| SPREAD V Ed. |
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Volume Capitolo 11 - Ictus acuto - Monitoraggio e complicanze nella fase di stato |
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10 anni di SPREAD Collaboration |
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Durante la ventilazione meccanica controllata (CMV) tutti gli atti respiratori sono a carico dell'apparecchio di ventilazione; questa modalità è applicabile solo in pazienti che non effettuano alcuno sforzo respiratorio (drive assente o pazienti sedati ed eventualmente curarizzati). La modalità di ventilazione assistita-controllata (ACV) consente al paziente di incrementare la frequenza respiratoria: ogniqualvolta il paziente compie uno sforzo respiratorio raggiungendo un valore soglia prefissato, il ventilatore eroga un flusso inspiratorio pari ai valori preimpostati. La ventilazione obbligatoria intermittente sincronizzata (SIMV) eroga un volume corrente prestabilito ad una frequenza programmata; a ciò si possono aggiungere atti respiratori spontanei del paziente la cui frequenza e volume sono determinati dalle possibilità di ventilazione spontanea del paziente stesso. La ventilazione con supporto pressorio (PSV) garantisce un incremento meccanico della pressione inspiratoria, consentendo una notevole riduzione del lavoro respiratorio.
Il volume corrente iniziale deve essere di 8-10 mL/kg. La frequenza respiratoria deve essere regolata sul pH piuttosto che sulla CO2. Se l'adattamento al ventilatore risulta difficoltoso è necessario procedere alla sedazione del paziente o, più raramente alla curarizzazione. Il supporto ventilatorio può essere progressivamente sospeso ("weaning") quando siano risolte le condizioni cliniche che ne avevano imposto l'adozione. Nella Tabella 11:II [31] sono precisati i criteri clinici che consentono di avviare le procedure di "svezzamento dal ventilatore". La gestione del supporto ventilatorio impone il ricovero in unità di terapia intensiva e la consulenza di specialisti rianimatori. L'opportunità di procedere alla ventilazione meccanica in pazienti colpiti da ictus è da tempo dibattuta in considerazione della elevata mortalità riscontrata (si veda anche la discussione sulla formulazione dell'ordine di non rianimare, § 8.7.2). La ventilazione meccanica è un intervento terapeutico indispensabile per la sopravvivenza ed al tempo stesso un indice della gravità dell'ictus cerebrale.[27] La prognosi dei pazienti colpiti da ictus cerebrale sottoposti a ventilazione meccanica è peraltro migliore di quanto si ritenesse in passato.[22] Berroushot e coll. hanno recentemente effettuato uno studio prospettico in pazienti con ictus ischemico evidenziando una mortalità dell'81% nei pazienti sottoposti a ventilazione meccanica a fronte di una mortalità globale del 24%.[32] Nei pazienti in ventilazione meccanica la causa più frequente di morte è stata il deterioramento neurologico con ernia cerebrale. Emerge da questo studio la conclusione che ciò che conta non è stabilire la reale opportunità della ventilazione meccanica, quanto riuscire ad evidenziare precocemente i segni di deterioramento neurologico in modo da porre in atto ogni possibile intervento terapeutico.
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rischio moderato: >94 cm nell'uomo; >80 cm nella donna |
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rischio elevato: >102 cm nell'uomo; >88 cm nella donna |
peso, semiampiezza delle braccia, circonferenza del braccio.
Per i pazienti non deambulanti la misurazione del peso richiede la
disponibilità di attrezzature specifiche (sedie e letti a bilancia); la
misurazione della semiampiezza della braccia ("demispan") permette una stima dell'altezza
(secondo apposite tabelle di corrispondenza fra i due dati) mentre la
circonferenza del braccio può essere utilizzata, in alternativa al BMI, per
evidenziare una situazione di malnutrizione per difetto (<23,5 cm) o per
eccesso (>32 cm).
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Gli indici biochimici di più semplice determinazione ed interpretazione sono
l'albuminemia e la conta linfocitaria. L'ipoalbuminemia è un fattore predittivo
di una peggiore prognosi nei pazienti affetti da ictus.[98,
133,
134]
I riferimenti diagnostici per albuminemia e conta linfocitaria sono riportati in
Tabella 11:V.
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Nel malato affetto da ictus è documentata una assunzione dietetica ridotta rispetto ai fabbisogni.[108, 112, 113, 119, 135, 136, 137] La valutazione dell'assunzione dietetica è indicata per la valutazione ed il monitoraggio dello stato nutrizionale, nonché per l'impostazione di un adeguato supporto nutrizionale.
La prima valutazione dell'assunzione dietetica va effettuata all'ingresso in ospedale o nella struttura riabilitativa ottenendo informazioni dai familiari o, qualora possibile, direttamente dal malato sui consumi dei 5-7 giorni precedenti; a tale scopo si utilizza l'inchiesta alimentare per ricordo (Recall) o questionari semplificati che mirano a valutare i consumi alimentari e le loro variazioni nel periodo che precede l'osservazione.
Le successive valutazioni si effettuano mediante la determinazione diretta di quanto consumato dal malato (p. es. con la valutazione degli scarti); le valutazioni dell'assunzione dietetica vanno eseguite per almeno un giorno a settimana e ripetute nei due giorni consecutivi se l'assunzione dietetica è <75% dei fabbisogni stimati. Misurazioni ripetute <75% impongono variazioni della strategia nutrizionale adottata.
La valutazione clinica deve essere effettuata per evidenziare la presenza di ulteriori patologie e/o trattamenti terapeutici che possano determinare un incremento dei fabbisogni in energia e nutrienti o richiedere modifiche della composizione nutrizionale della terapia dietetica.
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Il supporto nutrizionale è parte integrante del trattamento dell'ictus cerebrale. La mancanza di un adeguato supporto nutrizionale determina il rapido instaurarsi di un deficit calorico-proteico che ha conseguenze drammatiche sull'evoluzione del quadro clinico.[138]
Obiettivi del supporto nutrizionale sono la prevenzione o il trattamento della malnutrizione proteico-energetica, di squilibri idro-elettrolitici o di micronutrienti.
L'istituzione del supporto nutrizionale si articola nelle seguenti fasi:
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Il calcolo del fabbisogno energetico dovrebbe teoricamente essere effettuato mediante la calorimetria indiretta che valuta la spesa energetica sulla base del consumo d'ossigeno e della produzione di anidride carbonica. Più semplicemente il fabbisogno energetico si calcola con il metodo fattoriale: il metabolismo di base (MB), predetto con le equazioni riportate in Tabella 11:VI, va moltiplicato per un fattore di correzione che considera o il livello di attività fisica e particolari condizione cliniche. Poiché nell’ictus non è stata evidenziata la presenza di ipermetabolismo,[139, 140] , tale fattore di correzione può essere compreso tra 1,15 ed 1,30.[138, 141]
Tabella 11:VI - Equazioni di predizione del
metabolismo di base (MB; kcal/die)
a partire dal peso corporeo (Pc)*
SINU 1996 [142]
* peso corporeo in kg misurato (se normopeso)
o desiderabile (in caso
di obesità o magrezza)
| età (anni) | uomini | donne |
| 30-59; | 11,6 ´ Pc + 879 | 8,7 ´ Pc + 829 |
| 60-74 | 11,9 ´ Pc + 700 | 9,2 ´ Pc +688 |
| ≥75 | 8,4 ´ Pc + 819 | 9,8 ´ Pc + 624 |
L'apporto proteico minimo consigliato nei casi non complicati è di circa 1 g/kg di peso corporeo misurato (se normopeso) o desiderabile (in caso di obesità o magrezza) e fino 1,2-1,5 g/kg al giorno in presenza di condizioni ipercataboliche o piaghe da decubito.[125, 143, 144] Se il soggetto è gravemente malnutrito le stime del fabbisogno energetico e proteico vanno personalizzate.
Una volta coperti i fabbisogni di proteine, la proporzione dei carboidrati e dei lipidi può variare, rispettivamente, tra il 50% e il 65% dell'energia totale per i primi e tra il 20% e il 30% dell'energia totale per i secondi.[125]
I fabbisogni di minerali e vitamine del soggetto in fase post ictus normonutrito sono simili a quelli della popolazione generale di età, sesso e peso corporeo similare, mentre nel caso di soggetto affetto da malnutrizione i fabbisogni vanno stimati in modo individuale.[143] L’effetto della supplementazione vitaminica routinaria sulla prognosi del post-ictus è ancora oggetto di studio e pertanto non indicata.[145, 146] Nella fase immediatamente post-evento il percorso nutrizionale da intraprendere va attivato in modo differente a seconda della capacità di deglutizione e del sensorio.
Per quanto riguarda l'apporto idrico, va eseguito un monitoraggio quotidiano per valutare le esigenze del singolo soggetto mediante bilancio delle perdite sensibili (urine e feci) e insensibili (cute e respiro).
