa, maggiore è l’effetto sul
rischio.

7.2.1.2 Confronto degli effetti dei farmaci antipertensivi nei pazienti ad alto
rischio cardiovascolare
Gli effetti dei farmaci antipertensivi sulla prevenzione cardiovascolare sono
stati confrontati tra di loro in studi randomizzati su pazienti solo ipertesi od
anche normotesi, tutti ad elevato rischio cardiovascolare per la presenza di
fattori di rischio o patologie associate oltre all'eventuale ipertensione.

7.2.1.2.1 Soggetti ipertesi ad alto rischio cardiovascolare
In 8 studi (INSIGHT, UKPDS, LIFE, ALLHAT, INVEST, CONVINCE. VALUE e
ASCOT-BPLA) sono stati confrontati tra di loro gli effetti di farmaci
antipertensivi in pazienti ipertesi ad alto rischio cardiovascolare. Nel
confronto tra farmaci attivi in pazienti ipertesi ad alto rischio
cardiovascolare non si è rilevata una differenza costante e clinicamente
rilevante nell’incidenza degli eventi cardiovascolari quando i valori pressori
sono stati ridotti a livelli simili, con l’eccezione dello studio LIFE che ha
evidenziato una minore incidenza di eventi cardiovascolari e di ictus col
trattamento con losartan, un AT1-antagonista, rispetto al
beta-bloccante atenololo.
Studio INSIGHT
Nello studio INSIGHT sono stati randomizzati 6·321 pazienti ipertesi con
almeno un altro fattore di rischio per la malattia aterosclerotica.[209]
Nel gruppo di pazienti trattati con la formulazione GITS della nifedipina
l'incidenza degli ictus mortali e non-mortali non è stata significativamente
diversa rispetto al gruppo trattato con l'associazione
idroclorotiazide-amiloride ed anche i valori pressori sono stati ridotti agli
stessi livelli nei due gruppi.
Studio UKPDS
In questo studio,[210] un sottogruppo
di 758 pazienti ipertesi con diabete mellito tipo 2 è stato randomizzato ad un
più marcato controllo dei valori pressori (obiettivo: pressione <150/85 mm Hg)
ed il confronto tra un ACE-inibitore, captopril, ed un beta-bloccante, atenololo,
ha evidenziato che per simili valori pressori finali (144/83 mm Hg con captopril
e 143/81 mm Hg con atenololo) l'incidenza di ictus nei due gruppi non è stata
statisticamente diversa (+12% con captopril, non significativa).
Studio
LIFE
In questo studio,[211]
9·193 pazienti di età compresa fra i 55 e 80 anni, affetti da ipertensione
essenziale (pressione arteriosa in posizione seduta 160-200/95-115 mm Hg) e con
segni elettrocardiografici di ipertrofia ventricolare sinistra, sono stati
randomizzati a trattamento con losartan (50 mg iniziali, aumentabili sino a 100
mg) o atenololo (50 mg iniziali, aumentabili sino a 100 mg), per un periodo di
almeno 4 anni. Lo studio ha dimostrato una significativa riduzione degli ictus
fatali e non fatali nel gruppo in trattamento attivo (10,8 per 1·000
pazienti-anno vs 14,5 per 1·000 pazienti-anno; OR 0,75; IC95
0,63-0,89 P<0,001, NNT 59). Per l’endpoint primario composito (morte
cardiovascolare, infarto miocardio e ictus) si è osservata una riduzione
complessiva del 13% (P=0,021) del rischio relativo con il losartan rispetto all’atenololo.
Questo risultato è apparso leggermente più consistente, pari al 14,6% (P=0,009)
in assenza dell’aggiustamento per il punteggio di rischio di Framingham e per i
criteri ECG di ipertrofia ventricolare sinistra al basale (OR 0,87; IC95
0,.77-0,98, P<0,021, –13% endpoint primario composito, NNT 56). La
riduzione della pressione arteriosa non differiva nei due trattamenti (losartan
30,2/16,6 mm Hg; atenololo 29,1/16,8 mm Hg).
Studio ALLHAT
Questo è attualmente il più ampio studio di confronto tra farmaci
antipertensivi in pazienti ipertesi (oltre 42·000).[212]
Lo studio era finalizzato al confronto di un farmaco tradizionale, il diuretico
clortalidone, verso farmaci più recenti: l'alfa-bloccante doxazosina, il
calcio-antagonista diidropiridinico amlodipina e l'ACE-inibitore lisinopril. Il
braccio di confronto clortalidone-doxazosina è stato interrotto precocemente per
un aumento del rischio cardiovascolare, un endpoint secondario dello
studio, nei pazienti trattati con l'alfa1-bloccante,[213]
mentre i risultati degli altri due bracci dello studio sono stati pubblicati nel
dicembre 2002.[212] I risultati di questo
studio su oltre 33·000 pazienti ipertesi con almeno un altro fattore di rischio
per la malattia aterosclerotica, hanno evidenziato una simile incidenza di ictus
nei pazienti trattati col diuretico o con il calcio-antagonista, mentre
l'incidenza di ictus è stata più alta (+12%, statisticamente significativa) nei
pazienti trattati con ACE-inibitore rispetto al gruppo diuretico. Tuttavia la
pressione sistolica nei pazienti che hanno avuto il trattamento con lisinopril
come farmaco di base, specialmente negli ipertesi afro-americani, è stata in
tutto il periodo dello studio più bassa (2 mm Hg) e questa differenza può
spiegare nella popolazione totale la differenza nella incidenza di ictus, tra
gruppo ACE-inibitori e gruppo diuretico.
Pertanto la diversità dei valori pressori finali non permette di giungere
ad una conclusione, su proprietà ancillari di una classe di farmaci rispetto
alle altre, mentre è fuori discussione lo scopo principale che è quello di
ridurre i valori pressori. Questo ultimo punto è confermato anche dai risultati
della metanalisi,[204] di una minore
incidenza di ictus (-20%) quando il trattamento antipertensivo è stato più
efficace (144/82 verso 154/87 mm Hg).
Studio
INVEST
In questo ampio studio su 22·576 pazienti ipertesi con cardiopatia coronarica
è stato confrontato l’effetto di un trattamento basato sul calcio-antagonista
verapamil o sul beta-bloccante atenololo sull’endpoint primario composto
di mortalità totale ed infarto miocardico o ictus non-mortali, mentre i tre
componenti considerati singolarmente erano gli endpoint secondari
maggiori.[214] La pressione arteriosa
sistolica e quella diastolica sono state ridotte di 18,7 e 10,2 mm Hg nel gruppo
trattato col calcio antagonista e di 19,0 e 10,2 mm Hg nel gruppo randomizzato
al beta bloccante e la pressione sistolica e diastolica sono state abbassate
mediamente al di sotto di 140 e 90 mm Hg rispettivamente. L’incidenza dell’endpoint
primario combinato e dei singoli componenti non è risultata statisticamente
diversa nei due gruppi: in particolare il rischio relativo di ictus era non
significativamente inferiore nei pazienti randomizzati al trattamento con il
calcio-antagonista.
