| SPREAD V Ed. |
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Volume Capitolo 12 - Prevenzione secondaria: terapia farmacologica a lungo termine |
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10 anni di SPREAD Collaboration |
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Prima di concludere per una resistenza al farmaco è necessario riconsiderare la patogenesi dell'ictus con particolare riferimento alla ricerca di cause cardioemboliche, che consiglierebbero il passaggio agli anticoagulanti orali, o alla patologia delle piccole arterie, in cui l'effetto del farmaco antiaggregante è meno dimostrato. Inoltre deve essere indagata l'assunzione regolare e continuativa del farmaco, a causa dell'insufficiente adesione al trattamento o delle sospensioni volontarie per ragioni varie. Anche l'associazione fortuita con altre sostanze, sul tipo dell'indobufene per l'ASA o delle statine per il clopidogrel possono giustificare la perdita di efficacia dell'antiaggregante. Al momento non sono disponibili dati per sostenere l'insufficienza delle dosi impiegate, intendendo i 75 mg/die per il clopidogrel e la dose tra 75 e 325 mg/die per l'ASA. Un altro dato da ricercare con impegno è la possibilità di aggiungere o intensificare altre misure di prevenzione secondaria. Solo dopo avere risposto a tutti questi quesiti per alcuni autori divengono utili: aumenti della dose di ASA, tentativo con anticoagulanti orali oppure la chirurgia della carotide, anche in assenza delle condizioni riconosciute come raccomandabili. Una revisione Cohrane del 2006 ha preso in considerazione 5 studi, comprendenti 4·076 pazienti di ischemie o TIA di origine arteriosa, confrontando il trattamento anticoagulante (a bassa, media, alta intensità) con la terapia antiaggregante. La conclusione è che mancano dati robusti a favore del trattamento anticoagulante che peraltro non aumenta il rischio di sanguinamenti.[100]
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quando i valori di INR correlati temporalmente all'evento emorragico erano >4,5 (rischio relativo, RR, verso valori <4,5: 5,96; P<0,0001); |
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quando l'indicazione alla TAO era una vasculopatia arteriosa periferica o cerebrale (RR verso tutto le altre indicazioni: 1,72; P<0,001); |
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quando l'età era superiore a 70 anni (RR verso <70 anni: 1,69; P<0,001); |
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i primi 90 giorni di trattamento (RR del trattamento oltre 90 giorni rispetto ai primi 90 giorni: 0,4; P<0,001). |
Non vi era correlazione significativa con il sesso, il range terapeutico desiderato, il tipo di farmaco anticoagulante usato (acecumarolo o warfarin).
Sebbene il numero di complicanze emorragiche aumenti in misura esponenziale per valori di INR >4,5, emorragie compaiono anche per valori molto bassi di INR. Nello studio ISCOAT si è verificata un'incidenza di emorragie del 7,6% anni/paziente a valori di INR<2.[104] Ciò conferma il fatto che la comparsa di manifestazioni emorragiche è talvolta da mettere in relazione alla presenza di lesioni organiche locali occulte.
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Al momento di iniziare la TAO, è opportuno tenere presente il cosiddetto "triangolo della buona condotta terapeutica" costituito da:
Quando uno dei tre lati del triangolo non è corretto, aumentano i rischi della TAO.
Controindicazioni assolute sono:
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gravidanza (1° trimestre e ultime settimane di gravidanza); |
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emorragia maggiore (entro 1 mese dall'insorgenza dell'evento, specie se a rischio vitale). |
Condizioni a rischio di complicanze:
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malattie psichiatriche (alcolismo, paziente non collaborante); |
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malattie cardiovascolari (ipertensione grave, endocardite batterica, pericardite, insufficienza cardiaca grave); |
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malattie renali (insufficienza renale grave, biopsia renale recente); |
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malattie neurologiche (recente accidente cerebrale di natura non embolica, recente chirurgia o trauma del SNC o dell'occhio [<3 mesi], aneurismi cerebrali); |
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malattie gastrointestinali (ulcera peptica attiva, varici esofagee, ernia iatale, diverticolosi del colon); |
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malattie epatiche (insufficienza epatica grave, malattie biliari, biopsia epatica recente); |
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malattie ematologiche (preesistenti difetti dell'emostasi, piastrinopenia, piastrinopatia); |
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miscellanee (puntura lombare, iniezioni arteriose [<3 mesi]). Anche le iniezioni intramuscolari vanno evitate. Per le vaccinazioni (p.e. antinfluenzale, antiepatite) si consiglia iniezione sottocutanea o nella massa muscolare comprimibile e controllabile a vista come il deltoide. |
L'età avanzata (>80 anni) è fattore di rischio emorragico, ma al tempo stesso coincide con l'epoca di insorgenza di un aumentato rischio tromboembolico legato a malattie cardiovascolari (ad es. fibrillazione atriale non reumatica). Laddove la TAO sia indicata si valuterà attentamente il rapporto rischio/beneficio.
Va ricordato che esiste nell'anziano un maggior rischio di emorragie cerebrali per alterazione del metabolismo dei farmaci e probabilmente per alterazioni degenerative dei piccoli vasi. Questo rende necessaria un'attenta sorveglianza clinica, ma non costituisce di per sé una controindicazione.
Prima di iniziare la TAO in un paziente, sia ricoverato in ospedale sia
ambulatoriale, è opportuno che sia seguita una procedura standard al fine di:
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escludere la presenza di controindicazioni maggiori e valutare le minori; |
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definire il motivo principale che porta al trattamento anticoagulante (ed eventuali altri motivi accessori); |
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definire il range terapeutico voluto; |
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stabilire la durata prevista del trattamento; |
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chiarire come e da chi sarà controllato ambulatorialmente il paziente. |
La procedura standard da seguire per rispondere ai punti suddetti deve prevedere una visita generale e l'esecuzione di alcuni esami di laboratorio.
Occorre valutare il grado di cooperazione del paziente e la possibile presenza di condizioni che ne riducano o escludano l'affidabilità (deficit mentali, gravi psicosi, alcolismo, tossicodipendenza). Bisogna infatti considerare che per un adeguato trattamento occorre una completa e consapevole collaborazione da parte del paziente oppure la collaborazione da parte di familiari/conoscenti disponibili ad accudire il paziente stesso. La mancanza di entrambe queste condizioni è da considerare come una controindicazione assoluta al trattamento. La visita e la raccolta anamnestica escluderà la presenza di controindicazioni assolute e valuterà l'entità della controindicazioni relative.
Esami di laboratorio preliminari:
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test coagulativi di base (PT, aPTT, fibrinogeno, tempo di stillicidio); |
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esame emocromocitometrico completo con piastrine; |
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sideremia; |
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transaminasi, gamma-GT, colinesterasi, creatininemia, glicemia, uricemia, colesterolo, trigliceridi; |
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test di gravidanza in tutte le donne in età fertile. |
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Non è raro trovarsi di fronte a valori eccessivamente bassi o alti di INR. Nel primo caso la risposta è agevole, nel secondo ci si può trovare in difficoltà. In caso di sovradosaggio ci si può riferire allo schema di Tabella 12:II.
Può essere utile ricordare che gli effetti della somministrazione di vitamina K si protraggono per alcuni giorni, soprattutto per dosi relativamente elevate.
In caso di emorragia "maggiore" in presenza di INR ≤3 il paziente è ad alto rischio di successivi episodi emorragici. Deve quindi essere seguito da un centro specialistico dopo attenta valutazione della reale necessità di proseguire la terapia anticoagulante.
In caso di importante emorragia gastroenterica o renale in presenza di INR ≤3 si deve sospettare e ricercare una concomitante patologia neoplastica.
In caso di interventi odontoiatrici che non comportino rischi di significative emorragie (otturazione, ablazione tartaro, estrazioni semplici, etc.) non è necessario sospendere la terapia anticoagulante.
In caso di interventi chirurgici programmati o di cure odontoiatriche che possano comportare emorragie è sufficiente interrompere la terapia per 24 o 48 ore (a seconda dei risultati dell'ultimo prelievo) per ottenere valori di INR <2.
In caso di notevole variabilità dei valori di INR è spesso (ma non sempre) possibile identificare una causa:
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variazione dell'apporto dietetico di vitamina K (si veda § 12.3.4); |
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uso concomitante di farmaci, anche da erboristeria, che interferiscono con gli anticoagulanti (riferirsi ai numerosi testi in proposito); |
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scarsa compliance del paziente; |
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scarso rispetto dei corretti intervalli per i controlli dell'INR. |
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Ancor più che per ogni altra terapia il paziente deve comprendere vantaggi e svantaggi degli anticoagulanti orali, le modalità d'uso e di monitoraggio. La certezza della compliance è indispensabile. È opportuno che la famiglia venga coinvolta ogni volta questo sia possibile.
Il paziente deve portare sempre con sé un cartellino che lo faccia identificare come soggetto in terapia anticoagulante.
Deve essere concordato e verificato un metodo che consenta la corretta assunzione del farmaco evitando dimenticanze o confusioni (p.e. segnare il dosaggio giorno per giorno sul calendario e spuntarlo al momento dell'assunzione; utilizzare i contenitori preparati con la dose giorno per giorno, etc.).
Il paziente deve sapere come comportarsi in caso di emorragia minore o maggiore e cosa fare in caso di intervento odontoiatrico.
Si deve comunicare quali farmaci di uso comune può assumere autonomamente e quali deve sempre evitare e come comportarsi nei casi dubbi (telefonare sempre prima al medico, mostrare il cartellino di cui sopra in farmacia prima di ogni acquisto, etc.).