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Il timing e la scelta della modalità di somministrazione della nutrizione sono condizionati innanzitutto dalle condizioni cliniche del paziente. Come discusso in dettaglio nel § 11.5.3, molti pazienti con patologie cerebrovascolari, ed in particolare quelli che necessitano di trattamento intensivo, non sono in grado di alimentarsi per via orale, anche in considerazione dell'elevato rischio di aspirazione polmonare, particolarmente frequente nei pazienti con disturbi della deglutizione.
Nei soggetti con stato nutrizionale normale è indicata l'alimentazione per os con eventuale assistenza, se presenti altre alterazioni funzionali (paresi, ecc.). I risultati del FOOD Trial hanno evidenziato che la somministrazione routinaria di integratori dietetici non si associa, nel paziente affetto da ictus, ad un miglioramento della prognosi e ad un decremento della mortalità a sei mesi,[147] tuttavia i dati a disposizione non consentono di effettuare un'analisi separata nei soggetti classificati come malnutriti e non sono confermati in altri studi.[98, 148] Pertanto, allo stato attuale, in presenza di malnutrizione proteico-energetica è indicata l'aggiunta di integratori dietetici per os.[149] Tali integratori dietetici vanno prescritti e somministrati con modalità chiare e precise alla stregua di altre terapie, per evitare che non vengano in realtà assunti.[122]
L'impostazione del trattamento nutrizionale del paziente disfagico richiede uno studio preliminare della deglutizione, come indicato nel § 11.5.3,[150] e va pianificata in relazione al rischio di broncopolmonite ab ingestis, al grado di autonomia e allo stato nutrizionale del paziente.
Il programma nutrizionale prevede la dieta progressiva per disfagia o la nutrizione artificiale.[123, 151, 152, 153] Se il tipo ed il grado di disfagia presentato dal soggetto lo consentono, si può programmare una dieta con alimenti e bevande a densità modificata; per ulteriori approfondimenti sulle caratteristiche della terapia dietetica in corso di disfagia, si rimanda al § 14.5.2.3. In caso di disfagia completa è indicata la nutrizione artificiale.[122, 143, 144] Nel paziente neurologico la terapia nutrizionale artificiale di scelta è rappresentata dalla nutrizione enterale, poiché l'apparato gastroenterico è abitualmente integro; l'orientamento verso la nutrizione enterale si basa su quanto le linee guida per la nutrizione artificiale delle principali società scientifiche internazionali e nazionali sostengono da tempo.[143, 153, 154]
Una metanalisi condotta dalla Cochrane Collaboration sull'efficacia degli interventi di nutrizione artificiale in corso di disfagia conclude che non sono presenti studi sufficienti per porre raccomandazioni conclusive né sul periodo ottimale in cui iniziare il trattamento, né sulle modalità di somministrazione.[155, 156] Più di recente i risultati del FOOD Trial evidenziano un decremento non significativo della mortalità (riduzione assoluta del rischio pari a 5,8%; IC95 -0,8% a 12,5%; P=0,09) e dell'endpoint combinato morte/esito sfavorevole pari a 1,2% (IC95 -4,2% a 6,6%; P=0,7) nei pazienti sottoposti a nutrizione enterale precoce;[157] sulla base di tale evidenza, ragionevolmente si può indicare di iniziare precocemente la nutrizione enterale quando necessario e comunque di non superare, nel soggetto normonutrito, i 5-7 giorni di attesa [157] e, nel soggetto con malnutrizione proteico-energetica, i 2-3 giorni.[122, 143]
È ormai dimostrato che la via enterale è da preferirsi rispetto a quella parenterale: essa favorisce il trofismo della mucosa intestinale, consente il mantenimento della sua funzione immunitaria e di barriera riducendo la traslocazione batterica, ha una incidenza minore di complicanze infettive e metaboliche ed è meno costosa.[143]
Se il soggetto non presenta altre patologie concomitanti (diabete, insufficienza renale, epatica) sono utilizzabili le miscele polimeriche presenti in commercio dotate di tutti i macro e micronutrienti necessari prive di lattosio e glutine, a basso o normale residuo, a concentrazione calorica differente da 0,5 kcal per mL a 2 kcal per mL. L'impiego di tali miscele sterili e liquide, oltre a garantire in modo noto i fabbisogni nutrizionali, riduce in modo rilevante le complicanze gastrointestinali legate a contaminazioni batteriche e quelle meccaniche a livello delle sonde nasogastriche, frequenti con l'uso di miscele allestite in modo artigianale.
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Nei soggetti con patologie cerebrovascolari e nei soggetti con postumi di ictus il rischio di aspirazione è consistente. Peraltro, il rischio di aspirazione sussiste anche in caso di svuotamento gastrico ritardato, particolarmente nei cerebrolesi più gravi.[158, 159]
È necessario valutare la presenza di reflusso gastroesofageo e la somministrazione della nutrizione enterale va effettuata con la posizione del tronco inclinata di 30°, valutando periodicamente la presenza e l'entità del ristagno gastrico che non deve superare 150-200 mL.[143]
La somministrazione della nutrizione enterale tramite sondino naso-gastrico e mediante l'uso di enteropompe è una buona scelta finalizzata ad un supporto nutrizionale a breve termine in pazienti con grave disfagia da ictus. Infatti, in almeno il 50% dei casi la disfagia migliora entro una settimana.[160] L'utilizzo di enteropompe e di programmi di induzione graduali riducono in modo consistente la probabilità di comparsa di complicanze gastroenteriche. Negli anziani; spesso vi è ridotta tolleranza del sondino naso-gastrico con conseguente auto-estubazione; il riposizionamento del sondino è stressante e necessita del supporto radiografico per valutarne il corretto posizionamento. La rimozione involontaria comporta il rischio di aspirazione polmonare.[161, 162] Nel paziente disfagico post-ictus il raggiungimento della quota calorica entro 3-4 giorni è un obiettivo clinicamente ipotizzabile.
In caso di reflusso gastroesofageo accertato, è indicato considerare dall'inizio la somministrazione distalmente al legamento di Treitz o mediante posizionamento in digiuno della sonda nasoenterica con manovra endoscopica o tramite digiunostomia.
Le principali complicanze meccaniche (occlusione, dislocazione, decubiti sonde nutrizionali) e gastroenteriche (nausea, vomito, diarrea) della nutrizione enterale sono prevenibili mediante l'uso delle seguenti procedure:[143, 163]
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complicanze meccaniche: |
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complicanze gastroenteriche: |
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La PEG (percutaneous endoscopic gastrostomy), è un'alternativa in pazienti che necessitano di nutrizione enterale prolungata. Nel 95% dei casi vi è successo di inserzione, eccellente tolleranza da parte del paziente, bassa morbosità (6%-16%) e mortalità (0%-1%).[164, 165, 166]
È un metodo più invasivo rispetto alla alimentazione con sondino, [155, 166, 167, 168] e possibili complicanze sono: perforazione gastrica, emorragia gastrica, fistola gastro-colica, infezione sulla zona dello stoma ed aspirazione polmonare. Una metanalisi di due studi randomizzati controllati [156] ed uno studio randomizzato controllato [169] evidenziano che la PEG si è dimostrata essere più sicura ed efficace del trattamento con nutrizione enterale post ictus.[168] Tali risultati non sono confermati dal più recente FOOD Trial, che evidenzia un possibile eccesso di mortalità (aumento assoluto di rischio pari a 1,0%; IC95 -10,0% a +11,9%; P=0,9) e un aumento del rischio combinato di morte ed esito sfavorevole pari al 7,8% (IC95 0,0% a 15,5%; P=0,05) nei pazienti con inserzione precoce di PEG.[157] Uno studio retrospettivo caso-controllo, evidenzia una maggiore prevalenza di complicanze e di decessi durante il periodo riabilitativo nei malati portatori di PEG.[170]
Pertanto, allo stato attuale, la messa in posizione di PEG va presa in considerazione nei soggetti con disfagia persistente post ictus entro 30 giorni, e se è ipotizzabile una durata superiore a due mesi.
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La disfagia è una possibile conseguenza dell'ictus con ricadute negative sia sulla gestione della fase acuta, sia sui tempi di degenza che sull'esito (morbosità e mortalità).[171]
Secondo una recente revisione sistematica sulla disfagia e le relative complicanze polmonari in pazienti con ictus,[172] l’incidenza di disfagia risulta minore usando tecniche di screening poco accurate e precise (37%-45%), più elevata usando test clinici (water swallow test; 51%-55%) ed ancora maggiore con test strumentali (esame endoscopico a fibre ottiche o videofluoroscopia; 64%-78%). Inoltre la disfagia si presenta meno frequentemente negli ictus emisferici, mentre è clinicamente più rilevante, anche nel lungo termine, negli ictus del tronco dell’encefalo. Il rischio di complicanze broncopolmonari risulta aumentato in pazienti con disfagia (RR 3,17; IC95 2,07-4,87) ed ancora maggiore in pazienti con aspirazione (RR 11,56; IC95 3,36-39,77).