Studio CONVINCE
Un totale di 16·602 soggetti ipertesi e con uno o più fattori di rischio
addizionali per le malattie cardiovascolari sono stati randomizzati al
trattamento con la formulazione COER di verapamil assunto alla sera o con
atenololo o diuretico assunto al mattino.[215]
Le riduzioni della pressione sistolica (-13,6 e –13,7 mm Hg) e della diastolica
(-7,8 e –7,1 mm Hg) sono state simili rispettivamente con verapamil e
diuretico/beta-bloccante. L’incidenza dell’endpoint primario composito
(ictus, infarto miocardico, morte cardiovascolare) non è stata statisticamente
differente nei due gruppi (RR 1,02), come pure quella dell’infarto miocardico (RR
0,82 NS) e dell’ictus (RR 1,15 NS) nei pazienti trattati col calcio antagonista
o diuretico/beta-bloccante.
Studio VALUE
In questo studio di confronto tra un trattamento antipertensivo basato su un
AT1-antagonista, il valsartan, ed un calcio-antagonista
diidropiridinico, la amlodipina, sono stati arruolati oltre 15·000 pazienti
ipertesi ad alto rischio cardiovascolare per fattori di rischio associati (ipercolesterolemia,
diabete mellito, fumo, proteinuria, ed ipertrofia ventricolare sinistra) o
patologie associate (coronaropatia, ictus, vasculopatia o ipertrofia
ventricolare sinistra con segni elettrocardiografici di sovraccarico).[216]
La pressione arteriosa basale con il 92% degli ipertesi in trattamento, era
155/87 mm Hg. Alla fine del follow-up di altri 4 anni i valori pressori
sono scesi significativamente in entrambi i gruppi, anche se il controllo finale
pressorio sistolico e diastolico è stato migliore nei pazienti trattati con
amlodipina rispetto a quelli che assumevano valsartan (-2,1/-1,7 mm Hg) e
particolarmente evidente nella fase iniziale dello studio. I risultati dello
studio hanno sancito una sostanziale parità tra i due regimi terapeutici sull’endpoint
combinato primario e sulla mortalità per tutte le cause. Tra gli endpoint
secondari, l’ictus ha mostrato un risultato complessivo favorevole nei pazienti
trattati con amlodipina rispetto a quelli trattati con valsartan, che è
sostanzialmente riconducibile ad una più pronta riduzione dei valori pressori e
della incidenza di ictus nei primi 3 mesi di trattamento. Questa differenza
nella incidenza di ictus diminuisce od addirittura si inverte a favore del
valsartan quando la differenza pressoria è minore o si annulla completamente.
Studio
ASCOT-BPLA
Questo braccio (Blood Pressure Lowering Arm) dello studio ASCOT (Anglo-Scandinavian
Cardiac Ourtomes Trial)[217] è stato
condotto su 19·257 soggetti di età compresa fra i 40 e 79 anni, affetti da
ipertensione e con almeno altri tre fattori di rischio cardiovascolare
(ipertrofia ventricolare sinistra, altre anormalità specificate all’ECG, diabete
di tipo 2, arteriopatia periferica, pregresso ictus o TIA, sesso maschile, età
≥55 anni, microalbuminuria o proteinuria, fumo
attuale, rapporto colesterolo totale/HDL ≥6,
familiarità per patologia coronarica precoce). I pazienti sono stati
randomizzati al trattamento con amlodipina 5-10 mg/die + perindopril 4-8 mg/die
come necessario, vs atenololo 50-100 mg/die + benzoflumetrazide 1,25-2,5 mg/die
come necessario, per una durata media di 5 anni. Il trattamento era condotto in
aperto, mentre gli endpoint erano valutati in cieco. Lo studio è stato
interrotto prematuramente su raccomandazione del Data Safety Monitoring Board,
che ha osservato un eccesso di esiti negativi, inclusa mortalità per qualsiasi
causa, nel gruppo trattato con atenololo+benzoflumetrazide. Non si sono rilevate
differenze significative nell’endpoint primario composito (coronaropatia
letale+infarto non letale incluso infarto silente) con hazard ratio (HR) per
amlodipina+ perindopril vs atenololo+benzoflumetrazide pari a 0,90; IC95
0,79-1,02. Anche la differenza di calo pressorio osservato vs il basale non
differiva in maniera sostanziale, rispettivamente, –27,5±21,1/–17,1±11,3 mm Hg
vs –25,7±22,3/–15,6±11,6 mm Hg. Tra i molti endpoint secondari esaminati
viene riportato anche l’ictus fatale e non fatale, che presenta una HR non
aggiustata per amlodipina+perindopril vs atenololo+benzoflumetrazide pari a
0,77 (IC95 0,66-0,89; P=0,003 da considerare con solo significato
descrittivo trattandosi di endpoint secondario osservato in assenza di
effetto sull’endpoint primario). La riduzione assoluta di rischio
risulterebbe pari a 1% in 5 anni (NNT: 100; IC95 65-223). Tuttavia
non è ancora possibile attribuire un chiaro significato a questa osservazione.
Lo studio ha confrontato due associazioni completamente diverse in pazienti
eterogenei per combinazioni di fattori di rischio (anche se omogenei per ciascun
fattore considerato individualmente). In effetti, la HR per ictus diventa pari a
0,87 (IC95 0,73-1,05) quando multivariata per pressione sistolica,
valori di colesterolo HDL, trigliceridi, potassio, glicemia, frequenza cardiaca
e peso corporeo.[218] Resta poi da
valutare l’impatto eventuale del trattamento in aperto, quello dell’11% di
pazienti in prevenzione secondaria anziché primaria di ictus, nonché quello
della presenza del 27% di soggetti diabetici ad alto rischio in entrambi i
bracci, quindi anche in quello trattato con betabloccante+diuretico che non sono
considerati i trattamenti di prima scelta in tali soggetti.[219]
Mentre si conferma che la riduzione della pressione arteriosa comunque ottenuta
è un fattore rilevante nella riduzione del rischio di ictus, resta da
determinare se alcune classi di antipertensivi sono più indicate di altre in
particolari profili di pazienti.

7.2.1.2.2 Soggetti ipertesi e normotesi ad alto rischio cardiovascolare
In tre studi (HOPE, EUROPA ed ACTION) sono stati confrontati gli effetti
sulla prevenzione primaria di eventi cardio- e cerebrovascolari di un
trattamento antipertensivo verso placebo, in aggiunta alla terapia standard, in
pazienti ipertesi e normotesi ad alto rischio cardiovascolare.
I risultati degli effetti di un trattamento antipertensivo verso placebo,
entrambi in aggiunta alla terapia standard, in pazienti normotesi ed ipertesi ad
alto rischio cardiovascolare non sono stati uniformi. Infatti i risultati
positivi sulla prevenzione cerebrovascolare ottenuti nello studio HOPE con l’ACE-inibitore
Ramipril (e solo in parte riconducibile ad una riduzione dei valori pressori),
non sono stati confermati con un altro ACE-inibitore (perindopril nello studio
EUROPA) o con un calcio-antagonista diidropiridinico (nifedipina crono nello
studio ACTION).