La dieta deve avere una composizione piuttosto stabile ed uniforme.
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La disponibilità di apparecchiature portatili, affidabili e di semplice uso, in grado di determinare l'INR su sangue capillare, ha reso possibile il controllo domiciliare della terapia anticoagulante da parte del paziente. Studi recenti eseguiti per lo più nel Nord-Europa hanno dimostrato che l'automonitoraggio è efficace e sicuro almeno quanto l'utilizzo di centri ospedalieri per la sorveglianza della terapia anticoagulante e che il gradimento del paziente è sicuramente a favore dell'autocontrollo.[106, 107, 108, 109, 110] La valutazione economica, effettuata in riferimento a realtà diverse da quella italiana (USA e Germania),[111, 112] ha evidenziato costi minori per l'autocontrollo rispetto alle forme usuali di monitoraggio. È bene precisare che i pazienti arruolati negli studi non rappresentano la globalità dei soggetti in trattamento anticoagulante orale, essendo presenti bias di selezione: perfetta autonomia, motivazione, assenza di deficit visivi, ecc. Tutti i soggetti avevano inoltre frequentato un apposito corso a piccoli gruppi (durata media di quattro ore) durante il quale erano stati appositamente istruiti alla determinazione dell'INR e a modificare il dosaggio del farmaco in relazione ai valori riscontrati. La frequenza con cui i pazienti valutavano il grado di anticoagulazione era poi, in media, settimanale, superiore quindi a quella usualmente proposta nella normale pratica. A questo proposito, però, lo studio di Cromheecke e coll.[110] ha mostrato comunque un vantaggio dell'automonitoraggio rispetto al controllo specialistico anche a parità di frequenza di controlli. Al momento non vi è dubbio che pazienti addestrati (o i loro familiari) possano procedere all'autodeterminazione dell'INR. La gestione autonoma della terapia invece non può comunque prescindere dalla necessità di una selezione iniziale dei pazienti e di verifiche periodiche della gestione da parte del medico di medicina generale e/o del centro di sorveglianza per la terapia anticoagulante.
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Nella maggior parte dei pazienti con fibrillazione atriale è stato dimostrato che la terapia anticoagulante orale con antagonisti della vitamina K è in grado di ottenere il miglior effetto protettivo verso l'ictus. Tuttavia, la presenza di controindicazioni, le difficoltà connesse al controllo dei fattori della coagulazione per un periodo di tempo molto prolungato, soprattutto in pazienti anziani e non sempre completamente collaboranti, e i timori spesso non giustificati dei medici che dovrebbero prescrivere una terapia anticoagulante, fanno sì che solo una minoranza di coloro che potrebbero beneficiare di tale terapia sia trattata in modo adeguato. Inoltre, anche quando la terapia anticoagulante orale viene utilizzata, il valore di INR non è mantenuto in modo costante tra 2 e 3, rendendo spesso inefficace il trattamento. È per tali motivi che si stanno cercando nuovi approcci terapeutici più semplici da gestire nella pratica clinica. In questa direzione vanno gli studi in cui si valuta l'efficacia di farmaci che non necessitano di un continuo monitoraggio dei fattori della coagulazione, fra cui gli inibitori diretti della trombina.
Lo studio SPORTIF III (Stroke Prevention with an ORal Thrombin Inhibitor in atrial Fibrillation) [113] ha arruolato 3·407 pazienti con fibrillazione atriale che sono stati randomizzati a ximelagatran o warfarin in aperto con valutazione in cieco ed un follow-up medio di 17,4 mesi. Il 24% dei pazienti aveva già avuto un ictus o un TIA. Non si sono osservate differenze nell'endpoint primario di ictus ed eventi embolici sistemici o nella mortalità totale, mentre l'occorrenza di emorragie maggiori e minori era ridotta nei pazienti trattati con ximelagatran. La percentuale di pazienti con un'aumento di ALT superiore a 3 volte il limite di normalità era significativamente maggiore con ximelagatran (6%) che con warfarin (1%).
Lo studio SPORTIF V,[114] ha randomizzato 3·922 pazienti con fibrillazione atriale e almeno un fattore di rischio a ximelagatran o warfarin ed il follow-up è stato di 20 mesi. Il 18% dei pazienti aveva già avuto un ictus o un TIA. Il disegno dello studio era lo stesso dello SPORTIF III, con la differenza che lo SPORTIF V era in doppio cieco dato che i pazienti trattati con ximelagatran venivano anch'essi sottoposti al controllo dell'INR con risultati generati dal computer. L'INR nei pazienti trattati con warfarin è rimasto all'interno del range terapeutico nel 68% del tempo dello studio. Non si sono osservate differenze fra i due gruppi nell'endpoint primario di ictus ed eventi embolici sistemici, nell'incidenza di emorragia intracranica o emorragia maggiore e nella mortalità totale. L'incidenza combinata di emorragie maggiori e minori era significativamente inferiore nei pazienti trattati con ximelagatran rispetto a quelli trattati con warfarin (37% per anno rispetto a 47% per anno, P<0,0001). Tuttavia, il gruppo trattato con ximelagatran presentava una più elevata percentuale di incremento di ALT 3 volte superiore i limiti di normalità (6% rispetto allo 0,8%, P<0,001).
I risultati di questi due studi sostengono la non inferiorità del
trattamento con ximelagatran rispetto a quello con warfarin nella prevenzione
dell'ictus e degli eventi embolici sistemici in pazienti con fibrillazione
atriale con almeno un fattore di rischio e di cui il 18%-24% aveva già avuto un
evento cerebrovascolare acuto. Lo ximelagatran è associato ad un rischio
ridotto di emorragie, soprattutto minori, e ad un aumento più frequente delle
transaminasi epatiche da 2 a 6 mesi dopo l'inizio del trattamento.
Tuttavia, allo stato attuale i risultati degli studi condotti, pur avendo dato risultati univoci in termini di endpoint prefissato (non inferiorità rispetto a warfarin), non consentono di raggiungere una conclusione univoca. Infatti, pur accettando che non è possibile ipotizzare a priori una superiore efficacia di ximelagatran rispetto a warfarin - e quindi accettando come ragionevole l'obiettivo prefissato di studi di non-inferiorità - rimane da valutare il significato del risultato puntiforme (incidenza di eventi osservata) nei due studi. Questa discussione è ampiamente affrontata, sotto il profilo teorico-statistico, in un documento EMEA, cui si rimanda.[115]
La soluzione ai dubbi sull'avere o meno dimostrato la non inferiorità del trattamento con ximelagatran in confronto al warfarin diventa pleonastica di fronte alla decisione di non introdurre il farmaco nella pratica clinica. La ragione di questa decisione sta nella sofferenza epatica provocata dal trattamento a lungo termine che rende inaccetabile il rischio.
In questo ambito è da poco iniziato il ROCKET-AF (Rivaroxaban Once-daily oral direct factor Xa inhibition Compared with vitamin K antagonism for prevention of stroke and Embolism Trial in Atrial Fibrillation) che si propone di dimostrare che l'efficacia di rivaroxaban (20 mg/die) non è inferiore a quella di dosi adeguate di warfarin (obiettivo INR 2,5) per la prevenzione di eventi tromboembolici in pazienti con fibrillazione atriale non valvolare con pregresso ictus, TIA, embolia non a carico del sistema nervoso centrale (SNC) o 2 o più tra scompenso cardiaco congestizio e/o frazione di eiezione ≤35%, ipertensione, età ≥75 anni, diabete mellito, valutati come combinazione di ictus ed embolie sistemiche al di fuori del SNC. Gli endpoint secondari maggiori comprendono l'insieme di ictus, embolie sistemiche non a carico del SNC e morte vascolare, l'insieme di ictus, embolie sistemiche non a carico del SNC, infarto miocardico e morte vascolare, singoli componenti dell'endpoint composito primario e dei maggiori endpoint secondari, l'ictus invalidante e la mortalità globale.
È stata condotta una sottoanalisi degli studi SPORTIF III e IV nei bracci di confronto tra warfarin (INR 2-3) contro ximelagatran, considerando i sottogruppi non pianificati costituiti dall'aggiunta di ASA (<100 mg/die) a uno dei due farmaci. La combinazione era più frequente nei diabetici, nei coronaropatici, nei pazienti con precedenti ictus e TIA e nei pazienti con insufficienza ventricolare sinistra. Nel sottogruppo ASA più warfarin si osservava una modesta riduzione non significativa del tasso di ictus, embolie sistemiche, infarto miocardico. Si osservava invece un aumento significativo (P<0,01) di emorragie maggiori (3,9% per anno, rispetto a 2,3% con warfarin da sola, 2,0% con ASA+ximelagatran, 1,9% con ximelagatran da solo).[116] L'associazione di ASA e anticoagulanti sembrerebbe quindi aumentare i rischi senza aumento analogo dei benefici, tuttavia la differenza descritta, per fonte dei dati (sottogruppi non pianificati), assenza di una valutazione dell'effetto di interazione e modesta entità, potrebbe essere conseguenza del caso, anche se coerente con i meccanismi dei farmaci coinvolti.