La deglutizione sembra essere mediata da una serie neurale che interessa entrambi gli emisferi cerebrali con input discendenti verso il midollo.[173]
La disfagia è la conseguenza del danno a carico delle vie cortico-bulbari che connettono il centro di controllo della deglutizione (localizzato nella regione corticale frontale inferiore bilateralmente) con i nuclei bulbari che mediano la via finale del meccanismo della deglutizione. Daniels e coll.[174] hanno proposto l'importanza del ruolo dell'insula anteriore nel meccanismo della deglutizione, poichè questa era la sede di lesione più comune nei pazienti con ictus e disfagia esaminati. L'insula anteriore ha collegamenti con la corteccia motoria primaria e supplementare, il nucleo mediale ventroposteriore del talamo ed il nucleo del tratto solitario, strutture rilevanti nella mediazione dei meccanismi di deglutizione orofaringea. Di conseguenza, le lesioni dell'insula anteriore possono produrre disfagia, interrompendo questi collegamenti.
La compromissione della motilità del faringe determina disfagia per la concomitante ipomobilità della base linguale, per la ritardata e/o incompleta chiusura dello sfintere laringeo e per la disfunzione dello sfintere esofageo superiore con conseguente significativo aumento del rischio di aspirazione.[160, 175, 176, 177]
Per quanto i meccanismi ed i substrati neuronali che regolano la coordinazione linguale durante la deglutizione non siano esattamente definiti, l'incoordinazione della lingua durante la deglutizione nei disfagici non sembra essere associata ad aprassia bucco-linguale, a disturbi del linguaggio od aprassia degli arti. La gravità della compromissione della funzione deglutitoria dipende naturalmente dalla sede dell'ictus. I risultati di uno studio recente indicano tuttavia che la gravità della disfagia dopo un ictus ischemico emisferico unilaterale è in relazione alle dimensioni dell'area di rappresentazione faringea a livello dell'area corticale motoria dell'emisfero non interessato dal danno ischemico e pertanto vicariante.[178]
Tutti i tipi di ictus possono causare disfagia. In oltre il 20% dei casi, l'infarto lacunare si associa a disfagia. L'ictus a carico del tronco encefalico è generalmente associato a disfagia più grave e più frequente rispetto alle lesioni emisferiche.[179, 180]
Le lesioni sottocorticali possono causare disconnessione fra le regioni corticali implicate nel controllo orale e nella coordinazione della deglutizione, producendo cosi un disturbo della deglutizione.[181]
Nell'infarto nel territorio della ACM di destra è stata evidenziata una maggiore durata di stazionamento faringeo degli alimenti, una più alta incidenza di deviazione laringea con conseguente ingresso di materiale nel vestibolo laringeo ed una più frequente aspirazione di liquidi sotto le corde vocali vere. Anche per quanto riguarda l'ictus emisferico la gravità e le caratteristiche della disfagia variano in base alla sede della lesione, secondo lo schema di Tabella 11:VII.
Recentemente è stato dimostrato che la muscolatura per la deglutizione è somatotopicamente rappresentata nella corteccia motoria e pre-motoria di entrambi gli emisferi, ma è stata dimostrata anche una asimmetria emisferica individuale, indipendente dalla dominanza emisferica.[182]
La topografia dei muscoli miloidei è più laterale, mentre quella per il faringe e l'esofago appare più rostromediale. I pazienti con più pronunciata disfagia sembrano essere quelli con danno dell'emisfero in cui è localizzato il centro dominante motore per la deglutizione.
La prognosi a breve termine della disfagia è generalmente considerata favorevole. Di norma il tempo medio di recupero è una settimana, (il 50% di tali pazienti presenta una regressione del sintomo dopo 7 giorni), anche se il recupero è in funzione delle condizioni generali e dell'età del paziente.[171, 183]
Anche la prognosi a distanza (6 mesi) è generalmente buona. In una coorte di 128 pazienti nell'87% dei casi i pazienti tornavano alla dieta pre-ictus seppur durante il periodo di osservazione di 6 mesi circa il 20% aveva sofferto di infezioni polmonari. Un controllo tardivo con videofluoroscopia (VF) in pazienti con significativi problemi di disfagia all'esordio evidenzia una disfunzione delle false corde vocali nel 50% dei casi ed aspirazione nel 20%-25%. Il riflesso di deglutizione assente o ritardato è indicativo di rischio maggiore di infezioni polmonari nei 6 mesi successivi all'evento cerebrale, cosi come di difficoltà al ritorno ad una dieta normale per il transito orale ritardato. L'evidenza di transito orale ritardato e/o la presenza di liquido di contrasto nel vestibolo laringeo, l'età superiore a 70 anni ed il sesso maschile, predicono una più difficoltosa ripresa deglutitoria ed il maggior rischio di polmoniti da aspirazione a 6 mesi.[171]
Sebbene la
disfagia lieve-moderata spesso si risolva nella prima settimana dopo l’esordio
dell’ictus, almeno il 50% dei pazienti con disfagia presenta aspirazione. Circa
un terzo dei pazienti con disfagia che sviluppa complicanze bronco-polmonari
richiede un trattamento.[184]
Il 13% degli ictus sviluppa una complicanza bronco-polmonare durante l’ ospedalizzazione. La complicanza bronco-polmonare aumenta il rischio di morte di circa 3 volte rispetto ai soggetti che nel loro follow-up non hanno complicanze di questo tipo.[185]
Le più recenti linee guida dell’American Stroke Association per la gestione precoce di pazienti affetti da ictus definiscono le caratteristiche cliniche che possono identificare un paziente ad alto rischio di aspirazione, pur segnalando che il mancato rilievo di deficit con alcuni test clinici, come per esempio il gag reflex, non esclude la potenzialità di aspirazione e pertanto raccomandano una accurata valutazione della deglutizione nei pazienti a rischio prima di iniziare una alimentazione orale con liquidi o con cibo. Tuttavia la definizione di “paziente a rischio” rimane ancora non univocamente precisata, così come il tipo ottimale di valutazione della funzionalità deglutitoria da utilizzare.[186]
Una volta identificata la presenza di disfagia si può prevenire la aspirazione intervenendo sulla consistenza del cibo e viscosità dei liquidi nonché col ricorso a tecniche compensatorie di deglutizione.
Nonostante il lavoro storico di Odderson del 1995 sulla gestione del paziente acuto e pur con ben 5 linee guida gestionali per l’ictus,[187] non è ancora disponibile una chiara raccomandazione, basata sull’evidenza, per l’applicazione di un percorso definito per la disfagia.
La malnutrizione dopo la prima settimana di ospedalizzazione predice un esito clinico negativo ed è correlata a una maggiore frequenza di infezioni urinarie e polmonari. La disfagia aumenta di 2,6 volte il rischio di esito negativo.[188]
A trenta giorni dal ricovero per ictus, la malnutrizione ingravescente è fortemente correlata alla disfagia.[105, 189]
La disfagia determina, in corso di ictus disabilità funzionale ed aumento della mortalità.[190, 191, 192]
La valutazione della deglutizione, attraverso le varie fasi: orale, velofaringea e faringea, dovrebbe essere attuata in ogni paziente con ictus.
Sebbene la valutazione con videofluoroscopia (VF) possa essere necessaria in una percentuale intorno al 20% dei pazienti, l'approccio con il test dell'acqua è molto utile come metodo di screening ed è attualmente il più usato.
La VF e il videocounter timer sono stati usati per registrare le caratteristiche di motilità orofaringea durante la deglutizione.[190, 193, 194]
Numerosi studi associano significativamente l'evidenza videofluoroscopica di aspirazione di bario al rischio di sviluppare complicanze polmonari.[195, 196, 197]
L'aspirazione silente rappresenta un grave rischio per i pazienti con ictus acuto. In uno studio su 114 pazienti con ictus, l'aspirazione silente, evidenziata alla VF, aumentava di 5,5 volte il rischio relativo di pueumopatie.[198]
Il tempo di transito faringeo correla con il rischio di infezioni broncopolmonari: il tempo di transito di meno di 2 sec si traduce in rischio lieve o assente; da 2 a 5 sec in rischio moderato (40%); maggiore di 5 sec. in rischio elevato (90%).[196]
Il test al bario modificato per l'identificazione della disfagia (TBM) rivela l'aspirazione dei liquidi e dei semisolidi. Nei pazienti clinicamente disfagici dopo un ictus, il TBM può distinguere i potenziali soggetti con rischio di aspirazione. Tramite il TBM può essere inoltre definito chiaramente il rischio di aspirazione di alimenti di varia consistenza, guidando così la definizione della dieta più appropriata.[199]
La prova con 99mTC è particolarmente utile nella gestione della disfagia asintomatica in pazienti anziani con ictus. Alcuni Autori hanno sperimentato questa tecnica di valutazione della disfagia in pazienti affetti da ictus per ridurre il rischio di polmonite da aspirazione;[200] è stato somministrato 1 mL di tecnezio (99mTC) al paziente durante il sonno attraverso un catetere nasale disposto nella bocca e verificando l'eventuale aspirazione a distanza di 9 ore.