Studio HOPE
Lo studio HOPE è una ricerca su pazienti ad alto
rischio per malattia aterosclerotica (pregressa malattia cardiovascolare
oppure diabete mellito più almeno un altro fattore di rischio aterosclerotico),
nel quale circa il 50% dei 9·297 pazienti arruolati era affetto da
ipertensione arteriosa. L'aggiunta di un ACE-inibitore, ramipril, rispetto al
placebo alla precedente terapia standard ha permesso di ridurre del 22% (dal
17,8% al 14,0%; RR 0,78, IC95 0,70-0,86; P<0,001) l'incidenza dell'endpoint
primario compositto (morte cardiovascolare, infarto miocardico od ictus) e del
32% il rischio di ictus; riduzioni che, secondo gli autori dello studio, sono
solo in parte giustificate dalla maggiore riduzione pressoria (3/1 mm Hg), [220]
anche se la pressione arteriosa non è stata adeguatamente controllata nel
follow-up; tuttavia i risultati di un sottogruppo di pazienti dello studio
HOPE sottoposti a monitoraggio della pressione hanno evidenziato differenze
pressorie più accentuate tra i pazienti trattati con ramipril rispetto ai non
trattati con l’ACE-inibitore.
Una successiva analisi degli stessi dati, specifica per l'ictus,[221]
ha rilevato che si riduce significativamente il rischio sia degli ictus fatali (RR:
0,39; IC95: 0,22-0,67) sia di quelli non fatali (RR: 0,76; IC95:
0,61-0,94). Nell'analisi per sottotipi di ictus, si rileva una diminuzione
significativa degli ictus ischemici (RR: 0,64; IC95 0,50-0,82). Viene
confermato anche in questa analisi per sottogruppi che l'effetto del ramipril
sulla riduzione del rischio di ictus si manifesta anche nei soggetti nei quali
la normalizzazione della pressione era già stata ottenuta con altri agenti
antipertensivi.
Studio
EUROPA
In questo studio, 12·218 pazienti ad alto rischio cardiovascolare per
pregresso infarto miocardico, coronaropatia positiva per stenosi, precedente
rivascolarizzazione coronarica o test da sforzo positivo sono stati randomizzati
ad un trattamento con l’ACE-inibitore perindopril o con placebo, in aggiunta
alla terapia standard e seguiti per 4 anni.[222]
Circa 1/4 dei pazienti erano anche ipertesi, 2/3 dislipidemici e poco oltre il
10% affetti da diabete mellito. Il valore pressorio medio basale era 137/82
mm Hg con riduzione a 128/78 mm Hg alla fine del follow-up. L’endpoint
primario combinato di mortalità cardiovascolare, infarto miocardico non mortale
ed arresto cardiaco è stato del 20% significativamente inferiore nel gruppo
randomizzato al perindopril rispetto al placebo. L’ictus è stato infrequente e
non significativamente diverso nei gruppi (1,6% con perindopril e 1,7% con
placebo).
Studio ACTION
Un’ampia popolazione di 7·665 pazienti normotesi ed ipertesi con cardiopatia
ischemica stabile (pregresso infarto miocardico, precedente rivascolarizzazione
coronarica, o coronaropatia senza infarto miocardico o rivascolarizzazione), in
trattamento ottimale con anti-anginosi, ipolipemizzanti, ACE-inibitori, ASA
e beta-bloccanti, è stata randomizzata al trattamento con nifedipina crono 30
mg/die o placebo con un follow-up di 5 anni.[223]
La pressione arteriosa basale era ben controllata (<140/90 mm Hg) e nel gruppo
trattato con nifedipina crono vi è stata una riduzione sia della pressione
sistolica che della diastolica (-6/-3 mm Hg). L’incidenza dell’endpoint
primario combinato (mortalità totale, infarto miocardico, scompenso cardiaco,
ictus debilitante, angina refrattaria, procedure di rivascolarizzazione
periferica) non è risultata significativamente diversa nei due gruppi. Inoltre
non si sono osservati effetti negativi della nifedipina sull’infarto miocardico
e sullo scompenso cardiaco. L’incidenza di ictus, definito come evento
disabilitante, è stata ridotta del 22%, ma non significativamente, come
conseguenza della riduzione pressoria. Con criteri meno stringenti e popolazione
più ampia tale riduzione sarebbe potuta essere significativa.

7.2.2 Terapia antitrombotica nelle cardiopatie
7.2.2.1 Infarto miocardico
L'incidenza di trombosi murale dopo infarto miocardico acuto ed il rischio di
ictus in fase acuta, in era pre-trombolitica rispettivamente circa del 20%-30% e
del 5%-10%, dopo la introduzione della terapia trombolitica, e più di recente
anche per il sempre più largo impiego di potenti farmaci antitrombotici
(eparina, inibitori glicoproteina IIb-IIIa, clopidogrel) in associazione al
trattamento di rivascolarizzazione primaria per via percutanea, si sono
drammaticamente ridotti. Nel post-infarto gli anticoagulanti orali, gli
antiaggreganti piastrinici e le statine si sono dimostrati in grado di prevenire
un ictus. Alcuni studi condotti negli anni '60-70 [224]
hanno dimostrato l'efficacia del warfarin (INR stimato fra 1,5 e 2,5) nella
riduzione del rischio di ictus dopo infarto miocardico, dati confermati da studi
più recenti.[225,
226] Una revisione di questi studi ha
evidenziato che valori di INR compresi fra 2,5 e 4,8 si associano peraltro ad un
aumento del rischio di ictus emorragici, mentre l'incidenza di ictus ischemico
non risulta statisticamente differente in pazienti trattati con terapia
anticoagulante a dosaggio fisso (warfarin 3 mg/die) o basso (INR <2,0) in
associazione ad ASA, rispetto al solo ASA.[224]
Viene quindi comunemente raccomandato un range di INR compreso fra 2,0 e
3,0 con un obiettivo ideale di 2,5.[227]
L'indicazione alla terapia anticoagulante andrebbe riservata ai pazienti con
documentati eventi embolici, fibrillazione atriale, marcata riduzione della
frazione di eiezione ventricolare sinistra specie in caso di esteso infarto
della parete anteriore in presenza o meno di trombosi ventricolare sinistra.[228]
La metanalisi condotta dall'Antiplatelet Trialists' Collaboration nel
2002 concluse che in pazienti con pregresso infarto miocardico (18·788 pazienti,
in 12 studi) i farmaci antipiastrinici riducevano il rischio di ictus non fatale
di 5±1 casi per 1·000 trattati ( P=0,002); il rischio di recidive di infarto
miocardio non fatale di 18±3 casi per 1·000 (P<0,0001) e le morti vascolari di
14±4 casi per 1·000 (P=0,0006).[229] Le linee guida AHA /ASA suggeriscono l’impiego di
un’associazione ASA /warfarin nei pazienti con residua trombosi
ventricolare sinistra.[55]
In pazienti con sindrome coronarica acuta l'associazione di clopidogrel (dose
di carico di 300 mg seguita da 75 mg/die) con ASA (dose da 75 a 325 mg/die) per
un periodo di tempo compreso fra 3 e 12 mesi si associava ad una riduzione
significativa di un endpoint composito (morte, reinfarto miocardico non
fatale, ictus) rispetto all'ASA da solo, mentre non è stata osservata una
significativa riduzione del rischio di ictus considerato isolatamente (1,2% nei
pazienti trattati con clopidogrel rispetto all'1,4% del placebo (RR=0,93, IC95