Uno studio che tentava di dimostrare la non inferiorità del trattamento associato di clopidogrel 75 m g/die ed ASA 75-100 mg/die in confronto all'anticoagulante orale warfarin con INR tra 2 e 3 in casi di fibrillazione atriale associata ad uno o più fattori di rischio per ictus è stato sospeso precocemente per la chiara superiorità del trattamento anticoagulante (rischio annuale di 5,60% contro 3,93%; RR 1,44; IC95 1,18-1,76; P=0,0003).[117]
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Fra il 1970 e il 1995, 4 studi hanno valutato gli effetti della terapia antipertensiva nella prevenzione secondaria delle recidive di ictus. Due erano stati condotti su pazienti ipertesi,[118, 119] e gli altri due su pazienti senza ipertensione,[120, 121] ma tutti con storia di ictus (3/4) o di TIA (1/4); la pressione arteriosa complessiva dei 2·742 pazienti all'inizio dello studio era 160/92 mm Hg e l'età media 66 anni; durante il follow-up di 2,6 anni la pressione arteriosa era mediamente più bassa di 9/4 mm Hg nei pazienti trattati rispetto al gruppo controllo.
Nel complesso dei 4 studi,[122] il rischio di ictus è risultato non significativamente ridotto del 19% nei pazienti trattati rispetto ai controlli, anche se gli effetti erano non significativamente maggiori nei due studi comprendenti solo pazienti ipertesi rispetto agli altri due che comprendevano soggetti prevalentemente normotesi. Tuttavia dagli studi epidemiologici osservazionali sull'associazione tra livelli pressori e recidiva di ictus, risulta che l'incidenza di ictus per una differenza nei valori pressori come quella osservata mediamente nei 4 studi dovrebbe essere intorno al 20%-25% e quindi non molto diversa dal 19% riscontrato in questi studi. Pur considerando questi risultati solo promettenti, c'è un forte consenso tra gli esperti del gruppo SPREAD per il miglior controllo possibile dell'ipertensione arteriosa anche in prevenzione secondaria.
La comparsa in letteratura di revisioni e metanalisi sul tema della scelta del farmaco ideale per il controllo della pressione arteriosa, in gruppi di pazienti che non avevano ancora presentato turbe del circolo cerebrale, ha dimostrato che il beta-bloccante atenololo è meno efficace di altri farmaci nel ridurre la frequenza di ictus.[123] Inoltre sulla base di numerosi studi la stessa società internazionale dell'ipertensione arteriosa ha modificato le raccomandazioni sulla scelta dei farmaci antipertensivi nell'anziano. In questi pazienti si è dimostrato che la riduzione della pressione arteriosa, anche in ultraottantenni, riduce in modo significativo la complicanza circolatoria cerebrale, senza influire sulla mortalità. La successione proposta è la seguente: prima scelta: calcio antagonista o diuretico tiazidico; seconda scelta: diuretico tiazidico più ACE-inibitore o sartanico; terza scelta: l'associazione delle tre categorie di farmaci.[124]
Nella scelta dei farmaci antipertensivi giocano un ruolo importante l'associazione di patologia, in particolare il diabete, e la presenza di proteinuria, segno di iniziale danno renale. In questi casi la scelta di ACE-inibitori o di bloccanti il sistema angiotensina-renina diventa prioritaria. L'aggiunta di diuretici d'ansa è spesso necessaria. In modo simile il ricorso ai beta-bloccanti può essere reso necessario per la compresenza di coronaropatia. Tuttavia non bisogna dimenticare che l'effetto protettivo sulle manifestazioni cerebrovascolari è nettamente dipendente dal calo dei valori pressori.[125]
L'utilizzo del diuretico indapamide (2,5 mg/die) verso placebo ha dimostrato nello studio randomizzato controllato PATS (Post-stroke Antihypertensive Treatment Study) la riduzione di ictus fatale e non in pazienti ipertesi con precedente TIA o ictus ischemico (71%) o emorragico. I 5·665 pazienti di età media 60 anni seguiti per circa due anni hanno mostrato una riduzione relativa di rischio di ictus del 29% (9,4% in 3 anni vs 12,3%; P=0,0009) con riduzione di pressione pari a 5/2 mm Hg. Il beneficio assoluto consiste nella riduzione di 29 eventi su 1·000 pazienti trattati per tre anni.[126]
Lo studio PROGRESS [127] è stato condotto su 6·105 pazienti con pregressa patologia cerebrovascolare, ma non necessariamente ipertesi, seguiti per un periodo medio di 4,2 anni. In questo studio l'impiego dell'ACE-inibitore perindopril - associato o meno, a giudizio del medico, a indapamide - comporta una riduzione relativa del rischio di recidiva di ictus, rispetto al placebo, pari al 28% (IC95 17%-38%; P<0,0001) nel totale dei pazienti, costituita da una riduzione del 32% nei pazienti ipertesi e del 27% nei pazienti normotesi; in particolare l'incidenza di ictus emorragico si è ridotta del 50% (P<0,0001). Per quanto riguarda l'endpoint combinato ictus, infarto miocardico e morte vascolare, la riduzione relativa del rischio è stata del 26% con IC95 dal 16% al 33% (P<0,0001). In questo studio per la prima volta in prevenzione secondaria, è stato dimostrato il beneficio dell'ACE-inibitore perindopril nella prevenzione della recidiva di ictus e TIA sia nei pazienti ipertesi che normotesi. Il Ministero della Salute ha autorizzato l'indicazione terapeutica "prevenzione delle ricorrenze di eventi cerebrovascolari" nella scheda tecnica del perindopril.
Nel gennaio 2004 alcuni membri del gruppo collaborativo dello studio PROGRESS hanno pubblicato un articolo [128] che, pur usando nel titolo la criticata dizione di "terapia basata sul perindopril", sostengono che il calo della pressione arteriosa, comunque ottenuto, è il solo motivo dell'efficacia. Il testo conferma che il perindopril da solo ha determinato un calo di 5/3 mm Hg, rispettivamente, della pressione sistolica e diastolica, e solo del 5% delle recidive, in confronto al calo di 12/5 mm Hg dell'associazione di perindopril con il diuretico indapamide. Infatti i dati cumulativi dello studio, cioè il calo del 26% degli ictus ischemici e del 49% di quelli emorragici, dipende in modo significativo dall'efficacia della terapia associata e correlano con l'intensità del calo pressorio. L'effetto protettivo sulle recidive non raggiunge la significatività statistica per gli ictus lacunari e quelli cardioembolici. Sulla base dei risultati di questo studio e di altri che hanno dimostrato la superiorità dei diuretici, dei calcio antagonisti e dei bloccanti dei recettori dell'angiotensina II si ipotizza un'azione cerebroprotettiva di queste molecole. Questo assunto si basa su studi sperimentali e sui risultati di alcuni studi clinici di superiorità in confronto ai beta-bloccanti e agli ACE inibitori. Il meccanismo invocato è quello che gli AT2 recettori presenti nelle piccole arterie cerebrali, sotto lo stimolo dell'angiotensina II favoriscano il circolo collaterale e la resistenza neuronale all'anossia.[129]
Lo studio HOPE ha seguito per 5 anni 9·297 pazienti ad alto rischio di eventi vascolari, con una media di pressione arteriosa uguale a 139/79, e trattati con un ACE-inibitore (ramipril) vs placebo. Sull'endpoint combinato (morte cardiovascolare, ictus, infarto miocardico) si riscontra un guadagno dell'ACE-inbitore statisticamente significativo dal secondo anno e che raggiunge un RR di 0,78 (IC95: 0,70-0,86) al quinto anno. Nel sottogruppo di 1·013 pazienti con precedenti di TIA e ictus, che quindi qualificano i risultati come di effettiva prevenzione secondaria, il RR per l'endpoint primario composito è 0,75 (IC95: 0,57-0,97);[130] tuttavia, in una analisi per sottogruppi la riduzione di rischio di ictus in prevenzione secondaria non risulta statisticamente significativa.[131]
Anche nello studio LIFE, di confronto tra un'antagonista dell'angiotensina 1 e un beta-bloccante, i 9·193 pazienti ipertesi essenziali con ipertrofia ventricolare sinistra, ugualmente normalizzati nei valori pressori, a distanza di 4 anni, hanno un RR di 0,87 (IC95: 0,77-0,98) a favore dell'AT1 per l'endpoint cumulativo di decesso, infarto miocardico e ictus. Rientrano in questa misura di beneficio anche 728 pazienti che avevano sofferto in precedenza di malattia cerebrovascolare, sottogruppo per il quale, tuttavia, non è disponibile l'analisi avulsa.[132]
Lo studio MOSES (Morbidity and Mortality After Stroke, Eprosartan Compared With Nitrendipine for Secondary Prevention) [133] ha confrontato in 1·405 soggetti ipertesi con pregresso evento cerebrovascolare (confermato da TC o RM) nei precedenti 24 mesi, il trattamento con eprosartan (antagonista dell'angiotensina II) con il calcio-antagonista nitrendipina, durante un follow-up medio di 2,5 anni. A parità di effetto antipertensivo (76% vs 78% soggetti riportati <140/90 mm Hg), l'incidenza dell'endpoint primario combinato (mortalità totale e tutti gli eventi cardiovascolari e cerebrovascolari, incluse le recidive) è stata significativamente inferiore con eprosartan (IDR [incidence density ratio]: 0,79; IC95 0,66-0,96; P=0,014), con riduzione simile di eventi cardiovascolari (IDR=0,75; IC95 0,55-1,02; P=0,06)e di eventi cerebrovascolari (IDR 0,75; IC95 0,58-0,97; P=0,03). Lo studio è interessante soprattutto perché è il primo caso di studio di prevenzione condotto con un bloccante dell'angiotensina II, confrontato con il calcio antagonista nitrendipina.