Tuttavia, tutti questi test sono difficilmente eseguibili al di fuori di
centri altamente specializzati. Peraltro, il rischio di disfagia è definibile
in maniera sufficientemente accurata con una valutazione clinica semplice come
il Bedside Swallowing Assessment (BSA) che tiene in considerazione
parametri come il livello di coscienza e segni clinici di potenziale disfagia
come la presenza di disfonia, disartria, difficoltà nell'espettorare o
nell'eliminare le secrezioni e/o il cibo, ridotto gag reflex.[176,
198,
201, 202] Quindi, la capacità di
deglutizione si può valutare con un semplice test. La prima fase prevede che
il paziente tenti di deglutire 10 mL di acqua in tre tempi
diversi. Se il paziente riesce a deglutire i 10 mL, dare 50 mL di acqua in un
bicchiere. La difficoltà nel bere da 10 a 50 mL di acqua o la comparsa di
colpi di tosse (più di una volta) in due circostanze diverse permettono di
valutare l'eventuale disfagia. Va notato che sebbene il 20% dei pazienti con
aspirazione alla VF non abbia una disfagia evidenziabile con il test della
deglutizione di acqua, tuttavia questo ha una soddisfacente predittività
nella prognosi dei pazienti con ictus ischemico.[203,
204] Infatti, l'insorgenza di
complicanze infettive, la mortalità, la disabilità residua e la durata della
degenza sono risultate significativamente correlate alla presenza di disfagia,
ma non al riscontro di aspirazione evidenziata con la VF.[189]
L'utilità della VF durante la fase acuta dell'ictus è pertanto limitata e
non è quindi giustificato il suo uso routinario.[205]
Se c'è dunque qualche segno di disfagia al test della deglutizione dell'acqua
non iniziare l'alimentazione per os.
Un programma di trattamento riabilitativo precoce della deglutizione nei pazienti con ictus e disfagia è sicuramente indicato.[206]
Tali valutazioni dovrebbero essere ripetute nell'arco della prima settimana mediante lo schema di Tabella 11:VIII.
I pazienti in grado di bere non più di 5-10 mL di acqua con un sorso senza manifestare disfagia, possono iniziare con una dieta semisolida usando tecniche compensatorie di deglutizione. È importante un supporto medico, infermieristico, dietologico e di logopedisti. Pazienti capaci di deglutire con un sorso 10 mL di acqua, tollerano una alimentazione orale se si controlla la struttura della dieta (semisolida), la dimensione del bolo e la postura durante l'alimentazione. La manipolazione della fluidità degli alimenti usando le misure obiettive di un viscosimetro può migliorare la gestione dietetica del paziente disfagico.[207]
Utili accorgimenti per il compenso di lievi deficit deglutitori sono i seguenti:[201, 208, 209, 210]
Le indicazioni per la nutrizione artificiale e la terapia dietetica del paziente disfagico sono discusse nei paragrafi 11.5.2.2 e 15.2.4.1.6.
Un metodo interessante, basato su parametri clinici e neuroradiologici, è descritto nello studio RAPIDS (the Royal Adelaide Prognostic Index for Dysphagic Stroke).[211] L'indice RAPIDS rappresenta un possibile strumento per valutare se i pazienti possono avere una disfagia prolungata e può essere capace di selezionare quelli da nutrire per via non orale in eventuali studi clinici. La sensibilità del RAPIDS è del 90% (IC95 70%-97%), la specificità del 92% (IC95 84%-96%).
L'indice RAPIDS è positivo se:
- indice di Barthel <20;
- Parramatta Hospital dysphagia assessment score <70;
(il Parramatta Hospitals dysphagia assessment form è riportato in ref. [211])- disfasia;
- riscontro alle neuroimmagini di lesioni frontali o della corteccia insulare.
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All'esordio dell'ictus circa il 10%-20% dei pazienti con livelli normali di emoglobina glicosilata presenta valori iperglicemici,[212, 213] quale risposta ormonale precoce all'ischemia cerebrale.[214, 215] Inoltre dall'8% al 20% dei pazienti con ictus ha una storia di diabete mellito,[216, 217] ed un ulteriore 5%-28% presenta un diabete non precedentemente diagnosticato o una ridotta tolleranza al glucosio.[218, 219] Globalmente l'iperglicemia all'esordio dell'ictus è presente in una percentuale, variabile a seconda delle definizioni, tra il 20% ed il 50% dei casi.[216, 217, 220]
Non è stata ancora definita una correlazione univoca tra iperglicemia in fase acuta e peggioramento dell'esito dell'ictus. In passato la maggioranza degli studi, sebbene non tutti,[217, 221] ha riportato una tale relazione in termini sia di mortalità sia di recupero neurologico,[222, 223, 224, 225, 226, 227] verosimilmente legata all'incremento e accumulo di lattato nell'area ischemica.[228] In particolare nello studio TOAST i valori glicemici sono risultati fattori predittivi di peggiore esito clinico nei pazienti colpiti da ictus ischemico non lacunare, mentre non sembravano avere rilevanza negli ictus minori, nè essere associati a maggior rischio di trasformazione emorragica dell'infarto cerebrale.[223]
In caso di ischemia cerebrale focale, la presenza di un diabete preesistente è risultata associata ad un maggior rischio di esito sfavorevole, in termini di morbosità e mortalità, verosimilmente legato al danno arteriolare e capillare indotto dall'iperglicemia cronica (microangiopatia).[229]
Tuttavia non vi sono ancora dati conclusivi circa l'efficacia del trattamento dell'iperglicemia nell'ictus acuto sul miglioramento dell'esito, né sul valore soglia oltre cui intervenire. L'iperglicemia dovrebbe essere corretta con terapia insulinica,[230] il valore soglia di glicemia consigliato ed adottato in alcuni centri ed indicato dalle linee guida europee è >200 mg/dL o 10 mmol/L, causando una certa ambiguità, dato che 10 mmol/L corrispondono a 180 mg/dL,[16, 231] mentre le linee guida americane indicano la correzione dell'iperglicemia con obiettivo di mantenere valori <300 mg/dL.[186] Tuttavia, valori soglia più bassi (150 mg/dL) sono stati proposti recentemente sulla base dei dati di studi sia clinici che sperimentali sulla relazione tra i valori di glicemia in fase acuta e la dimensione dell'infarto cerebrale o l'esito clinico.[232] La somministrazione per via endovenosa periferica di una soluzione di destrosio al 10% con 16 U di insulina rapida e 20 mmol di KCl per ogni 500 mL di soluzione, alla velocità di 100 mL/h, per 24 ore, che rappresenta il protocollo usato nello studio randomizzato e controllato Glucose Insulin in Stroke Trial (GIST),[224, 233] è risultata efficace e sicura riducendo, in pazienti con ictus acuto, l'iperglicemia entro valori normali senza rischio significativo di ipoglicemia, eventi avversi cardiovascolari o aumento della mortalità a 4 settimane. Da ricordare tuttavia che la somministrazione di insulina in infusione richiede un attento monitoraggio della glicemia (almeno ogni 2 ore) per un pronto aggiustamento della terapia. Una possibile alternativa consiste nella somministrazione di piccole dosi di insulina endovena.[16]
In caso di ipoglicemia è sempre indicata la pronta correzione con l'infusione di destrosio in bolo (soluzioni al 10% per via venosa periferica, o al 20% e 33% per via venosa centrale).[16]
In presenza di malnutrizione o di abuso di alcool è consigliabile associare tiamina 100 mg.