0,82-1,04).[230]

7.2.2.2 Malattie valvolari cardiache
La malattia reumatica ed in particolare la valvulopatia
mitralica ha rappresentato per molto tempo la causa più frequente di
fibrillazione atriale. In casistiche derivate da centri cardiochirurgici il 45%
dei pazienti con stenosi mitralica ed il 75% di quelli con insufficienza
mitralica avevano una fibrillazione atriale in confronto all'1% dei pazienti con
stenosi aortica. L'incidenza di eventi embolici nella valvulopatia mitralica
reumatica è di circa il 10% in pazienti in ritmo sinusale ma aumenta di 3-4
volte in presenza di fibrillazione atriale.[231]
La presenza di trombosi in atrio sinistro è stata dimostrata nei pazienti con
stenoinsufficienza mitralica nel 56% dei pazienti con fibrillazione atriale
rispetto al 10% dei pazienti in ritmo sinusale. L'elevato rischio di embolia
associato alla presenza di trombosi atriale anche in pazienti in ritmo sinusale
suggerisce l'indicazione alla terapia anticoagulante.[232]
Un gruppo a rischio particolarmente elevato sono i pazienti con pregresso evento
embolico in cui il rischio di recidiva è anche del 60% nei 12 mesi che seguono
il primo evento. Tutta una serie di studi non randomizzati ha chiaramente
dimostrato l'efficacia della terapia anticoagulante nel ridurre il rischio di
embolia in pazienti con valvulopatia reumatica. Recentemente è stato dimostrato
che la terapia anticoagulante cronica è in grado di provocare la scomparsa di
trombosi atriale dimostrata con ecocardiografia transesofagea nel 62% dei
pazienti trattati per un periodo medio di 34 mesi.[233]
Le linee guida pubblicate dall'ACCP [232]
suggeriscono l'impiego della terapia anticoagulante a lungo termine con INR fra
2 e 3 in pazienti con valvulopatia mitralica reumatica, fibrillazione atriale
e/o pregresso episodio embolico. L'associazione con ASA (dose tra 75 e 100 mg/die)
è indicata in pazienti con recidive emboliche durante trattamento anticoagulante
in range terapeutico.[55] La
terapia anticoagulante è consigliata anche in pazienti con valvulopatia
reumatica, ritmo sinusale e diametro atriale >55 mm. L’embolia sistemica è
un’indicazione primaria alla correzione chirurgica del vizio valvolare.[234]
Sebbene risultati emodinamici simili possano essere ottenuti con la
valvuloplastica percutanea, questa procedura di per sé non sembra in grado di
ridurre il rischio embolico.[233] La
terapia anticoagulante è quindi indicata in tutti i pazienti con stenosi
mitralica, sottoposti o meno a trattamento chirurgico o per via percutanea.
Lo studio NASPEAF (National Study for Prevention of Embolism in Atrial
Fibrillation) ha recentemente riportato che la terapia di associazione fra
warfarin a dosaggio di moderata intensità (range INR 1,4-2,4) e triflusal,
un inibitore della cicloossigenasi, sarebbe più efficace nel ridurre il rischio
di eventi vascolari rispetto alla terapia anticoagulante orale condotta con
range di INR fra 2 e 3.[235]
Sebbene in pazienti con prolasso della mitrale sia stata riportata
un'associazione con TIA o ictus più elevata rispetto alla popolazione generale,
tuttavia il rischio stimato nella popolazione adulta è di 1 evento per 6·000
pazienti per anno. Le linee guida dell'ACCP [232]
consigliano l'impiego di profilassi con ASA (50-162 mg/die) in pazienti con
prolasso della mitrale solo quando si è avuto un evento ischemico cerebrale
documentato in assenza di qualsiasi altra causa predisponente. La terapia
anticoagulante è riservata a soggetti che abbiano recidiva di TIA ovvero un
ictus senza altre cause dimostrabili (INR consigliato fra 2,0 e 3,0). Alcuni
studi hanno riportato una più elevata incidenza di ictus in pazienti con
calcificazione dell’annulus mitralico.[236]
Questa condizione è più frequente nel sesso femminile e si associa ad un grado
variabile di insufficienza valvolare mitralica. Sebbene la maggior parte degli
eventi cerebrali siano da ricondurre a fenomeni tromboembolici, talvolta è stata
descritta l’embolizzazione di materiale fibrocalcifico dall’annulus
valvolare. Non esistendo motivi razionali per cui si possa pensare che la
terapia anticoagulante possa prevenire eventi embolici di materiale
fibrocalcifico, in assenza di studi randomizzati le linee guida americane
suggeriscono l’impiego del warfarin con range terapeutico 2,0-3,0 solo in
pazienti con calcificazione dell’annulus e pregressi eventi
cerebrovascolari.[55] Qualora in un
paziente in ritmo sinusale sia dimostrabile l’origine fibrocalcifica del
materiale embolico, il rischio emorragico della terapia anticoagulante può
essere superiore ai potenziali benefici. In presenza di eventi embolici
ricorrenti deve essere presa in considerazione la sostituzione valvolare.
Un'embolizzazione sistemica da microtrombi o da materiale calcifico viene
riportato sempre con maggiore frequenza in particolare in pazienti con grave
stenosi aortica calcifica.[237] Gli
emboli calcifici, per le loro piccole dimensioni, sono assai spesso clinicamente
silenti e, in assenza di fibrillazione atriale, non esistono al momento
indicazioni ad alcun trattamento di profilassi primaria. Le linee guida dell’AHA/ACC
suggeriscono nella stenosi aortica isolata in ritmo sinusale una profilassi
antiaggregante solo per pazienti con pregresso ictus ischemico o TIA.[238]

7.2.2.3 Fibrillazione atriale non valvolare
La fibrillazione atriale ha
presentazione clinica assai eterogenea. Attualmente possono essere distinti in
accordo alla definizione della linee guida dell'ACC/AHA una fibrillazione
atriale di prima diagnosi, della quale possono essere anamnesticamente
individuati o meno i tempi di comparsa, una parossistica, una forma persistente
ed una permanente.[238] Questa
definizione dovrebbe essere applicata a fibrillazione atriale non correlata ad
una causa potenzialmente reversibile (infarto miocardico, intervento
cardiochirurgico, embolia polmonare, ipertiroidismo etc.). Circa il 20% dei
pazienti con fibrillazione atriale di nuova diagnosi risulta del tutto
asintomatico. La forma parossistica è caratterizzata da una risoluzione
spontanea entro 7 giorni dalla diagnosi. Quando un paziente ha avuto due o più
episodi di fibrillazione atriale parossistica l'aritmia viene definita
ricorrente. Se la fibrillazione atriale dura più di 7 giorni e recede con
terapia farmacologica o cardioversione elettrica si parla di fibrillazione
atriale persistente. Questa situazione può rappresentare la prima manifestazione
clinica o l'evoluzione di episodi di fibrillazione atriale parossistica. Fra le
forme persistenti possono essere incluse forme aritmiche di lunga durata (>1
anno) in cui non è stata tentata o era controindicata la cardioversione: in
questo caso l’aritmia si definisce fibrillazione atriale permanente.