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Le metanalisi pubblicate sull'utilizzo di statine in coronaropatici hanno dimostrato che con tale trattamento la frequenza dell'ictus ischemico diminuisce del 29%.[134, 135, 136] L'azione delle statine sui processi infiammatori, proliferativi e trombogenici, nella placca aterosclerotica, e di miglioramento della funzione endoteliale, suggeriscono che l'effetto ipocolesterolemizzante non sia l'elemento fondamentale del successo.[137]
Ulteriori contributi che derivano dai casi inclusi negli studi con pravastatina 40 mg/die hanno confermato la riduzione di circa il 30% degli ictus in pazienti con colesterolo totale elevato e precedenti di infarto miocardico (studio CARE) e in casi di angina instabile anche con livelli di colesterolo totale normali (studio LIPID).
Tuttavia, la revisione Cochrane del marzo 2002 su cinque lavori, di cui due soli usavano pravastatina, conclude per la mancanza di efficacia degli interventi sui lipidi per ridurre le recidive di ictus.[138] Nel novembre 2002 sono apparsi i risultati dello studio PROSPER che ha utilizzato pravastatina 40 mg in 5·804 anziani (70-82 anni) con storia o fattori di rischio di malattia vascolare, seguiti per circa tre anni. A fronte della riduzione del 34% del colesterolo LDL è stata rilevata la riduzione delle manifestazioni da malattia coronarica con RR 0,81 (IC95: 0,69-0,94) ma nessun effetto sull'ictus.[139]
Questi dati sono coerenti con la mancanza di significatività statistica per l'impiego delle statine nella prevenzione primaria dell'ictus,[140] anche se nello studio ASCOT - a differenza degli studi WOSCOPS [141] e ALLHAT [142], che non hanno osservato riduzioni significative del rischio - si è osservata una diminuzione statisticamente significativa del rischio di ictus con atorvastatina rispetto a placebo (hazard ratio 0,73; IC95 0,56-0,96; P=0,024).[143] Tali benefici sono stati osservati anche in soggetti diabetici senza storia di coronaropatia pregressa ma con retinopatia o albuminuria o ipertensione o fumo attuale, nonché LDL ≤160 mg/dL e trigliceridi ≤600 mg/dL; nei quali il trattamento con atorvastatina (studio CARDS) ha determinato una riduzione dell'endpoint secondario "incidenza di ictus" rispetto al placebo (HR 0,52; IC95 0,31-0,89).[144]
Le statine sono state ad oggi studiate in 7 differenti categorie di pazienti: coronaropatici, con ipercolesterolemia, con valori normali di colesterolo, negli anziani, negli ipertesi, nei diabetici e nei pazienti con pregresso ictus. L'incidenza di ictus è risultata ridotta in tutte le categorie eccetto quella dei pazienti con pregresso ictus, per i quali sono disponibili solo dati provenienti dallo studio HPS.[145] Questo studio, condotto per 5 anni su 20·536 pazienti, tra 40 e 80 anni, con precedenti di coronaropatia, o ipertensione trattata, o arteriopatia periferica o diabete mellito, e valori di colesterolo totale ≥135 mg/dL, trattati con simvastatina 40 mg. Per quanto riguarda l'ictus il trattamento è risultato molto efficace con una riduzione del 25% di primo ictus per un RR 0,75 (IC95 0,66-0,85). La riduzione del tasso di eventi è risultato simile in ognuna delle sottocategorie partecipanti allo studio, compresi i soggetti con precedenti di malattia cerebrovascolare (3·280) di cui 1·822 erano senza diagnosi di coronaropatia. L'analisi di questo sottogruppo dimostra l'efficacia della simvastatina nella prevenzione secondaria in pazienti a rischio di vasculopatia, anche se non coronaropatici.
La superiorità delle statine in confronto ad altri ipolipemizzanti è
confermata anche dalla revisione di Di Mascio che riguarda la metanalisi di 41
studi su 80·000 soggetti.[146]
Dall'analisi di recenti contributi comparsi in letteratura sull'utilità di usare le statine per ridurre il rischio di recidiva di ictus in varie categorie di pazienti, infatti gli studi includono pazienti affetti da diabete,[147] sofferenti o no di ischemia coronarica e cerebrale [148] o di alterazioni dell'assetto lipidico, si può accordarsi sulla seguente conclusione. Pur non essendovi una documentata dimostrazione dell'utilità di utilizzare le statine nella prevenzione secondaria dell'ictus, è comunque opportuno introdurle in soggetti ad alto rischio di malattia aterotrombotica, in particolar modo in pazienti diabetici o con precedenti di coronaropatia o di ictus, anche in presenza di valori di colesterolo nei limiti della norma, considerando la diminuzione del 20% di eventi ischemici diversi dall'ictus.[149] Inoltre la recidiva di ictus in pazienti trattati con statine ha un esito più favorevole rispetto ai non trattati per quanto riguarda la Rankin Scale (80% vs 61%; P=0,059) e il Barthel Index (76,7% vs 51,8%; P=0,015).[150] Questi risultati sembrerebbero sostenere l'ipotesi che le statine associno un effetto antiaterogeno a livello coronarico a quello antinfiammatorio, che comporterebbe la stabilizzazione di placca e migliorerebbe il funzionamento dell'endotelio.
Il TNT (Treating to New Targets) è uno studio in doppio cieco randomizzato che ha verificato se una terapia ipolipemizzante intensiva con atorvastatina 80 mg volta a raggiungere livelli di LDL-C al di sotto di quanto definito in termini di obiettivi terapeutici dalle linee guida internazionali (LDL-C 75 mg/dl) riducesse ulteriormente i rischi di eventi cardiovascolari rispetto a quanto osservato in caso di raggiungimento dell'obiettivo terapeutico di LDL-C=100 mg/dl con atorvastatina 10 mg.
Complessivamente, 10·001 pazienti con coronaropatia clinicamente evidente e colesterolo LDL <130 mg/dL sono stati randomizzati ad atorvastatina 80 mg (N=4·995) o atorvastatina 10 mg (N=5·006) e seguiti per un follow-up mediano di 4,9 anni. Durante il periodo in aperto i livelli di LDL-C si sono ridotti del 35% in tutta la popolazione passando da 152 mg/dL a 98 mg/dL.
Il livello medio di colesterolo LDL era 77 mg/dl durante il trattamento con 80 mg/die contro i 101 mg/dl durante il trattamento con 10 mg/die di atorvastatina. Aumento persistente delle transaminasi era 6 volte più frequente con la dose elevata (1,2%) rispetto alla dose di 10 mg (0,2%).[151]
Alla fine del follow-up si è osservata una riduzione del rischio relativo nell'endpoint primario (eventi cardiovascolari maggiori definiti come morte da coronaropatia, infarto non letale non associato a procedure invasive, rianimazione dopo arresto cardiaco, ictus letale o non letale) pari al 22% (HR 0,78; IC95 0,69-0,89; P<0,001), con un NNT di 46 (IC95 30-93).
Nonostante presentino il limite di essere un endpoint secondario si deve segnalare che nel braccio atorvastatina 80 mg c'e stata una riduzione degli eventi cerebrovascolari (HR 0,77; IC95 0,64-0,93; P=0,007) e dell'ictus (HR 0,75, IC95 0,59-0,96; P=0,02). Ogni riduzione di 1 mg/dL di colesterolo LDL era associata ad una riduzione del rischio relativo per eventi cerebrovascolari e ictus pari, rispettivamente, a 0,6% (P=0,002) e 0,5% (P=0,041).
Lo SPARCL è uno studio multicentrico, prospettico, randomizzato, doppio cieco, controllato vs placebo che ha incluso 4·731 pazienti con precedenti di ictus o TIA nei precedenti 1-6 mesi e colesterolo LDL compreso tra 100 e 190 mg/dL, ad esclusione dei pazienti con sospetta cardioembolia, fibrillazione atriale o con evidenza di coronaropatia. I pazienti sono stati randomizzati ad atorvastatina 80 mg o placebo per una durata mediana di 4,9 anni. I livelli medi di colesterolo erano simili nei due gruppi al basale (132,7 mg vs 133,7 mg).
Durante il corso dello studio i livelli di colesterolo LDL, HDL, totale e di trigliceridi erano: 72,9 mg/dL vs 128,5 mg/dL (P<0,001); 52,1 mg/dL vs 51,0 mg/dL (P=0,006), 147,2 mg/dL vs 208,4 mg/dL (P<0,001) e 111,5 mg/dL vs 145,0 mg/dL (P<0,001), rispettivamente per atorvastatina 80 mg e placebo.
L'endpoint primario (ictus fatale e non fatale) è stato osservato in 265 pazienti nel gruppo atorvastatina 80 mg e in 311 nel gruppo placebo (P=0,05). Dopo aggiustamento prespecificato per i fattori al basale, l'uso di atorvastatina 80 mg per cinque anni era associato ad una riduzione del rischio relativo per ictus fatale e non fatale pari al 16% (HR 0,84; IC95 0,71-0,99; P=0,03) con un NNT di 52 (IC95 26-1303). Tale effetto era significativo per l'ictus fatale (HR 0,57; IC95 0,35-0,95; P=0,03) mentre non era significativo per l'ictus non fatale anche se consistente con l'effetto del trattamento (HR 0,87; IC95 0,73-1,03; P=0,11).
L'incidenza di ictus emorragico in cinque anni era 2,3% (N=55) nel gruppo atorvastatina vs 1,4% (N=33) nel gruppo placebo (P=0,02) mentre l'incidenza di ictus emorragico fatale non differiva in maniera significativa tra i due gruppi (17 casi nel gruppo atorvastatina vs 18 nel gruppo placebo).