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L'ictus cerebrale si accompagna frequentemente a disfunzioni vescicali, l'entità e la natura delle quali sono conseguenza della sede e dell'entità del danno cerebrale. I disturbi più frequentemente riscontrati sono: incontinenza urinaria, ritenzione urinaria, urgenza minzionale. Con opportuni accorgimenti tali disfunzioni possono essere controllate.[234]
L'incontinenza urinaria, nella fase acuta dell'ictus, è stata ripetutamente riportata come indicatore indipendente di rischio di morte, di disabilità grave, e della destinazione (istituzionalizzazione o meno) del paziente dopo la dimissione.[235]
Tre sono i meccanismi principali responsabili di incontinenza urinaria dopo un ictus:
| 1. | danno a livello dei centri e delle vie nervose responsabili del meccanismo della minzione; tale danno esita in incontinenza e/o urgenza minzionale; |
| 2. | deficit cognitivo e/o di linguaggio, con funzione vescicale integra ma incontinenza da mancato controllo superiore; |
| 3. | concomitante neuropatia (p.e. diabetica ) o effetto di farmaci che provocano iporeflessia vescicale con conseguente incontinenza. |
Indagini urodinamiche possono indirizzare alla diagnosi, necessaria per un corretto approccio terapeutico.[236]
I disturbi del sistema nervoso autonomo in pazienti con patologie cerebrovascolari sono comuni. Sono attribuibili a danno a livello delle vie autonomiche cerebrali, delle aree corticali fronto-parietali e del tronco encefalico, o alla disconnessione delle vie discendenti dall'ipotalamo al mesencefalo, ponte e midollo spinale. Più frequentemente sono interessati la regolazione della funzionalità cardiaca, della pressione arteriosa, della temperatura corporea, i riflessi vasomotori e la sudorazione. Le disfunzioni intestinali e vescicali e l'impotenza sono allo stato attuale sottovalutate rispetto alla loro prevalenza e al loro significato clinico.[237]
La ritenzione urinaria e la presenza di residuo minzionale, talvolta misconosciuti, sono altre frequenti complicanze dell'ictus. Nel sospetto, bisogna procedere all'ecografia vescicale.[238]
Le disfunzioni vescicali, in particolare il residuo minzionale, si associano frequentemente a infezioni del tratto urinario, con ulteriore complicazione del quadro clinico. Inoltre, la presenza di disfunzioni vescicali ha un impatto molto negativo sulla qualità di vita dei pazienti con esiti di un pregresso ictus.
Tecniche da preferire sono: la cateterizzazione sterile intermittente, che deve essere eseguita correttamente e secondo programmi di svuotamento prestabiliti, manovre riabilitatorie a livello del pavimento pelvico, particolarmente utili se inserite in un programma di gestione del paziente.
Nei pazienti senza apparenti disfunzioni vescicali è indicato controllare periodicamente la presenza di eventuale residuo vescicale post-minzionale e praticare, se necessario, la cateterizzazione sterile intermittente.
La presenza di un catetere a dimora è necessario per pazienti con gravi problemi vescicali. Non si deve dimenticare tuttavia che nonostante le disfunzioni vescicali siano comuni nella fase acuta dell'ictus, esse migliorano spontaneamente dopo i primi giorni.[234, 239, 240]
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La TVP localizzata agli arti inferiori è la forma più comune di trombosi venosa. Essa viene definita distale quando interessa le vene del polpaccio e/o la parte di vena poplitea posta al di sotto della rima articolare del ginocchio, prossimale nelle forme che si estendono al di sopra di tale rima. La distinzione tra TVP prossimale e distale ha grande importanza clinica in quanto è noto che le complicanze emboliche sono sostenute nella grande maggioranza dei casi da TVP prossimali e solo raramente da quelle distali. Queste ultime possono diventare fonte di emboli quando risalgono fino ad interessare la poplitea.
La TVP costituisce una malattia seria e potenzialmente fatale. In assenza di un tempestivo trattamento anticoagulante e adeguato per intensità e durata, la embolia polmonare (EP) può verificarsi anche nel 50% dei casi nell'arco di 3 mesi. Si ha un'elevata tendenza alla recidiva di TVP, con ulteriore rischio di EP e accentuazione dei disturbi a distanza. Inoltre, superata la fase acuta compare con estrema frequenza la cosiddetta "sindrome post-trombotica", affezione talvolta altamente invalidante, caratterizzata da dolore, edema cronico, distrofia e discromia cutanea e dalla frequente insorgenza di ulcere trofiche croniche.
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Sono numerosi i soggetti che sviluppano segni e sintomi ascrivibili alla presenza di una TVP: l'incidenza annuale nella popolazione generale è stimata intorno a 3-4 per 1·000 abitanti. I segni/sintomi clinici della TVP degli arti inferiori sono molteplici (dolore spontaneo o provocato dallo stiramento dei muscoli, rossore, cianosi, aumento della temperatura cutanea, crampi, aumento delle dimensioni dell'arto, edema franco, sviluppo di circoli collaterali, phlegmasia alba dolens). Bisogna però sottolineare che la grande maggioranza di coloro che presentano tali sintomi e segni non ha una TVP ma è affetta da alterazioni muscolo-scheletriche o cutanee i cui sintomi sono simili a quelli della TVP.
La sintomatologia della TVP è, tuttavia, incostante e, quando presente, è quanto mai aspecifica e variabile. Da quanto detto sopra si evince chiaramente che per una conferma della presenza di TVP, o per una sua esclusione, non ci si può basare solo su una diagnosi clinica, ma occorre ottenere il riscontro obiettivo di un esame strumentale. Solo una procedura diagnostica standardizzata, che utilizzi metodi obiettivi e sensibili, consente di confermare o escludere la presenza di TVP.
È stato recentemente dimostrato che la valutazione standardizzata di una serie di caratteristiche cliniche del paziente con sospetta TVP (Tabella 11:IX) consente di classificare i pazienti in tre categorie con diversa probabilità di avere effettivamente una TVP: 75%, 17% e 3% di TVP rispettivamente nelle categorie a rischio alto, intermedio e basso.[242] L'attribuzione ad una di queste categorie consente di adottare iter diagnostici diversi a seconda del grado di probabilità clinica.
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I dati clinici, anche se indicativi di TVP altamente probabile, non possono essere sufficienti per la diagnosi che, in ogni caso, deve essere accertata preferenzialmente mediante ecografia Solo in casi particolare è necessario ricorrere a flebografia (che resta il gold standard) o a RM.
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L'ultrasonografia (ecografia B-mode, duplex scanning, eco-color Doppler) è la metodica non invasiva di prima scelta per la diagnosi di TVP prossimale degli arti inferiori (per definizione, trombosi estesa dalla vena poplitea ai segmenti iliaco-femorali). Infatti essa gode di una elevata accuratezza diagnostica, praticità e semplicità d'uso, economicità, innocuità, e può essere ripetuta senza restrizioni.
Il criterio più accurato per la diagnosi di TVP è basato sulla non compressibilità (totale o parziale) del lume venoso per effetto di una moderata pressione della sonda.[243]
La sensibilità del test di compressione per la diagnosi delle trombosi prossimali è del 97% (IC95: 96%-98%) e la sua specificità è del 98% (IC95: 97%-99%).[244] La sensibilità cala notevolmente ed è comunque notevolmente dipendente dall'operatore nelle forme distali. In queste una sensibilità più elevata (60%) sembra poter essere raggiunta, secondo alcuni autori, con l'impiego dell'eco-Doppler e dell'eco-color Doppler, sebbene questa opinione non sia supportata da adeguati studi clinici.
Recentemente è stata proposta una modalità semplificata di esecuzione della CUS, che prevede il solo esame della vena femorale comune all'inguine, e della vena poplitea alla fossa poplitea fino alla sua triforcazione, con ripetizione dell'esame dopo una settimana, in caso di normalità iniziale. L'indagine così concepita sembra sicura ed efficace, ma implica la ripetizione dell'esame nel 70% dei casi. Tuttavia va sottolineato come questi risultati siano riferibili esclusivamente a pazienti ambulatoriali sintomatici.
Il trombo venoso tende a permanere a lungo, una volta formatosi (l'esame ultrasonografico risulta ancora anormale in circa metà dei pazienti a distanza di un anno). Di conseguenza, la diagnosi di recidiva risulta problematica.
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I D-dimeri sono prodotti di degradazione della fibrina stabilizzata e possono trovarsi in circolo per molte cause, un trombo venoso essendo solo una delle loro possibili fonti. Applicati alla diagnostica delle tromboembolie venose i metodi per il dosaggio plasmatico dei D-dimeri hanno un'elevata sensibilità, ma bassa specificità e vengono utilizzati per il loro alto valore predittivo negativo; cioè servono solo per escludere (in caso di risultato normale), ma non per confermare una diagnosi di TVP (in caso di risultato alterato). Il dosaggio dei D-dimeri eseguito in associazione alla CUS ha lo scopo di selezionare quei casi con CUS negativa ma D-dimeri alterati, nei quali non è possibile escludere una TVP distale e che pertanto devono essere ricontrollati con CUS dopo qualche giorno (5-7 giorni) in modo da diagnosticare tempestivamente la estensione prossimale di una TVP distale. Questa procedura diagnostica è stata dimostrata valida da numerosi studi clinici di gestione di pazienti con sospetta TVP Recentemente si sono rese disponibili metodiche di laboratorio rapide, semplici, adatte per il dosaggio di campioni singoli e ad elevata accuratezza diagnostica (con un valore predittivo negativo pari o superiore al 97%).
Non è attualmente consigliabile utilizzare questo test nei pazienti asintomatici ad alto rischio non essendo disponibili soglie di discriminazione validate per queste specifiche situazioni.