La durata della fibrillazione riveste importanza critica quando viene
considerata l'ipotesi di una cardioversione (elettrica o farmacologica)
dell'aritmia. In assenza di profilassi antitrombotica la cardioversione si
associa ad un rischio non trascurabile di eventi cardioembolici (dall'1% al
5,6%) e questo è direttamente correlato alla durata dell'aritmia, divenendo
significativo oltre le 48 ore dall'esordio della sintomatologia. L'embolia può
manifestarsi immediatamente dopo la cardioversione o rendersi evidente a
distanza di ore-giorni in concomitanza con la ripresa del'attività meccanica
atriale. Per la fibrillazione atriale di durata superiore a 48 ore o di durata
non determinabile le linee guida prevedono l'impiego della terapia
anticoagulante orale in range terapeutico (INR desiderato 2,5; range
2,0-3,0) per 3 settimane prima e per almeno 4 settimane dopo la cardioversione.[232]
Alternativamente la cardioversione può essere tentata dopo ecocardiografia
transesofagea che dimostri l'assenza di fattori di rischio tromboembolico
(trombosi atriale o auricolare sinistra, effetto ecocontrasto spontaneo) dopo
avere iniziato terapia con eparina per via endovenosa mantenendo un aPTT
compreso fra 50 e 70 sec seguita da trattamento anticoagulante per almeno 4
settimane (range INR fra 2,0 e 3,0). Qualora venga dimostrata dalla ETE
la presenza di trombi in atrio o auricola sinistra è consigliata la ripetizione
dell'esame transesofageo dopo 4 settimane di terapia anticoagulante prima del
tentativo di cardioversione.[232] Un
recente studio ha dimostrato la non inferiorità dell'eparina a basso peso
molecolare (enoxaparina) rispetto all'eparina non frazionata nella prevenzione
delle complicanze emboliche in pazienti sottoposti a cardioversione guidata da
ecocardiografia transesofagea.[239]
Ogni qualvolta si prenda in considerazione la cardioversione di una
fibrillazione atriale la cui durata sia superiore a 48 ore è quindi indicata una
profilassi antitrombotica, a meno che ci si trovi di fronte ad una condizione di
instabilità emodinamica in cui sia necessario eseguire una cardioversione
elettrica d'urgenza, ovvero quando l'aritmia è il principale responsabile di
scompenso cardiaco, ipotensione o angina, condizioni nelle quali comunque si
indica l'inizio immediato di terapia eparinica.
Anche se il ripristino del ritmo sinusale dovrebbe essere perseguito ogni
volta ritenuto possibile, tuttavia tre recenti studi hanno dimostrato che in
pazienti con fibrillazione atriale persistente trattati con terapia
anticoagulante la prognosi non è differente sia per quanto riguarda la mortalità
sia per quanto riguarda le complicanze cardioemboliche quando il controllo del
ritmo viene confrontrato con il controllo della frequenza cardiaca.[240,
241,
242] Lo studio AFFIRM (Atrial Fibrillation Follow-up Investigators of
Rhyhtm Management) [241] - il più
ampio dei tre - ha incluso 4·60 pazienti (tutti di età superiore a 65 anni,
circa il 70% ipertesi, il 40% affetto da cardiopatia ischemica) randomizzati ad
un trattamento che prevedeva il controllo del ritmo e ad uno che prevedeva il
controllo della frequenza cardiaca. A 5 anni il 35% dei pazienti assegnati al
gruppo di controllo della frequenza era in ritmo sinusale rispetto al 63% di
quelli in cui l'obiettivo era il controllo del ritmo. La terapia anticoagulante
era proseguita rispettivamente nell'85% e nel 70% nei due gruppi. La mortalità
non è risultata significativamente differente nei due gruppi, così come
sovrapponibile era l'incidenza di ictus, mentre risultava più elevato il numero
dei ricoveri ospedalieri e delle reazione avverse ai farmaci antiaritmici nel
gruppo assegnato al trattamento del ritmo. In entrambi i gruppi il rischio di
ictus ischemico era correlato alla sospensione o ad un non adeguato controllo -
INR medio inferiore a 2,0 - della terapia anticoagulante. Esistono due
principali motivi che possono spiegare perché la strategia di controllo del
ritmo non risulti più efficace di quella del controllo della frequenza nel
ridurre il rischio embolico. In primo luogo il rischio di recidiva di
fibrillazione atriale dopo cardioversione elettrica o farmacologica varia dal
40% al 60% a 12 mesi. Molti episodi inoltre possono essere parossistici e,
specie se di breve durata, solo 1 su 20 sintomatico. Inoltre nei pazienti
possono coesistere, indipendentemente dalla persistenza del ritmo sinusale,
altri fattori come ad esempio la presenza di ateromasia dell'aorta e dei vasi
epiaortici ovvero di disfunzione ventricolare sinistra.
Le linee guida congiunte dell'ACC/AHA e della Società Europea di Cardiologia
suggeriscono che non è dimostrabile un chiaro vantaggio in termini di riduzione
del rischio embolico e di sopravvivenza fra strategie che si propongono di
ottenere il controllo della frequenza cardiaca rispetto a quelle che hanno come
obiettivo il mantenimento del ritmo cardiaco.[238]
Il ruolo della terapia anticoagulante orale nella profilassi primaria del
cardioembolismo in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare (FANV) è
stato dimostrato con certezza in cinque ampi studi randomizzati, interrotti
anticipatamente dopo l'analisi ad interim a causa dell'evidente
superiorità della terapia anticoagulante,[243,
244,
245, 246,
247] e da circa altri venti studi
di più modeste dimensioni [238] che hanno
valutato in un totale oltre 20·000 pazienti l'efficacia della terapia
anticoagulante orale condotta con warfarin ad un livello di anticoagulazione
compreso globalmente fra un INR di 1,5 e 4,6. L’efficacia del warfarin è stata
confrontata direttamente con quella di ASA, al dosaggio rispettivamente di 75
mg/die nell'AFASAK,[243] e 325 mg/die
nello SPAF.[245]
I dati cumulati dei cinque studi citati sono stati analizzati in una
metanalisi,[248] allo scopo di
identificare le caratteristiche dei pazienti con FA a maggior rischio di ictus,
di stabilire l'efficacia del trattamento antitrombotico in particolari
sottogruppi di pazienti e di valutare globalmente l'efficacia ed i rischi della
terapia antitrombotica (in termini di incidenza di ictus ischemico e di
complicanze emorragiche maggiori). Il trattamento con warfarin si è mostrato in
grado di indurre una netta riduzione (68%, P<0,001) del rischio relativo di
ictus cardioembolico, con una riduzione assoluta del rischio di ictus dal 4,5%
per anno per i pazienti del gruppo di controllo all’1,4% per anno nei pazienti
trattati con terapia anticoagulante in range terapeutico. Alla
diminuzione del rischio di ictus si associava una riduzione pari al 33% del
rischio di morte (P<0,01) e pari al 48% dell'endpoint composito ictus,
embolia sistemica o morte (P<0,001). Tale beneficio era evidente in tutti gli
studi valutati e in tutti i sottogruppi di pazienti.