Tra i sette endpoint secondari prespecificati, è riportata una riduzione relativa del rischio di eventi coronarici maggiori del 35% (P=0,003), di infarto miocardico non fatale del 49% (P<0,001), di eventi cardiovascolari del 20% (P=0,002) e di eventi cardiovascolari comunque definiti del 26% (P<0,001).
Nessuna differenza significativa nella mortalità totale, inclusa la morte per tumore era osservata tra i due gruppi. Nello studio SPARCL, atorvastatina 80 mg si è dimostrata ben tollerata nonostante l'incidenza persistente di aumento delle transaminasi nel 2,2% dei casi in confronto allo 0,5% del placebo (P<0,001).
Lo studio SPARCL è il primo studio che ha dimostrato che un trattamento con statine è in grado di ridurre il rischio di ictus fatale anche in assenza di coronaropatia. Per sottolineare la necessità di trattare con statine i casi di ictus e TIA gli autori hanno definito queste due manifestazioni come "coronary heart disease risk equivalent".[152]
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Mentre l'efficacia degli anticoagulanti orali nella prevenzione dell'ictus cardioembolico è dimostrata, la loro efficacia nella prevenzione secondaria dell'ictus aterotrombotico non è stata ancora chiaramente accertata. Considerazioni di tipo fisiopatologico ne suggeriscono l'utilizzo in caso di fallimento delle terapie antiaggreganti, ma mancano dati conclusivi.
Lo studio SPIRIT (Stroke Prevention In Reversible Ischemia Trial),[153] multicentrico, randomizzato, aveva lo scopo di confrontare l'efficacia del warfarin (INR 3-4,5) con quella di basse dosi di ASA (30 mg) in pazienti con TIA o ictus lieve in ritmo sinusale, nel prevenire gli endpoint morte, ictus ed infarto miocardico non fatali. Lo studio è stato interrotto anticipatamente, quando erano stati arruolati 1·370 pazienti, in quanto l'analisi ad interim aveva dimostrato un eccesso di eventi emorragici maggiori (fatali o invalidanti) nel gruppo trattato con warfarin. In particolare venivano registrate 53 emorragie maggiori di cui 17 fatali, vs 6 di cui solo una fatale nel gruppo trattato con ASA. Il rischio emorragico aumentava significativamente per valori di INR>4, con incremento ancora maggiore per valori superiori a 4,5. Tuttavia nei gruppi con INR più basso veniva osservata una tendenza favorevole per quanto riguarda la riduzione degli eventi ischemici.
Per tale motivo, è iniziato un secondo studio (ESPRIT: European Stroke Prevention in Reversible Ischemia Trial), con un disegno simile a quello dello studio SPIRIT, ma con minore intensità di trattamento anticoagulante (INR 2-3) e dosaggi di ASA fino a 325 mg con l'aggiunta di dipiridamolo a lento rilascio 400 mg/die. Nel confronto dei 536 pazienti che non avevano controindicazioni all'uso di warfarin con INR 2-3 e i 532 pazienti trattati con ASA associata a dipiridamolo, il follow-up medio di 4,6 anni ha dimostrato che l'incidenza dell'evento ischemico combinato era del 19% nei pazienti con anticoagulanti e del 18% nei pazienti con ASA e dipiridamolo (HR 1,02, IC95 0,77-1,35). La complicanza di emorragie maggiori era prevalente nel trattamento anticoagulante (HR 2,56; IC95 1,48-4,43). Lo studio ha permesso di concludere che in questo tipo di pazienti la terapia anticoagulante non è superiore all'associazione dei due antiaggreganti.[154].
Sono anche disponibili i risultati dello studio WARSS (Warfarin Aspirin Recurrent Stroke Study), uno studio con un disegno simile allo SPIRIT salvo che l'INR era mantenuto fra 1,4 e 2,8, cioè su livelli più bassi di quelli normalmente utilizzati (2-3).[155] Lo studio non ha evidenziato differenze fra warfarin ed ASA nella prevenzione di recidive di ictus o di morte da qualunque causa, né nell'incidenza di emorragie maggiori. Gli autori concludono affermando che warfarin - a questi livelli di anticoagulazione - ed ASA sono ragionevoli alternative terapeutiche. Al momento attuale, quindi, gli anticoagulanti andrebbero riservati ai casi di recidive plurime malgrado terapia antiaggregante.[155]
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In pazienti con fibrillazione atriale non valvolare (FANV) sono stati condotti due studi di prevenzione secondaria: lo European Atrial Fibrillation Trial Study (EAFT),[156] e lo Studio Italiano sulla Fibrillazione Atriale (SIFA),[57] mentre sono disponibili anche i dati dello SPAF III (Stroke Prevention in Atrial Fibrillation),[157] relativi al sottogruppo con pregresso evento tromboembolico. In questo studio di prevenzione primaria, infatti, il 14% (N=146) dei pazienti affetti da FANV e trattato con l'associazione warfarin a dose fissa (dose necessaria ad ottenere un INR di 1,2-1,5 alle due prime rilevazioni) e ASA (325 mg/die) oppure warfarin a valori di INR compresi fra 2 e 3, aveva già avuto un evento cardioembolico nei 3 mesi precedenti l'arruolamento. In questo sottogruppo l'efficacia della terapia anticoagulante orale - a livelli di scoagulazione corrispondenti ad INR di 2-3 - nella prevenzione secondaria di eventi cerebrali è risultata superiore all'associazione warfarin a dosi fisse+ASA (rispettivamente 3,4% e 11,9% per anno, l'incidenza di ictus ischemico ed embolia periferica).
Lo studio EAFT ha valutato l'efficacia del trattamento con dicumarolici (INR 2,5-4) vs ASA (300 mg/die) o placebo in 1·007 pazienti con FANV e TIA o ictus lieve verificatosi nei 3 mesi precedenti l'arruolamento. Gli endpoint primari erano rappresentati da: morte da ogni causa vascolare, ictus non fatale, infarto miocardico non fatale ed embolie sistemiche. Al termine del follow-up, della durata media di 2,3 anni, è stata osservata un'incidenza annua di eventi primari dell'8% nei pazienti trattati con warfarin, rispetto al 17% nel gruppo trattato con placebo, riduzione assoluta del 9% per anno; in particolare l'incidenza di ictus si è ridotta dal 12 al 4% l'anno. Nel gruppo di pazienti in terapia con ASA, rispetto al gruppo di controllo, l'incidenza annuale di eventi primari è stata rispettivamente del 15% e del 19%, con riduzione assoluta del 4% per anno, nettamente inferiore rispetto a quella offerta dagli anticoagulanti orali. Nel complesso, questo studio ha dimostrando l'efficacia della terapia anticoagulante nel ridurre il rischio di ictus del 67%. Circa 90 eventi trombotici possono essere prevenuti ogni anno trattando 1·000 pazienti con anticoagulanti orali. L'ASA, pur rimanendo una valida alternativa nei pazienti con controindicazioni all'uso di anticoagulanti orali, ha dimostrato un'efficacia minore, prevenendo solo 40 eventi trombotici ogni 1·000 pazienti trattati. In questo studio è stata registrata, inoltre, una bassa incidenza di eventi emorragici (2,8% nel gruppo in terapia con warfarin; 0,9% nel gruppo in terapia con ASA), nessuno dei quali era rappresentato da emorragie intracraniche.[156] Una rivalutazione dello stesso studio ha dimostrato che il dosaggio ottimale della terapia anticoagulante per la prevenzione dell'ictus nel paziente con FANV era quello che garantiva un range di INR compreso fra 2,0 e 3,5.[158]
Lo Studio Italiano sulla Fibrillazione Atriale
(SIFA),[57]
studio multicentrico, randomizzato, ha valutato, in 916 pazienti con FANV che
avevano avuto un TIA o minor stroke nei 14 giorni precedenti, l'efficacia
della terapia con warfarin (INR 2-3,5) vs l'antiaggregante piastrinico
indobufene (100 o 200 mg x 2 die), nella prevenzione secondaria dell'ictus. Per
ragioni etiche, nello studio non era previsto un gruppo di confronto con
placebo. Gli endpoint principali erano l'ictus non fatale (inclusa
l'emorragia cerebrale), l'embolia polmonare o sistemica, l'infarto miocardico
non fatale, e la morte per causa vascolare. I risultati dello studio indicano
che l'incidenza di eventi primari nell'anno di follow-up è stata di
circa il 10%, senza differenza significativa fra il gruppo trattato con
dicumarolici (9,0%) e quello trattato con indobufene (10,6%).[57]
Tuttavia, nello studio SIFA, nel gruppo in trattamento con indobufene, 4 delle
31 morti per causa vascolare (12%) sono state determinate da embolia polmonare,
evenienza che non si è verificata nel gruppo in terapia con warfarin.
Globalmente, l'incidenza di eventi maggiori riportati nel gruppo di pazienti in
trattamento anticoagulante nello studio SIFA e nello studio EAFT è
sovrapponibile; nello studio SIFA, l'incidenza di eventi nei pazienti in terapia
con indobufene è risultata lievemente superiore a quella del gruppo di
confronto in trattamento con warfarin (10,6% vs 9,0%, rispettivamente), ma
inferiore rispetto a quella riferita nello studio EAFT per i pazienti in
trattamento con ASA e/o placebo. Dal confronto dei risultati di questi due studi
emerge che il trattamento di scelta nella prevenzione secondaria dell'ictus in
pazienti con FANV è rappresentato dalla terapia anticoagulante orale, pur
restando la terapia con antiaggreganti piastrinici un'alternativa proponibile,
sebbene meno efficace, in pazienti con controindicazioni all'uso di
anticoagulanti orali.