È discusso se utilizzare il test in pazienti con ictus cerebrale. In pazienti ospedalizzati infatti è noto che il D-dimero è assai spesso elevato. Così, poiché il test serve solo per escludere la TVP (se negativo), l'efficacia diagnostica del suo impiego risulterebbe molto bassa.
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L'edema cerebrale solitamente insorge nelle prime 24-48 ore seguenti l'insulto ischemico e la morte durante la prima settimana dall'ictus è frequentemente dovuta alla sua comparsa con aumento della pressione intracranica e conseguente erniazione cerebrale, che rappresentano per lo più complicanze in corso di occlusione delle grandi arterie intracraniche e della formazione di ampi infarti multilobari.[245, 246]
L'aumento della pressione intracranica può essere anche secondario alla comparsa di idrocefalo acuto ostruttivo.
Il trattamento dell'edema cerebrale in corso di ictus acuto è raccomandato in caso di rapido deterioramento dello stato di coscienza e/o segni clinici di erniazione cerebrale e/o evidenze neuroradiologiche di edema con dislocazione delle strutture della linea mediana od obliterazione delle cisterne perimesencefaliche. Gli obiettivi del trattamento sono:
L'approccio iniziale in passato prevedeva una moderata restrizione dei liquidi somministrati,[247] tuttavia va considerato in merito quanto già detto in precedenza (§ 11.3) circa gli effetti sfavorevoli dell'ipovolemia sull'esito neurologico nel caso di ictus. Devono essere controllati attentamente i fattori in grado di aumentare la pressione intracranica, quali ipossia, ipercapnia e ipertermia, e la posizione del capo andrebbe mantenuta elevata di 20°-30° rispetto al piano del letto. L'incremento della pressione arteriosa può essere una risposta compensatoria al mantenimento della perfusione cerebrale in pazienti con ipertensione endocranica marcata, pertanto in questi casi non è consigliato l'uso di antipertensivi, in particolare di quelli ad effetto vasodilatatorio cerebrale.[247, 248, 249]
I pazienti con deterioramento clinico possono essere trattati tramite iperventilazione, diuretici osmotici, drenaggio di liquor o chirurgia, sebbene non vi siano ad oggi studi in favore di tali approcci nell'ictus acuto, così come per l'indicazione al monitoraggio della pressione intracranica che tuttavia risulta indicativa nella scelta terapeutica e nella definizione prognostica.[247]
L'iperventilazione è una misura d'emergenza che agisce pressoché immediatamente: la riduzione di 5-10 mm Hg di pCO2 nel sangue arterioso induce una riduzione del 25%-30% della pressione intracranica,[250, 251] va però tenuta presente la necessità di mantenere una adeguata perfusione cerebrale per ovviare alla possibile vacostrizione indotta dall'iperventilazione, e conseguente aumento dell'area ischemica. L'iperventilazione infine dovrebbe essere seguita da altri interventi correttivi dell'edema.
L'inefficacia
dell'uso dei corticosteroidi nell'ictus cerebrale negli studi effettuati,[252,
253,
254,
255]
e, al contrario, l'osservazione di una maggiore incidenza di complicanze
infettive nei pazienti con ictus trattati con terapia steroidea hanno portato a
concludere che, malgrado la loro potenziale efficacia nel contrastare la
componente vasogenica dell'edema cerebrale, attualmente non sussistono
indicazioni al loro uso nella terapia antiedemigena.[256,
257]
Nonostante l'uso frequente di furosemide o di diuretici osmotici, mannitolo e glicerolo, dopo ictus, gli studi effettuati con questi farmaci non risultano conclusivi circa la loro efficacia nel trattamento dell'edema cerebrale ischemico.[18, 258, 259, 260, 261] Tuttavia, per quanto riguarda l’uso dei diuretici osmotici, i risultati dell’ultima Revisione Cochrane sull’uso del glicerolo mostrano una evidenza, sia pur minima, di tendenza favorevole, in termini di sopravvivenza a breve termine, dell’uso del glicerolo nell’ictus ischemico acuto.[262]
La somministrazione parenterale di furosemide (40 mg e.v.) viene adottata nei pazienti in rapido deterioramento clinico, ma non è usata nel trattamento a lungo termine.
Il mannitolo viene comunemente utilizzato per il trattamento dell'edema cerebrale,[256] alla dose raccomandata di 0,25~0,5 g/kg e.v. in boli somministrati rapidamente nell'arco di 20 minuti, ogni 6 ore, fino ad una dose massima giornaliera di 2 g/kg,[260] anche se mancano ancora solide evidenze esterne per tale uso.[261]
Il glicerolo viene generalmente somministrato per via parenterale (250 mL di glicerolo al 10% in 30-60 minuti, ogni 6 ore), in alternativa è possibile la somministrazione orale (50 mL al 10% ogni 6 ore).[16, 256] Anche in questo caso l'uso non è ancora sostenuto da solide evidenze esterne.[263] Da ricordare la necessità di controllo dell'emocromo durante la terapia con glicerolo in quanto il farmaco può indurre emolisi.
I barbiturici a breve durata d'azione, come ad esempio il tiopentale, somministrati in bolo, riducono rapidamente la pressione endocranica. Tuttavia il loro effetto è transitorio e richiede il monitoraggio della pressione endocranica e dell'EEG, e inoltre dei parametri emodinamici per il rischio di crisi ipotensive. Il loro uso continuativo è comunque sconsigliato per la mancanza di efficacia a fronte di effetti negativi a lungo termine.[28]
Nei casi di infarto esteso con grave effetto massa e mancata efficacia dei trattamenti antiedema, può essere considerata la chirurgia decompressiva, specialmente in pazienti giovani senza patologie associate e con lesione situata nell'emisfero non dominante.
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Le crisi epilettiche rappresentano un evento non raro nell'ictus sia nella fase acuta che nella fase tardiva.[264]
Tenuto conto che l'incidenza dell'ictus nella popolazione italiana è di oltre 340 casi per 100·000 abitanti (§ 4.1.3), si può ben ritenere come esso rappresenti una delle cause più comuni di epilessia nella popolazione adulta, anche se lo sviluppo di crisi dopo l'insulto vascolare è un evento relativamente poco frequente (6%-9%).[265] Infatti, sulla base di una recente revisione della letteratura, l'incidenza delle crisi varia dal 2,5% al 42,8% e quella dell'epilessia dal 6% al 9%.[266, 267] Rispetto alla popolazione generale, nei soggetti affetti da ictus l'incidenza delle crisi precoci è intorno al 5,8%, quella delle crisi tardive è del 3,1%.[268] Nel complesso, il rischio d'insorgenza o di ricorrenza di crisi nei primi 5 anni dopo l'ictus è pari all'11,5% ed il rischio relativo rispetto alla popolazione generale è del 35,2%.[269]
A seconda del sottotipo patogenetico, poi, è interessante notare che negli ictus ischemici embolici l'incidenza delle crisi varia dal 16,6% al 42,8%, nei trombotici dal 4,4% al 12,4% e negli ictus lacunari varia dall'1% al 3,7%;[265, 270, 271, 272] anche se in alcuni studi è riportata un'incidenza del 10%-17%. Nei TIA l'incidenza è del 2%-10%.[271, 273, 274]
Nelle emorragie intracerebrali, invece, le crisi compaiono nel 2,8%-6,5% con rischio maggiore nelle localizzazioni lobari.[270, 275, 276, 277] Infine, nell'ESA l'incidenza delle crisi varia dal 2,7% al 16,6%, mentre nelle malformazioni artero-venose può salire sino al 40%, rappresentando in quest'ultima situazione il sintomo d'esordio nel 19% dei casi.[266, 278, 279] La maggiore estensione dell'infarto ischemico, l'interessamento corticale, la natura emorragica della lesione e la sua localizzazione lobare, il deficit motorio persistente risultano associati alla maggiore probabilità di comparsa di crisi epilettiche.[270, 280, 281]
A parte le cosiddette crisi precursive ("heralding seizures") che possono comparire da alcuni giorni ad alcuni anni prima di un ictus,[282, 283, 284, 285] la distribuzione temporale delle crisi in rapporto all'ictus segue il modello bimodale dell'epilessia post-traumatica, con un primo picco nelle prime 2-4 settimane (early seizures) ed un secondo picco dopo 6-12 mesi (late seizures).[266, 285, 286]
Le crisi precoci avrebbero un minor rischio di recidive, poiché verosimilmente legate a modificazioni metaboliche dinamiche [287, 288] tipiche della fase acuta dell'ictus (alterazione della sintesi proteica, depolarizzazione anossica della membrana, rilascio di glutammato nell'ictus ischemico; deposito nella lesione di ferro francamente epilettogeno, nelle emorragie cerebrali) e potenzialmente reversibili. Invece, per le crisi tardive la formazione di tessuto gliotico con conseguente riorganizzazione delle connessioni assonali (diminuzione delle proiezioni inibitorie gabaergiche, modificazione delle caratteristiche di membrana ed aumento dei recettori per il glutammato) rappresenterebbe il "primum movens" fisiopatogenico delle crisi con rischio di recidive dal 50% al 100% a seconda delle varie casistiche.