L’ASA, come indicano i risultati degli studi AFASAK [243]
e SPAF,[245] sebbene si sia dimostrato
significativamente superiore al placebo nel ridurre il rischio di ictus, risulta
tuttavia meno efficace della terapia con dicumarolici. I dati sulla efficacia di
altri farmaci antiaggreganti nella prevenzione dell'ictus sono limitati.
Recentemente sono stati pubblicati i risultati dello studio ACTIVE (Atrial
fibrillation Clopidogrel Trial with Irbesartan for Prevention of Vascular Events)
che ha dimostrato la minore efficacia della associazione clopidogrel-ASA
rispetto al warfarin nella profilassi degli eventi cerebrovascolari.[249]
Lo studio è stato interrotto prematuramente per la chiara superiorità del
trattamento anticoagulante (rischio annuo di ictus del 3,9% vs 5,0%
dell’associazione dei due farmaci antiaggreganti). Tale superiorità era ancora
più evidente nel sottogruppo che era già in terapia anticoagulante all’inizio
dello studio. La terapia antiaggregante può essere considerata un'alternativa in
quelle condizioni in cui il trattamento anticoagulante orale non è proponibile o
in cui il rischio embolico è contenuto e il rapporto rischio-beneficio della
terapia anticoagulante risulta eccessivo. Non esistono infine elementi che
suggeriscano una maggiore efficacia dell’associazione warfarin-ASA rispetto
alla sola terapia anticoagulante, mentre aumenta il rischio emorragico.
L'età rappresenta uno dei fattori di rischio principali di ictus in pazienti
con fibrillazione atriale. I dati dello studio SPAF II,[250]
nel quale sono stati randomizzati al trattamento con warfarin (INR 2-4,5) o con
ASA (325 mg/die) un totale di 1·100 pazienti affetti da FANV suddivisi in due
gruppi di età (>75 anni, n=385; ≤75 anni, n=715)
hanno confermato la maggiore efficacia del trattamento anticoagulante rispetto a
quello antiaggregante nella prevenzione dell'ictus ischemico e degli eventi
embolici sistemici. L'efficacia era maggiore nel gruppo di pazienti più anziani,
nel quale peraltro risultavano più frequenti anche le complicanze emorragiche.
Invece nello studio BAFTA (the Birmingham Atrial Fibrillation Treatment of
the Aged Study) condotto in 973 pazienti di età ³75
anni con fibrillazione atriale e randomizzati a warfarin (INR 2-3) o ASA 75 mg/die,
dopo un follow-up medio di 2,7 anni si è osservata una riduzione statisticamente
significativa dell'endpoint primario composito (ictus ischemico o emorragico
fatale o disabilitante, emorragia intracranica o embolia arteriosa clinicamente
rilevante) nei pazienti trattati con warfarin rispetto a quelli trattati con ASA
(ARR 2% per anno; IC95 0,7%-3,2%) mentre il rischio di emorragia
extracranica era sovrapponibile (ARR 0,2% per anno; IC95 -0,7% a
+1,2%).[318]
L'aumento del rischio emorragico in corso di terapia anticoagulante in
pazienti ultrasettantenni è stato riportato anche nello studio italiano ISCOAT.[251]
In tali pazienti il rischio di complicanze emorragiche sembrerebbe comunque
controbilanciato dal più elevato rischio di eventi tromboembolici, in modo tale
da rendere gli anticoagulanti orali la terapia di scelta nella prevenzione sia
primaria che secondaria.[252]
Sono stati proposti schemi di terapia anticoagulante a più bassa intensità
allo scopo di ridurre il rischio emorragico, tuttavia lo studio SPAF III,
condotto su pazienti ad alto rischio, ha dimostrato l'inefficacia di schemi
terapeutici con INR inferiore a 2. Nel gruppo trattato con anticoagulanti orali
a bassa intensità associati ad ASA 325 mg/die la percentuale di ictus su base
embolica è risultata significativamente più alta (7,9% per anno), rispetto a
quello dei pazienti trattati in modo da mantenere l'INR tra 2 e 3 (1,9% per
anno). Il tasso di emorragie maggiori è peraltro risultato simile in entrambi i
gruppi.[253]
La relazione fra l'intensità della terapia anticoagulante ed il rischio di
ictus ischemico è stato chiaramente definito da uno studio di Hylek e coll.
Nello studio, che ha seguito 13·559 pazienti con fibrillazione atriale non
valvolare, si sono manifestati 596 eventi ischemici dei quali il 32% durante
terapia con warfarin, 27% con ASA ed il rimanente 42% in assenza di trattamento
antitrombotico. Nei pazienti che assumevano warfarin il rischio relativo di
ictus grave era 1,9 volte superiore nei soggetti con INR inferiore a 2,0, mentre
il rischio di morte a 30 giorni era addirittura di 3,4 volte più elevato.[254]
Le recenti linee guida dell’AHA/ACC sulla prevenzione primaria dell’ictus
confermano che l’intensità ottimale della TAO per la prevenzione dell'ictus
nella fibrillazione atriale non valvolare è compresa fra INR 2,0 e 3,0;
l’efficacia si riduce significativamente quando l’INR scende sotto 2,0.[238]
Sebbene i risultati dei grandi studi clinici indichino chiaramente che la
terapia anticoagulante è più efficace della terapia antiaggregante ed in
particolare dell'ASA nel ridurre il rischio di ictus in pazienti con
fibrillazione atriale, tuttavia hanno anche dimostrato come il rischio di ictus
vari profondamente in relazione alle caratteristiche cliniche dei pazienti da
cui la necessità di criteri per stratificare la prognosi nel singolo paziente ai
fini della scelta della strategia terapeutica più indicata. Fattori quali l'età,
un pregresso evento cerebrovascolare, l'ipertensione, il diabete, lo scompenso
cardiaco, la coronaropatia e il sesso femminile sono fattori indipendentente
correlati con un più elevato rischio di ictus.