Per confermare l'efficacia dell'indobufene è iniziato un nuovo studio multicentrico Italiano (SIFA II) di confronto tra indobufene 200 o 400 mg die, secondo la funzionalità renale, versus ASA 300 mg/die.
Il problema della compliance e le possibili complicanze emorragiche riducono il numero dei casi in cui è possibile il trattamento con dicumarolici. I tentativi di utilizzare dosi basse, associate o no ad ASA, non hanno dato risultati paragonabili a quelli del dicumarolico con INR tra 2 e 3. Prendono perciò importanza gli studi di stratificazione del rischio cardioembolico in corso di FANV, che permettono di individuare i casi con più alta probabilità embolica, in cui il trattamento con dicumarolici diventa di prima scelta, in confronto ad altri casi in cui è utile iniziare con ASA.
Uno
schema di riferimento può essere il seguente proposto da Lip:[159]
| pazienti con pregresso TIA/ictus; | |
| pazienti diabetici/ipertesi di età >75 anni; | |
| pazienti con valvulopatia, insufficienza cardiaca, patologia tiroidea, disfunzione ventricolare sinistra all'ecocardiogramma; |
| pazienti sotto i 65 anni con diabete, ipertensione arteriosa, arteriopatia periferica, cardiopatia ischemica; | |
| pazienti sopra i 65 anni che non rientrano nel rischio alto; |
| pazienti sotto i 65 anni senza precedenti cardioembolici, ipertensione, diabete o altri fattori di rischio. |
Un'altra metodica può essere quella delle linee guida basate sull'analisi decisionale, come proposto da Thomson e coll.[160] Gli autori, applicando il modello di Markov ai dati disponibili, hanno concluso che il trattamento con warfarin è di prima scelta sui casi con precedenti di TIA e di ictus nei maschi con ipertrofia ventricolare sinistra ed un altro fattore di rischio, e nei casi con tre o più dei seguenti fattori di rischio: fumo, terapia antipertensiva, diabete, malattia cardiovascolare, ipertrofia ventricolare sinistra. Per i soggetti non inclusi in queste categorie hanno ideato delle tabelle di classificazione del rischio sulla base della fascia di età, del sesso e dei fattori di rischio, isolati o meno.
Va però precisato che i pazienti con pregresso TIA/ictus sono classificati nel gruppo a maggior rischio in qualsiasi schema di stratificazione, e che in tale gruppo i dicumarolici rappresentano la terapia di scelta salvo controindicazioni.
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Nei pazienti con ictus e FANV non è raro riscontrare lesioni carotidee congruenti con l'emisfero cerebrale colpito. L'incidenza di stenosi carotidea ipsilaterale nei pazienti con ictus e FANV è stimata intorno al 15%.[161, 162, 163] Nel singolo paziente può essere difficile stabilire l'eziologia cardioembolica o carotidea responsabile dell'ictus.
Le caratteristiche dei sintomi neurologici non sono specifiche per porre diagnosi clinica di embolia cerebrale di origine cardiaca o carotidea e neppure la localizzazione dell'infarto cerebrale alla TC è specifica di embolia cardiogenica. L'ecocardiografia transesofagea e l'eco-Doppler carotideo possono fornire elementi orientativi per l'eziologia.
L'eziologia cardioembolica è molto probabile in presenza di uno o più marker di rischio tromboembolico all'ecocardiografia transesofagea (trombosi atriale sinistra, ecocontrasto spontaneo, bassa velocità di flusso in auricola <25 cm/sec, aneurisma del setto interatriale).[164] L'eziologia carotidea è molto probabile in presenza di uno o più marker di rischio tromboembolico della placca carotidea all'eco-Doppler (stenosi grave, placca soft, ulcerazione etc). Combinando i dati provenienti dall'ecocardiogramma transesofageo e dall'eco-Doppler carotideo è possibile una diagnosi presuntiva dell'eziologia dell'ictus nel singolo paziente.
Dal punto di vista pratico è possibile suggerire le seguenti raccomandazioni per la prevenzione secondaria dopo ictus:
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TAO (INR 2,0-3,0) indicata in tutti i pazienti, indipendentemente dal grado e dalla morfologia della lesione carotidea (EAFT); |
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terapia antiaggregante piastrinica con ASA (325 mg) o indobufene (200 mg x 2) indicata nei pazienti con controindicazione per la TAO o elevato rischio tromboembolico (EAFT, SIFA); |
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per quanto gli studi NASCET, ECST abbiano escluso pazienti con fibrillazione atriale (FA), la TEA carotidea potrebbe essere indicata in presenza di stenosi carotidea >70% congruente. Quindi la decisione sul trattamento deve essere presa empiricamente nei singoli casi. |
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Fattori predittivi di aumentato rischio tromboembolico nella cardiomiopatia dilatativa sono rappresentati da: fibrillazione atriale (FA), gravità della dilatazione e disfunzione ventricolare sinistra, presenza di trombo ventricolare sinistro e pregressa tromboembolia. Un pregresso episodio tromboembolico, indipendentemente dalla presenza o meno di FA, identifica nell'ambito dei pazienti con scompenso cardiaco un sottogruppo ad elevato rischio di recidiva tromboembolica.
Esiste un ampio consenso riguardo alle indicazioni alla TAO nella cardiomiopatia dilatativa in presenza di FA, trombo ventricolare sinistro o pregresso evento tromboembolico.[165, 166] Ne deriva che nei pazienti con cardiomiopatia dilatativa e ictus vi sono indicazioni sicure alla profilassi tromboembolica con TAO (INR 2,0-3,0) a lungo termine. Deve essere tuttavia tenuto presente che la TAO nei pazienti con cardiomiopatia dilatativa può comportare un rischio emorragico particolarmente elevato a causa del fluttuante stato metabolico di questi pazienti. I pazienti con cardiomiopatia dilatativa spesso presentano, a causa della bassa portata cardiaca, una ridotta funzionalità epatica e renale; inoltre spesso sono sottoposti a polifarmacoterapia che può interferire con la TAO.
In considerazione del rischio emorragico potenzialmente aumentato la gestione della TAO deve essere particolarmente accurata. È raccomandabile che i pazienti siano seguiti presso Centri per la sorveglianza della TAO per minimizzare il rischio di complicanze emorragiche.
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Numerosi studi hanno riportato una aumentata prevalenza di forme ovale pervio (FOP) e aneurisma del setto interatriale (ASI) nei pazienti con ictus criptogenetico rispetto ai controlli. Incertezze sussistono invece tuttora sul meccanismo patogenetico in presenza di FOP e ASI: oltre all'embolia paradossa vengono invocati la formazione di trombi in situ e la predisposizione allo sviluppo di tachiaritmie quali la fibrillazione atriale.
In un paziente con ictus o TIA in cui vengano riscontrate tali anomalie del setto interatriale, prima di attribuire ad esse un ruolo eziologico e di definire le strategie preventive occorre escludere nel modo più accurato possibile tutti gli altri meccanismi patogenetici. Ossia l'ictus deve essere "rigorosamente" criptogenetico. Ad esempio la presenza di un FOP in un paziente con infarto lacunare (notoriamente non correlato ad un meccanismo embolico) dovrebbe essere considerata come riscontro accidentale. Occorre inoltre escludere le tachiaritmie parossistiche, quali la FA parossistica, e la dissecazione dei vasi epiaortici. Se non adeguatamente ricercata la diagnosi di dissecazione può risultare difficile e il suo ruolo patogenetico essere sottostimato; particolarmente difficile risulta la diagnosi di dissecazione vertebrale data la frequente presenza di ipoplasia congenita del vaso. Occorre inoltre valutare su base clinica (esordio in condizioni "simil-Valsalva") e con accertamenti strumentali (eco-Doppler venoso arti inferiori) e di laboratorio (parametri emocoagulativi) la presenza dei presupposti patogenetici dell'embolia paradossa, in modo particolare la presenza di potenziali sorgenti emboliche nell'albero venoso.
Successivamente occorre tenere presente il rischio di recidiva di ictus o TIA nei pazienti con ictus criptogenetico e FOP ed i fattori che ne aumentino il rischio embolico. Disponiamo al riguardo di alcuni studi recentemente pubblicati.
Uno studio prospettico italiano includente 86 pazienti (età media 47±14 anni) con ictus criptogenetico senza anomalie del setto atriale e 74 pazienti (età media 53±4 anni) con FOP aveva riportato che in pazienti con shunt destro-sinistro a riposo in associazione con un'escursione del setto interatriale >6,5 mm (N=27) il rischio di recidiva di ictus o TIA a tre anni era significativamente più alto (12,5%; IC95 0%-26%) rispetto ai pazienti che avevano FOP e mobilità del setto <6,5 mm o mobilità >6,5 mm ma shunt solo durante manovra di Valsalva (4.3%; IC95 0%-10%). Nei pazienti con ictus criptogenetico senza anomalie del setto il rischio di recidiva a tre anni era del 16,3% (IC95 7,2%-25,4%). La validità di questi risultati è tuttavia in parte inficiata dall'assenza di randomizzazione al trattamento e dalla mancanza di dati riguardanti l'esito clinico a seconda del trattamento. Inoltre in 18 dei 74 pazienti con FOP coesistevano altre potenziali fonti emboliche a livello del cuore o dell'arco aortico.[167] In tale studio la ipermobilità del setto e la presenza di shunt destro-sinistro in condizioni di riposo rappresentavano i fattori associati al FOP condizionanti un maggiore rischio embolico.