Nell'infarto
cerebrale solo il 30% delle crisi sono precoci, mentre il 68%-73% sono tardive.
Nell'emorragia cerebrale il 30%-70% delle crisi compare entro le prime 48 ore.
Nel 42%-89% dei casi le crisi sono parziali semplici per lo più motorie, con pronta generalizzazione nel 15%-21% dei casi,[270] mentre crisi parziali complesse si hanno solo nel 3%-14% dei casi. Infine, lo stato di male epilettico [270, 272] può comparire nel 4%-10% dei casi,[273, 289] rappresentando la causa prima di stato di male nell'anziano.
Ai fini diagnostici è fondamentale l'esclusione di altri tipi di lesione cerebrale (tumorale, degenerativa, demielinizzante)[290] con neuroimmagini,[291] così come è importante escludere cause dismetaboliche (ipoglicemie, iponatriemia, calcemia) e/o intossicazioni farmacologiche che possono determinare deficit neurologici e convulsioni.[290, 292]
Spesso anche la diagnosi differenziale tra evento critico epilettico da un lato e il TIA, l'ipotensione posturale, embolia polmonare, progressione dell'ictus e l'aritmia cardiaca dell'altro, si presenta difficoltosa, giovandosi di una buona anamnesi clinica e di studio EEG-grafico.[293]
L'EEG intercritico ha poco significato negli accertamenti routinari delle crisi dopo ictus, mentre può essere un valido aiuto specie con registrazione in fase critica, prolungata e/o Holter nei casi di stato di male epilettico parziale complesso, negli episodi di perdite di contatto o per escludere crisi parziali complesse atipiche o crisi psicomotorie.[294, 295]
Riguardo al trattamento delle crisi associate ad insulto cerebrovascolare, in letteratura vi è molto poco di specifico e non vi sono studi controllati.
Tuttavia bisogna considerare come prima cosa quando un trattamento farmacologico per l'epilessia post-ictus è indicato e necessario.
Infatti una o due crisi nei primi quindici giorni da un accidente cerebrovascolare hanno un rischio di recidiva molto basso e con molta probabilità non necessitano di trattamento con farmaci anticomiziali a lungo termine; mentre la presenza di molteplici crisi, di crisi prolungate o di crisi che possono interferire con il trattamento riabilitativo anche se compaiono in fase precoce, suggerisce il trattamento farmacologico, con una eventuale sospensione delle terapie dopo 3-6 mesi.
Le crisi che si presentano dopo 2 settimane dall'evento ictale, e le crisi ricorrenti, necessitano di un trattamento con farmaco anticonvulsivo a lungo termine.[276, 296, 297, 298, 299]
Il trattamento con i più comuni e conosciuti farmaci anticonvulsivi comporta un controllo delle crisi, mentre una farmacoresistenza anche alla politerapia si riporta solo nel 10%-30% dei casi. La scelta del farmaco, non essendoci studi clinici controllati, ricade nella maggior parte dei casi sui comuni e collaudati farmaci anticonvulsivi come fenitoina, carbamazepina, fenobarbital e acido valproico.[298, 299]
La scelta del singolo farmaco è legata al caso clinico, tenendo conto dei singoli effetti collaterali dei sopracitati farmaci, dalle loro eventuali interazioni farmacologiche con altri farmaci usati nel paziente con ictus, dalle dosi di somministrazione. Dovrà anche essere tenuto in conto anche il loro eventuale impatto sul sistema neurocognitivo, dato che questi farmaci possono produrre effetti collaterali a carico dei sistemi neurologici, ostacolando di conseguenza il recupero riabilitativo.[295, 300]
In verità non esiste un farmaco anticonvulsivo ideale nel trattamento dell'epilessia post-ictus che contempla un minor numero di effetti collaterali, una ridotta interazione farmacologica con altri farmaci, e la somministrazione in unica dose.
Interessanti e confortanti dati clinici, che dovrebbero tuttavia essere controllati in studi in doppio cieco, ci pervengono dall'utilizzo dei nuovi farmaci anticonvulsivi come la lamotrigina, il topiramato ed il gabapentin.
Lo stato di male epilettico di tipo parziale semplice o complesso associato ad accidente cerebrovascolare in fase acuta [301] o subacuta, è associato ad alta mortalità - fino al 36% - nell'emorragia cerebrale [277] e ad una prognosi sfavorevole.
In atto non vi sono studi clinici controllati nello stato di male epilettico nelle fasi acute dell'ictus.[302] Tuttavia appare valido e ben collaudato lo schema terapeutico di Tabella 11:X.
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È ormai opinione diffusa che l'assistenza finalizzata alla prevenzione della disabilità (riabilitazione precoce) dovrebbe integrarsi con le attività mirate alla diagnosi ed al trattamento di emergenza nella fase acuta della cura dei pazienti con ictus.[303]
Gli obiettivi della prevenzione delle disabilità nella fase acuta dell'ictus comprendono elementi in grado di influenzare direttamente l'esito clinico, in termini di autonomia residua, senza incidere sulla lesione cerebrale o sulle condizioni generali (intese come comorbosità e complicanze). Essi sono attribuiti, nella pratica clinica, all'attività riabilitativa, anche se hanno, in senso stretto, poco a che vedere con la riabilitazione propriamente detta. Infatti, la prevenzione della disabilità residua mostra alcune differenze rispetto alle procedure che caratterizzano la riabilitazione intensiva:[304]
| a. | i programmi assistenziali realizzati al fine di prevenire la disabilità residua hanno lo scopo di prevenire ulteriori problemi, piuttosto che essere direttamente correlate al recupero delle abilità compromesse dalla malattia; |
| b. | le pratiche di prevenzione della disabilità sono attivate sui soggetti in condizioni cliniche non stabilizzate, che hanno subíto un ictus pochi giorni prima e non sono riservate, così come accade per la attività riabilitativa, a soggetti senza problemi clinici attivi; |
| c. | le attività assistenziali ai fini preventivi sono in genere uguali per tutti i soggetti accomunati sulla base delle condizioni del paziente e non "tagliate su misura", sulle base delle caratteristiche individuali della persona malata; |
| d. | le procedure di prevenzione possono in gran parte essere realizzate da figure professionali non appartenenti al mondo della riabilitazione. |
Gli interventi mirati alla prevenzione della disabilità conseguente all'ictus influenzano sensibilmente la qualità dell'assistenza prestata a soggetti colpiti da questa malattia, così da risultare determinanti nel produrre vantaggi delle strutture dedicate alle malattie cerebrovascolari acute.[305] Un compito della stroke unit è di combinare l'assistenza nella fase acuta, che comprende la riabilitazione precoce, all'attività di contenimento della disabilità residua espressa come riabilitazione a lungo termine. Sulla base di tali presupposti, appare necessario realizzare correntemente l'attività di prevenzione della disabilità residua all'ictus fin dai primi giorni dopo l'evento, utilizzando le risorse di personale disponibili, indipendentemente dal numero di fisioterapisti impegnati nell'assistenza agli acuti.[306] D'altro canto, le attività che saranno di seguito esposte possono in gran parte essere realizzate da personale prioritariamente impegnato nel nursing, a testimonianza del fatto che la coerenza del programma assistenziale può assumere maggiore rilievo dello specifico trattamento praticato.[307, 308]
Gli obiettivi della prevenzione della disabilità
post-ictale, da realizzare
precocemente, possono essere sintetizzati come segue:[17]
| a. | contenimento della rigidità articolare indotta dall'immobilità; |
| b. | conservazione dell'integrità cutanea; |
| c. | potenziamento della profilassi delle infezioni respiratorie e delle trombosi venose profonde; |
| d. | esaltazione della partecipazione all'attività fisica e ai programmi assistenziali; |
| e. | facilitazione della verticalizzazione e prevenzione delle cadute (dal letto e nei trasferimenti); |
| f. | formulazione di una prognosi ai fini della identificazione delle esigenze assistenziali destinate al recupero da attivare a breve-medio termine. |
Le attività abitualmente realizzate per raggiungere gli obiettivi sopra indicati possono essere indicate nei seguenti approcci:
| a. | mobilizzazione passiva degli arti paretici o plegici secondo tutto il range di movimento delle articolazioni per almeno 3-4 volte al giorno. Uno studio osservazionale ha documentato che la precocità della mobilizzazione e dell'addestramento del paziente rappresenta il fattore maggiormente correlato con il ritorno a casa entro sei settimane dall'ictus;[309] | ||||
| b. |
utilizzo di presidi antidecubito, mantenimento dell'igiene e cambiamento della posizione con intervallo variabile da 1 a 4 ore a seconda dei fattori di rischio per lesioni da decubito. La prevenzione delle lesioni da decubito è realizzata attraverso il raggiungimento di due distinti obiettivi da perseguire congiuntamente:
L'intensità di tali interventi è condizionata dalla presenza di fattori di rischio per la comparsa di lesioni definiti sulla base della Scala di Norton o di altre scale analoghe (basate su parametri quali lo stato generale, la mobilità/continenza e compromissione della coscienza).[310] La protezione della cute è basata sull'igiene, sulla idratazione della superficie cutanea e sul mantenimento del trofismo. In tal senso la pulizia attenta, soprattutto in sede perineale e sacrale, l'uso di creme in grado di proteggere la cute, analoghe a quelle utilizzate per i neonati, ed il frizionamento dolce delle zone sottoposte a pressione, sono considerati attività efficaci. La riduzione della pressione sulle sedi di appoggio è realizzata con sistemi attivi che distribuiscono il peso corporeo su di un'area più vasta (indumenti in lana di pecora, basi di appoggio in lana di pecora o poliestere, imbottiture in gel e sistemi "attivi" che modificano il punto di appoggio, alternando l'immissione e la emissione dell'aria od utilizzando sistemi di rotazione del letto o letti ad acqua). Anche se i sistemi attivi sono ritenuti più efficaci, e più costosi, dei sistemi passivi, la strategia di intervento non può essere basata sull'applicazione indiscriminata di un presidio ma sulla identificazione della migliore condotta, caso per caso, in relazione al rischio di decubiti. È opinione comune che la disponibilità di uno staff infermieristico, numericamente adeguato e sufficientemente preparato, possa garantire la più valida prevenzione dei decubiti, qualunque sia il presidio tecnico impiegato; |
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| d. | l'impegno degli arti paretici in qualche attività bimanuale è utile al fine di evitare il fenomeno del "non uso appreso". L'impegno motorio è verosimilmente potenziato da un uso selettivo dei farmaci. Alcune segnalazioni condotte su piccole serie di pazienti o derivate da studi sperimentali indicano che farmaci ad azione noradrenergica, quali amfetamine e dopaminoagonisti in combinazione con trattamenti riabilitativi, possono favorire il recupero di prestazioni motorie, percettive o linguistiche probabilmente riducendo la diaschisi.[317, 318] In senso opposto, antagonisti dopaminergici quali le fenotiazine, agonisti gabaergici quali le benzodiazepine ed alcuni anticonvulsivi quali il fenobarbital e la dintoina possono inibire il recupero incrementando la diaschisi e sopprimendo il fenomeno del potenziamento a lungo termine.[319, 320] Un'esperienza condotta su un piccolo gruppo di soggetti ha documentato un'efficacia del metilfenidrato nel miglioramento dell'esito clinico.[321] La facilitazione dell'esplorazione dello spazio, percepito in caso di emianopsia o di disturbo dell'orientamento spaziale dell'attenzione, si ottiene evitando posizioni del letto che lascino poco spazio all'esplorazione visiva. L'impegno nella memorizzazione del programma di attività giornaliere è utile per favorire l'orientamento temporale ed il mantenimento del ritmo sonno veglia. La promozione dei contatti interpersonali è cruciale per prevenire l'isolamento del paziente e le conseguenze emotive e comportamentali che ne conseguono. L'informazione e la educazione dei familiari a riguardo del loro possibile contributo al miglioramento dell'assistenza al soggetto malato appare cruciale per ottenere una adeguata collaborazione e potenziare l'attività fornita dagli operatori professionali. L'informazione offerta tramite opuscoli predisposti a pazienti e caregiver ha fornito, in uno studio clinico randomizzato, vantaggi in termini di qualità percepita, riguardanti lo stato mentale dei caregiver che ricevevano le informazioni, senza ricadute significative sull'esito clinico dell'ictus o sulla qualità di vita dei pazienti;[322, 323] | ||||
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previsione del recupero funzionale. L'Organizzazione Mondiale della Sanità, in relazione alle limitazioni esistenti nell'impiego di risorse destinate all'assistenza dopo l'ictus, raccomanda di selezionare i pazienti per i quali il futuro trattamento di riabilitazione intensiva può essere importante, discriminando tre gruppi principali:[324]
Le informazioni disponibili consentono di avere una discreta quantità di indicatori sui fattori predittivi negativi del recupero (numero delle attività compromesse, gravità della compromissione funzionale, comorbosità, incontinenza sfinterica, invalidità persistente all'ictus, deterioramento cognitivo, depressione, ecc.), ma non offrono modi sicuri per discriminare la predizione di recupero spontaneo da quello legato alla riabilitazione intensiva. Due ricerche di autori italiani hanno contribuito a definire alcuni indicatori predittivi favorevoli nei riguardi del recupero dell'autonomia: menomazione non grave, impegno occupazionale persistente dopo l'evento vascolare, età inferiore ai 65 anni, buone capacità di attenzione e di comunicazione verbale, tono dell'umore non compromesso. È comunque opportuno sottolineare che nessuno degli indicatori predittivi costituisce una condizione del tutto vincolante, poiché anche soggetti di età avanzata e particolarmente compromessi possono mostrare una evoluzione favorevole in termini di autonomia soprattutto in relazione al possibile miglioramento inatteso di alcuni fattori potenzialmente limitanti.[325, 326] La formulazione di una prognosi riguardante la sopravvivenza, l'autonomia nella deambulazione e la ripresa motoria degli arti basata sulla perdita di coscienza all'esordio dell'ictus, sulla rapidità di aggravamento del deficit e sul recupero dell'attività motoria può essere realizzata già al termine della prima settimana.[327] Ad essa consegue la realizzazione di una proposta sul setting riabilitativo più idoneo al soggetto curato e sulle modifiche potenzialmente necessarie per adattare la residenza abituale alla vita del paziente sopravvissuto all'ictus. |
Molte altre situazioni sono comunemente affrontate nella fase acuta dell'ictus con ricadute sull'autonomia residua. Fra queste possono essere sottolineate le problematiche relative all'alimentazione, al controllo sfinterico urinario e fecale, ai traumi della spalla e agli altri traumatismi indotti dalle cadute dal letto, alla sonnolenza diurna eventualmente associata alla agitazione notturna. Tali condizioni sono affrontate in dettaglio nel Capitolo 14 e nel Capitolo 15.
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La pianificazione della dimissione dovrebbe essere avviata precocemente dopo l'accettazione del paziente e dovrebbe prendere in considerazione i bisogni dei pazienti e dei loro familiari.[294]
È opportuno indicare le attività correlate alla prevenzione secondaria ed all'attività destinata al recupero delle abilità compromesse, indicando anche eventuali referenti dell'unità ictus che può fornire un aiuto nel coordinamento dell'assistenza.
Il piano di dimissione dopo la fase ospedaliera dovrebbe coinvolgere tutte le collaborazioni con gli operatori territoriali, evitando il realizzarsi di attività non coordinate.
La dimissione del soggetto che ha subíto un ictus, dalla struttura dedicata all'assistenza alla fase subacuta, realizza un passaggio che dovrebbe essere predefinito nell'ambito del progetto assistenziale redatto al momento dell'ammissione del paziente. In altri termini, ogni struttura dovrebbe identificare i propri criteri per la dimissione e realizzare un collegamento con altre strutture assistenziali ospedaliere e territoriali, che garantisca la continuità dell'assistenza.[17]
La relazione effettuata alla dimissione del paziente dovrebbe comporsi di due distinte sezioni: la prima che ripercorre le fasi assistenziali già espletate e la seconda che individua gli obiettivi da raggiungere e le modalità ritenute più opportune. In assenza di un progetto assistenziale già formulato dal team competente per l'assistenza alle malattie cerebrovascolari, il paziente è trattato "come un pacco" che cambia destinazione a seconda delle prestazioni disponibili nell'area geografica di residenza e non come un soggetto a cui viene offerta una risposta adeguata ai bisogni di salute indotti dalla malattia cerebrovascolare.
Sulla base di tali premesse, la dimissione dovrebbe essere accompagnata dal resoconto dei problemi affrontati dall'esordio della malattia con indicazione dei motivi che hanno condotto a certe scelte assistenziali. La relazione dovrebbe inoltre sintetizzare le condizioni al momento dell'ingresso e descrivere l'evoluzione fino all'uscita, oltre a testimoniare gli incontri che il team ha realizzato per affrontare il caso.[309]
Nella parte prospettica dovrebbero essere rappresentati i suggerimenti terapeutici a breve e medio termine, i criteri di scelta del setting assistenziale preposto (altro ospedale, struttura di lungodegenza, struttura di riabilitazione intensiva, domicilio con assistenza, ecc.) e gli obiettivi degli interventi sanitari realizzabili in tempi diversi. A tale scopo è infine importante sottolineare le motivazioni degli eventuali controlli presso la struttura della fase acuta chiarendo le competenze necessarie per la realizzazione di un'adeguata assistenza continua.[305]
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