Sulla base dell'analisi dei dati dello studio i ricercatori dello SPAF hanno
selezionato tre categorie di rischio: alto, medio e basso. Erano considerati
pazienti ad alto rischio quelli che avevavo almeno una delle seguenti
caratteristiche: storia di pregresso TIA od ictus, donne di età >75 anni,
pazienti ipertesi di età >75 anni di entrambi i sessi, pazienti di tutte le età
con pressione sistolica >160 mm Hg. Erano classificati a rischio intermedio i
pazienti con storia di ipertensione ed età <75 anni ed i pazienti affetti da
diabete mellito. Erano infine classificati a basso rischio i pazienti che non
avevano caratteristiche di rischio né alto né intermedio. Uno schema di
stratificazione che integra i dati degli schemi AFI (Atrial Fibrillation
Investigators) e SPAF è l'algoritmo CHADS2 [255]
(Congestive heart failure, Hypertension, Age, Diabetes Mellitus, Stroke [Doubled])
descritto in dettaglio in
§ 6.4.3.
Il basso indice terapeutico della terapia anticoagulante e le numerose
interazioni farmacologiche hanno portato alla ricerca di strategie terapeutiche
alternative. Fra questi i più studiati sono gli inibitori della trombina. Lo
ximelagatran è un profarmaco che, somministrato per via orale, viene convertito
nell'inibitore selettivo della trombina melagatran. Due studi prospettici – lo
SPORTIF III [§ 6.4.3
.
Il basso indice terapeutico della terapia anticoagulante e le numerose interazioni farmacologiche hanno portato alla ricerca di strategie terapeutiche alternative. Fra questi i più studiati sono gli inibitori della trombina. Lo ximelogatran è un profarmaco che, somministrato per via orale, viene convertito nell'inibitore selettivo della trombina melagatran. Due studi prospettici - lo SPORTIF III [256] e lo SPORTIF V [257] - hanno
confrontato l'efficacia di una dose fissa di 36 mg due volte al giorno di
ximelagatran rispetto alla terapia anticoagulante con range di INR
compreso fra 2,0 e 3,0. Entrambi gli studi erano ideati per valutare la non
inferiorità del trattamento con ximelagatran rispetto alla terapia
anticoagulante in range terapeutico. Mentre lo studio SPORTIF III è stato
condotto in aperto, lo SPORTIF V è stato eseguito in doppio cieco. I valori di
INR in entrambi gli studi sono risultati in range in oltre il 65% del
tempo di osservazione. Nello SPORTIF III si sono avuti 56 eventi primari nel
gruppo trattato con terapia anticoagulante (2,3% per anno) e 40 in quello
trattato con ximelagatran (1,6% per anno), mentre nello SPORTIF V gli eventi
sono stati 37 (1,2% per anno) nei pazienti trattati con warfarin rispetto a 51
in quelli trattati con ximelagatran (1,6% per anno). Questi dati supportano
l'ipotesi di una non inferiorità dello ximelagatran rispetto al warfarin, in
assenza di significative differenze nel rischio emorragico. Tuttavia, sia per il
fatto che la stima puntiforme dell'effetto sia stata comunque inferiore a
warfarin nello studio in cieco, sia per il non trascurabile rischio di
epatotossicità dello ximelogatran (incremento significativo delle transaminasi
nel 6% dei pazienti) il farmaco è stato completamente ritirato.
Le linee guida pubblicate dall'ACCP nel 2004 [232]
suggeriscono che in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare persistente
o permanente e in pazienti con fibrillazione atriale parossistica ad elevato
rischio di ictus (presenza di almeno una delle seguenti caratteristiche:
pregresso ictus, TIA o embolia sistemica, età >75 anni, funzione sistolica del
ventricolo sinistro moderatamente o gravemente ridotta, storia di ipertensione o
diabete mellito) sia intrapresa terapia anticoagulante con warfarin in modo da
mantenere un INR fra 2,0 e 3,0. Nei soggetti di età compresa fra 65 e 75 anni
con fibrillazione atriale persistente o parossistica in assenza di altri fattori
di rischio l'ASA alla dose di 325 mg/die può essere un'alternativa alla terapia
anticoagulante. Se i pazienti hanno fibrillazione atriale persistente o
parossistica ed età <65 anni viene consigliato l'impiego di ASA alla dose di 325
mg/die. Nei pazienti a più basso rischio la scelta fra terapia anticoagulante e
ASA deve essere fatta a livello individuale tenendo conto, una volta fornita una
informazione corretta, completa e comprensibile, anche delle preferenze del
paziente. Le recenti linee guida dell’AHA/ACC sul trattamento della
fibrillazione atriale riassumono le indicazioni alla profilassi antitrombotica
nella Tabella 7:II.
Fattori di rischio elevato per cui deve essere posta indicazione assoluta
alla TAO sono un pregresso evento cerebrovascolare, la stenosi mitralica o la
presenza di una protesi valvolare. La TAO è indicata anche quando coesistono
almeno 2 fattori di rischio moderato.
Si può quindi concludere che l’accurata valutazione dei fattori di rischio
tromboembolico aggiuntivi devono portare globalmente alla scelta della terapia
più efficace per la prevenzione dell'ictus nel soggetto con FANV. È da
sottolineare che circa il 30 % dei pazienti con FANV ha una possibile altra
causa di ictus, come ad esempio una stenosi carotidea o una grave disfunzione
ventricolare sinistra. In questi casi la strategia terapeutica deve essere
guidata dalla valutazione clinica.