Più
recentemente, uno studio osservazionale prospettico francese ha calcolato il
rischio di recidiva di ictus ischemico o TIA a quattro anni dall'esordio su 581
pazienti di età inferiore a 55 anni con ictus di origine sconosciuta e in
terapia con ASA 300 mg/die.[168] Nei
pazienti senza anomalie del setto interatriale il rischio di ictus era del 4,2%
(IC95 1,8%-6,6%) e il rischio di ictus o TIA del 6,2% (IC95
3,0%-9,3%). Nel caso di FOP isolato il rischio era del 2,3% (IC95
0,3%-4,3%) per l'ictus e del 5,6% (IC95 2,5%-8,7%) per TIA o ictus.
Nessun paziente con solo aneurisma del setto interatriale (ASI) aveva presentato
TIA o ictus. Nei pazienti con associazione di FOP e ASI il rischio era pari al
15,2% (IC95 1,8%-28,6%) per l'ictus e pari al 19,2% (CI95
5,0%-33,4%) per ictus o TIA. La presenza di entrambe le alterazioni era un
indicatore predittivo di recidiva (HR 4,17; IC95 1,47-11,84). Si deve
rilevare tuttavia che il gruppo dei pazienti senza anomalie del setto
interatriale presentava una prevalenza significativamente maggiore di fattori di
rischio cerebrovascolare quali ipertensione arteriosa (21,4% vs 9%) e
ipercolesterolemia (23% vs 11,6%) e un'età superiore (44,5 vs 40,3 anni)
rispetto ai pazienti con FOP, ASI o entrambe le anomalie. Poiché tutti i
pazienti assumevano ASA, i risultati dello studio suggeriscono
l'opportunità di strategie terapeutiche più aggressive se coesistono FOP e
ASI.
Lo studio prospettico multicentrico PICSS (Patent Foramen Ovale in Cryptogenic Stroke Study)[169] ha arruolato 630 pazienti con ictus - di cui 265 di origine sconosciuta - dai 30 agli 85 anni di età, randomizzati ad ASA 325 mg e warfarin (INR 1,4-2,8) e sottoposti ad ecocardiografia transesofagea nell'ambito dello studio WARSS (Warfarin-Aspirin Recurrent Stroke Study). Il FOP era presente in 203 pazienti: il 29,9% aveva avuto un ictus con causa nota e il 39,2% di origine sconosciuta. Non si sono osservate differenze nell'incidenza a due anni dell'endpoint primario combinato recidiva di ictus o morte fra pazienti con o senza FOP nella popolazione studiata (14,8% vs 12,7%) o nel sottogruppo con ictus criptogenetico (14,3% vs 12,7%). Non vi era differenza fra pazienti senza FOP, FOP piccolo o FOP grande (15,4%; 18,5% e 9,5% rispettivamente). In contrasto con i risultati dello studio francese non vi era differenza fra pazienti con FOP isolato e pazienti con FOP+ASI nella popolazione globale studiata (14,5% vs 15,9%). Lo studio non riporta i dati sull'effetto dell'associazione FOP-ASI nel sottogruppo con ictus criptogenetico.
È chiaro che i risultati del PICSS sono in parte conflittuali con quelli dello studio francese. Si deve però considerare che le popolazioni studiate nei due studi non sono confrontabili in quanto:
| i pazienti del PICSS erano di età più avanzata rispetto a quelli arruolati nello studio francese (59,0 vs 42,5 anni);[170] | |
| i fattori di rischio cerebrovascolare avevano una prevalenza maggiore nel PICSS: il 60,1% dei pazienti nel PICSS era iperteso vs 15,5% nello studio francese; il diabete aveva una prevalenza del 28,4% nel PICSS e del 4,1% nello studio francese e l'anamnesi di eventi cerebrovascolari precedenti era positiva nel 14,7% dei pazienti arruolati nel PICSS e solo nel 2,8% dei pazienti dello studio francese. |
Studi retrospettivi e con numerosità campionarie limitate suggeriscono infine alcune caratteristiche che sembrano importanti nell'aumentare il rischio di recidiva in soggetti con ictus criptogenetico e FOP.
I
n
un gruppo di 159 pazienti con ictus criptogenetico e FOP con follow-up
mediano di 29 mesi la percentuale annuale di recidiva di TIA o ictus è stata
del 3,7% in pazienti con singolo evento ischemico e del 9,9% nei pazienti che
avevano avuto eventi multipli prima dell'inclusione.[171]
In un altro studio, valutando la frequenza di recidive di ischemia cerebrale (TIA
o ictus) nel corso di 23 mesi in 59 giovani (età media 43±13 anni) con ictus
attribuito a FOP, l'unica variabile indipendente predittiva della recidiva è
risultata l'entità dello shunt. Misurando con Doppler transcranico il
numero di bolle, solo i casi con >10 bolle nei vasi cerebrali aveva un
rischio significativo di recidiva (8,2% per anno; OR 17,1; IC95
2,1-75,2; P=0,0012) in confronto a <10 bolle (0,66% per anno).[172]
Il ruolo delle anomalie della coagulazione non è stato studiato in modo sistematico. In singoli studi caso-controllo la prevalenza di condizioni di trombofilia quali il fattore V Leiden e la variante G20210A della protrombina sembra maggiore nei pazienti con FOP rispetto ai controlli,[173, 174] così come la presenza di segni strumentali di trombosi delle vene pelviche.[175]
La conclusione che si può al momento derivare dai dati pur contraddittori della letteratura è che la presenza di FOP in pazienti con ictus criptogenetico aumenta il rischio di recidiva se in associazione con ASI, se è presente shunt a riposo, se l'entità dello shunt a livello cerebrale è >10 bolle, se nell'anamnesi vi sono eventi cerebrovascolari multipli, l'età è >65 anni e se, verosimilmente, coesistono anomalie della coagulazione in senso trombofilico.
Nella profilassi delle recidive di ictus la disponbilità di dispositivi per la chiusura del FOP per via percutanea ha ampliato le opzioni terapeutiche disponibili precedentemente limitate alla terapia medica (antiaggreganti piastrinici o terapia anticoagulante orale) e alla chiusura chirurgica.
Una metanalisi che aveva incluso i risultati di 5 studi retrospettivi non randomizzati di confronto fra ASA e warfarin concludeva che la terapia anticoagulante è superiore all'ASA nella prevenzione di eventi cerebrovascolari ricorrenti con OR 0,37 (IC95 0,23-0,60).[176]
L'unico studio randomizzato controllato in doppio cieco che ha confrontato l'efficacia della terapia antiaggregante con quella anticoagulante orale è il PICSS, menzionato sopra.[169] A due anni dall' inclusione non si sono osservate differenze nell'incidenza di recidiva di ictus o morte fra i pazienti trattati con ASA o warfarin, indipendentemente dalle dimensioni del FOP o dalla coesistenza di aneurisma del setto. Non vi erano inoltre differenze nella recidiva di ictus o morte fra i pazienti con o senza FOP. A limitare la validità generale di questo risultato concorrono, oltre ai fattori segnalati sopra, il fatto che pazienti arruolati nel PICSS hanno avuto percentuali di recidiva di eventi cerebrovascolare drasticamente più alte rispetto a tutti gli studi precedenti e il fatto che i pazienti in terapia anticoagulante avevano in media un INR pari a 2,04±0,99 con una mediana di 1,86.
I risultati dell'approccio chirurgico non sono univoci ed hanno riportato un certo grado di complicanze perioperatorie,[177, 178, 179] mentre la chiusura transcatetere del FOP ha una percentuale di successo superiore al 90% con una bassa incidenza di complicanze e di recidive di ictus.[180, 181, 182, 183] Pur non esistendo studi diretti di confronto fra terapia chirurgica e percutanea, quest'ultima si pone attualmente come alternativa di prima scelta alla terapia medica.
Un
unico studio non randomizzato ha confrontato la percentuale di recidive di TIA o
ictus e la mortalità a 4 anni in pazienti sottoposti a chiusura transcatetere o
a terapia medica.[184] I risultati
indicano una tendenza non significativa per una riduzione dell'endpoint
combinato TIA, ictus o morte nei pazienti sottoposti a chiusura transcatetere
rispetto a quelli trattati con terapia medica (8,5% vs 24,3%; IC95
0,23-1,01; P=0,05). Il disegno non randomizzato e la variabilità del
trattamento medico (antiaggreganti-anticoagulanti) limitano però grandemente il
valore di questo risultato.
Parimenti, non è possibile derivare da revisioni sistematiche [185] una stima comparativa dell'efficacia profilattica del trattamento medico e della chiusura transcatetere per la sovrabbondante eterogeneità delle variabili confondenti (età, fattori di rischio cerebrovascolare, tipo di trattamento medico, tipo di dispositivo occlusore utilizzato). Un dato relativamente costante è la percentuale di complicanze della chiusura transcatetere pari a 1,5% circa per gli eventi maggiori (morte, emorragia con necessità di trasfusione, tamponamento cardiaco, necessità di intervento chirurgico, embolia polmonare fatale) mentre mancano dati sulle potenziali complicanze a lungo termine. Fra le complicanze minori si deve segnalare inoltre l'occorrenza di fibrillazione atriale parossistica nel 2%-8% dei casi trattati.[183]
Da un punto di vista pratico la domanda che ci si deve porre è, sostanzialmente, quando impiegare strategie alternative agli antipiastrinici considerando che sia la terapia anticoagulante sia la chiusura transcatetere rappresentano soluzioni terapeutiche più impegnative rispetto alla semplice terapia antiaggregante. Le due soluzioni vengono pertanto proposte assieme in un secondo livello, anche per la totale mancanza di dati in letteratura che favoriscano l'una o l'altra delle due alternative. Nei casi enumerati è probabilmente indicato offrire al singolo paziente le due alternative e discutere, partendo da una posizione concettualmente neutrale, rischi e benefici (rischio della TAO, morbosità della procedura, età, abitudini di vita). La chiusura transcatetere potrebbe risultare preferibile qualora consenta di evitare il ricorso ad una prolungata terapia con anticoagulanti orali. Da evitare in ogni caso un incondizionato ricorso alla chiusura transcatetere. Anche in presenza di ictus/TIA recidivanti occorre attentamente riconsiderare la presenza di eziologie alternative.
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Nei pazienti con protesi valvolari cardiache, una TAO a regime inadeguato può favorire una significativa incidenza di tromboembolie.
L'incidenza di trombosi valvolare protesica e di tromboembolia sistemica in corso di TAO è in media 0,2% e 1,8% per anno rispettivamente, dipendendo dal tipo e posizione della protesi e soprattutto dall'adeguatezza del regime anticoagulante.[186]
Nei pazienti con protesi valvolari in cui si verifichi un ictus sono proponibili le seguenti raccomandazioni:
Nei pazienti con trombosi valvolare protesica e ictus deve essere attuata una terapia anticoagulante.[190] Nei pazienti in cui persista una trombosi protesica e vi sia una ricorrenza di eventi nonostante il trattamento anticoagulante deve essere preso in considerazione un approccio cardiochirurgico.
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Le placche aterosclerotiche dell'aorta toracica sono state recentemente riconosciute come causa importante di ictus ed embolia periferica. La prevalenza di ateromi aortici nei pazienti con ictus è di circa 21%-27%.[191, 192, 193] L'ecografia transesofagea è la metodica d'elezione per studiare le placche aortiche, mentre la TC, la RM e l'ultrasonografia epiaortica perioperatoria possono essere considerate metodiche complementari. In presenza di placche aortiche il meccanismo embolico è quello degli ateroemboli oppure, più frequentemente, quello dei tromboemboli. Elementi morfologici della placca correlati con il rischio embolico sono costituiti dal trombo sovrapposto e dallo spessore della placca (Ø 4 mm). Il rischio di futuri emboli nei pazienti con placche aortiche è del 12% ad un anno, mentre l'incidenza di embolie complessive (ictus + embolia periferica) ad un anno è di circa il 33%. Inoltre le placche aortiche sono una causa importante di ictus durante la chirurgia cardiaca a cuore aperto. In presenza di placche aortiche evidenziabili all'ecocardiografia transeofagea il rischio di ictus intraoperatorio è di circa il 12%, cioè sei volte superiore al rischio generale di ictus associato alla chirurgia di by-pass cardiopolmonare. Le possibili strategie terapeutiche nei pazienti con ictus e placche aortiche comprendono gli antiaggreganti piastrinici, la terapia anticoagulante orale, le statine e la rimozione chirurgica dell'ateroma. Esiste una significativa resistenza all'utilizzo del warfarin per il rischio teorico di favorire l'emorragia intraplacca e che questa possa generare embolie sistemiche (sindrome "blue toes" da embolia di cristalli di colesterolo, spesso associata a insufficienza renale o infarto intestinale). Esistono report di pazienti con questa sindrome durante la terapia anticoagulante orale. Tuttavia il rischio di sindrome clinica da ateroemboli durante la terapia anticoagulante, in pazienti con placche aortiche documentate dall'ecocardiografia transesofagea, è molto basso (solo un episodio in 134 pazienti nello studio SPAF III).
Tre studi recenti hanno documentato che nei pazienti con placche aortiche il warfarin non è pericoloso ed è in grado di ridurre il rischio di ictus.[194, 195, 196] Si tratta comunque di studi non randomizzati che hanno incluso un numero limitato di pazienti. Soltanto studi prospettici di confronto tra gli antiaggreganti piastrinici e il warfarin potranno indicare qual è il trattamento ottimale per la prevenzione delle recidive nei pazienti con placche aortiche e ictus.
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Non ci sono indicazioni precise per ciò che riguarda la migliore condotta terapeutica in questa evenienza. In letteratura sono disponibili solo case series e case reports.[197] È indicata la sospensione temporanea della TAO per evitare il rischio di trasformazione emorragica. Nel periodo di sospensione, il rischio di recidiva rimane basso per i pazienti con FA, che sono la maggioranza.
La TAO potrà essere ripresa non prima di una settimana-dieci giorni dopo aver escluso con TC cerebrale la trasformazione emorragica.
Nei pazienti con protesi valvolari meccaniche che presentino embolismo cerebrale o sistemico nonostante un'adeguata terapia anticoagulante è consigliabile l'associazione con ASA a basse dosi (80-100 mg/die) o in alternativa dipiridamolo 400 mg/die.[198]
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Lo studio WASID, randomizzato, in doppio cieco, multicentrico e sponsorizzato dal NINDS, di confronto tra ASA e warfarin, di recente pubblicazione, ha studiato 569 pazienti con TIA o minor stroke e dimostrata stenosi di arterie intracraniche. Sono stati confrontati i trattamenti con ASA 1300 mg/die e warfarin con INR normalizzato tra 2-3. I casi trattati con warfarin hanno avuto più morti per ogni causa: 9,7% vs 4,3% con ASA (HR 0,46; IC95 0,23-0,90; P=0,02); più emorragie maggiori: 8,3% vs 3,2% (HR 0,39; IC95 0,18-0,84; P=0,01); più infarti miocardici e morti improvvise: 7,3% vs 2,9% (HR 0,40; IC95 0,18-0,91; P=0,02) Questi effetti negativi non sono compensati dalla minore incidenza di ictus ischemici, emorragie cerebrali e morti vascolari presenti nel 21,8% dei trattati con warfarin contro il 22,1% dei casi trattati con ASA.[199]
Nello studio prospettico GESICA, 102 pazienti con stenosi intracranica sintomatica ≥50% (22,5% della vertebrale; 25,5% della basilare; 26,5% della cerebrale media e 22,5% della carotide interna) sono stati seguiti per una media di 23,4 mesi. Nonostante la terapia antitrombotica scelta dai vari sperimentatori, il tasso di recidiva di ischemie nello stesso territorio è stato del 38,2% (13,7% ictus e 24,5% TIA) nel totale della casistica. Il tasso sale al 60,7% nei casi con stenosi più elevata.[200]
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Studi epidemiologi hanno dimostrato come i soggetti con arteriopatia periferica presentino un rischio relativo di morte per eventi maggiori cardiovascolari (ictus ischemico e infarto) 2-3 volte superiore rispetto ai soggetti della stessa età senza arteriopatia.[201]
La metanalisi Antithrombotic Trialists' Collaboration,[22] ha dimostrato come ASA 75-325 mg sia in grado di ridurre il rischio di eventi vascolari cerebrali del 27% nei pazienti ad alto rischio. In particolare nei soggetti con arteriopatia periferica la riduzione del rischio di eventi vascolari risultava pari al 28%. Tuttavia non esiste uno studio singolo che provi che la somministrazione cronica di ASA riduce il rischio di eventi cardiovascolari in una casistica di pazienti con arteriopatie periferiche. Pertanto la raccomandazione di somministrare ASA a questi pazienti, basata fondamentalmente su questa metanalisi, non può considerarsi basata su una evidenza di livello 1. Uno studio con la ticlopidina nello stesso tipo di pazienti ha dimostrato un'efficacia nel ridurre gli endpoint vascolari cumulati (e non l'endpoint "ictus cerebrale") soltanto all'analisi "on treatment".[202]
Il derivato della ticlopidina, clopidogrel si è dimostrato marginalmente più efficace dell'ASA nella profilassi degli eventi cardiovascolari maggiori. Nello studio CAPRIE nel sottogruppo di 6·452 pazienti con arteriopatia periferica, la riduzione relativa del rischio è stata del 24% con clopidogrel rispetto all'ASA per l'endpoint composito di eventi cardiovascolari.[33]
Non ci sono dati convincenti per ciò che riguarda l'efficacia degli anticoagulanti orali per questa indicazione.
In definitiva, è ragionevole, anche se non basato su un'evidenza di livello 1, trattare cronicamente i pazienti affetti da arteriopatie periferiche con antiaggreganti piastrinici, e in particolare con ASA, per la prevenzione di eventi cardiovascolari maggiori incluso l'ictus.
Il clopidogrel potrà essere riservato ai pazienti in cui la terapia con ASA sia inefficace o non tollerata.
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L'impiego dei farmaci descritti nel presente capitolo è determinato, oltre che dalle indicazioni facenti riferimento all'efficacia, anche dal loro costo. In particolare vanno ricordati quattro elementi che concorrono a modificare il grado di utilizzo di un farmaco sulla base di evidenze economiche.
Ancor più che nell'ambito della diagnostica e delle procedure chirurgiche, nei trattamenti farmacologici i risultati delle valutazioni economiche variano sensibilmente al variare dei costi unitari, cioè del costo della singola terapia. Tali differenze sono in molti casi enormi, tenendo conto che due principi attivi possono avere prezzi relativi tra loro estremamente diversi se acquistati negli USA o in un paese europeo, e anche in Europa, per alcuni prodotti, rimangono forti differenze. Non è quindi di alcun conforto esaminare studi condotti all'estero. Non resta che auspicare un maggior ricorso a studi italiani di confronto fra differenti trattamenti farmacologici condotti secondo il paradigma dell'analisi costi-benefici.
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