In ogni caso si deve tenere conto delle preferenze della singola persona
affetta da fibrillazione atriale, poiché il coinvolgimento di chi è direttamente
interessato migliora la compliance.[258]

7.2.2.4 Insufficienza cardiaca
L'incidenza di tromboembolie nei pazienti con insufficienza cardiaca è
stimabile fra 0,9% e 5,5% per anno (media 2% per anno), ma può risultare più
elevata in rapporto alla gravità della disfunzione ventricolare sinistra,
essendo grossolanamente proporzionale alla riduzione della frazione di eiezione,
e alla presenza di fibrillazione atriale.[259]
In particolare nello studio SAVE,[260]
l’incidenza di ictus è dello 0,8% per anno nei pazienti con frazione di eiezione
>28% e dell’1,7% per anno in quelli con frazione di eiezione più bassa.[260]
Deve essere tenuto presente che in questo studio l’80% dei soggetti era di sesso
maschile. Un’analisi retrospettiva dello studio SOLVD, in cui non erano inclusi
pazienti con fibrillazione atriale, ha dimostrato un incremento di circa il 60%
del rischio di ictus per ogni riduzione del 10% della frazione di eiezione nelle
donne ma non negli uomini.[261]
Nell’insufficienza cardiaca da miocardiopatia dilatativa il rischio di embolia
non differisce sostanzialmente da quello della insufficienza cardiaca di origine
ischemica anche se, a differenza di quest’ultima nella quale il rischio tende a
ridursi a distanza dall’evento acuto specie se conseguenza di esteso infarto
anteriore, risulta relativamente costante nel tempo. La prescrizione della
terapia anticoagulante, in assenza di studi randomizzati, è stata a lungo
oggetto di controversie e, in pazienti in ritmo sinusale, una chiara indicazione
emergeva solo per le donne con FE <35%.[262]
Tre recenti studi hanno cercato di chiarire il ruolo della terapia
anticoagulante nell’insufficienza cardiaca. Lo studio WASH (Warfarin/Aspirin
Study in Heart failure) [263] che
aveva l’obiettivo principale di dimostrare la fattibilità e di individuare il
disegno sperimentale di uno studio di più ampie dimensioni, non ha evidenziato
sostanziali differenze per l'esito primario composito costituito da morte,
infarto miocardico e ictus non fatali. Lo studio WATCH (Warfarin and
Antiplatelet Therapy in Congestive Heart failure Trial), condotto in
pazienti con insufficienza cardiaca sintomatica e frazione di eiezione
≤35% in ritmo sinusale randomizzati a warfarin (INR
2,5-3,0) o terapia di associazione ASA (162 mg) e clopidogrel (75 mg), è stato
interrotto per un insufficiente reclutamento dei pazienti e non ha fornito
risultati di utilità clinica.[264] È
attualmente in corso lo studio WARCEF (Warfarin versus Aspirin for Reduced
Ejection Fraction) in cui sono inclusi anche pazienti con precedenti eventi
ischemici cerebrali. Lo studio non ha dimensioni tali tuttavia da garantire una
potenza statistica sufficiente per valutare effettivamente l'efficacia della
profilassi.[265]

7.2.2.5 Protesi valvolari cardiache
La letteratura indica chiaramente un'incidenza
inaccettabile di eventi tromboembolici in portatori di protesi valvolari
cardiache in assenza di terapia anticoagulante, con una percentuale di eventi
variabile tra il 7% e il 34% per anno, a seconda del tipo di valvola e della
posizione di impianto.[266]
L'incidenza di trombosi valvolare protesica e di tromboembolia sistemica in
corso di TAO è in media 0,2% e 1,8% per anno rispettivamente, in relazione al
tipo e alla posizione della protesi e soprattutto all'adeguatezza del regime
anticoagulante.[267] Una TAO con regime
inadeguato può favorire un significativo incremento del rischio embolico. In
portatori di protesi valvolare cardiaca in cui si sia verificati un evento
tromboembolico è raccomandabile l'esecuzione di un'ecocardiografia transesofagea
per la ricerca di un'eventuale trombosi valvolare protesica. L’eparina in
infusione continua, talora il trattamento trombolitico, ed un successivo
adeguamento della TAO, spesso condotta in precedenza in maniera inadeguata,
possono talora risolvere la trombosi protesica. Tuttavia non raramente deve
essere preso in considerazione un approccio cardiochirurgico.
Il rischio tromboembolico è correlato al diverso tipo di protesi utilizzate,
essendo assai più elevato per le protesi meccaniche rispetto a quelle biologiche
(anche le protesi meccaniche considerate a basso rischio trombotico come le
protesi bidisco St. Jude hanno un'incidenza di tromboembolia superiore al 10%
per anno in assenza di terapia anticoagulante) e alla sede di impianto della
valvola (le valvole in posizione mitralica sono gravate da maggior rischio) ed è
amplificato dall'eventuale presenza di fibrillazione atriale.
Un aspetto importante ma scarsamente supportato da evidenze cliniche è la
modalità di inizio della profilassi tromboembolica nel periodo immediatamente
successivo all'intervento di sostituzione valvolare prima che sia raggiunto il
range della terapia anticoagulante. Le linee guida ACCP [232]
suggeriscono, sia in pazienti con protesi meccaniche sia in quelli con protesi
biologiche, l'impiego dell'eparina non frazionata, da iniziare 8-12 ore dopo la
fine dell'intervento, mantenendo un aPTT di 1,5-2 volte il valore basale fino a
2 giorni dopo avere raggiunto il range terapeutico del trattamento
anticoagulante. Recenti esperienze suggeriscono che le eparine a basso peso
molecolare si associno ad un basso rischio embolico perioperatorio, ma questi
dati devono essere confermati.[268]
Per quanto riguarda le protesi valvolari meccaniche, con le protesi bidisco
St. Jude il rischio embolico nei diversi studi varia in funzione dell'intensità
della terapia anticoagulante dallo 0,7% al 3,9% per anno per le protesi
valvolari in posizione aortica, allo 0,4%-6,9% per anno per quelle in posizione
mitralica. I dati dello studio GELIA [269]
indicavano una frequenza simile di eventi embolici quando i pazienti in ritmo
sinusale erano randomizzati a mantenere INR fra 2,0 e 3,0 e fra 3,0 e 4,5 con
una minore incidenza di eventi emorragici gravi quando veniva usato un minore
grado di anticoagulazione. Questo era valido sia per le protesi in posizione
aortica che per quelle in posizione mitralica, anche se queste ultime
presentavano un rischio embolico assoluto lievemente più elevato. Un rischio
embolico sostanzialmente sovrapponibile è stato dimostrato per le altre protesi
bidisco di comune impiego clinico. Nei pazienti portatori di protesi monodisco o
di ancora più vecchia generazione il rischio tromboembolico è più elevato, come
più elevato risulta nei portatori di doppia protesi valvolare anche quando siano
state impiegate protesi bidisco. Le recenti linee guida dell'ACCP [232]
suggeriscono un livello di anticoagulazione con INR compreso fra 2,0 e 3,0 per
le protesi bidisco St. Jude, bidisco Carbomedics o disco oscillante Medtronic
Hall in posizione aortica e un INR compreso fra 2,5 e 3,5 per le protesi bidisco
in posizione mitralica e per le protesi monodisco indipendentemente dalla sede
di impianto. In portatori di protesi meccaniche che abbiano anche altri fattori
di rischio quali fibrillazione atriale, pregresso infarto miocardico,
dilatazione dell'atrio sinistro o bassa frazione di eiezione viene raccomandato
l'impiego della terapia anticoagulante con obiettivo INR 3,0 (range
2,5-3,5) in associazione a basse dosi di ASA (75-100 mg/die). Analogo
trattamento viene consigliato per i pazienti che, nonostante la terapia
anticoagulante condotta secondo le linee guida, abbiano avuto eventi embolici.
Le eparine a basso peso molecolare dovrebbero essere impiegate in alternativa al
warfarin qualora, per qualsiasi motivo (gravidanza, interventi chirurgici non
cardiaci, etc.), questo debba essere sospeso.
Nei pazienti con protesi valvolari cardiache, una TAO a regime inadeguato può
favorire una significativa incidenza di tromboembolie.
Le diverse linee guida pubblicate (ACCP,[232]
AHA/ACC [234]) riportano raccomandazioni
sostanzialmente analoghe: