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Nella fase immediatamente
successiva all’ictus i pazienti spesso manifestano alterazione del tono
dell’umore quali ansia, labilità emotiva, talora stati di agitazione, più
raramente manifestazioni deliranti.[1,
2]
Tali disturbi della sfera emozionale interferiscono con la partecipazione
attiva del paziente influenzandone i processi cognitivi, in particolare quelli
di attenzione sostenuta, e possono condizionarne le capacità di
collaborazione, in fase acuta, al programma di riabilitazione necessario per
il recupero funzionale.
È pertanto opportuno che essi siano tempestivamente indagati, diagnosticati e
correttamente trattati allo scopo di ridurne gli effetti clinici negativi.
L’approccio farmacologico è di fondamentale importanza, dato che anche farmaci
di uso comune nella gestione dei disturbi psichici (benzodiazepine,
neurolettici), od anche altri come fenobarbital, fenitoina, prazosin e
clonidina, possono avere un’azione sfavorevole sul recupero funzionale e
sull’intervento riabilitativo, così che il loro uso dovrebbe essere mirato e
selettivo.[3,
4]

16.1 Depressione
post-ictus
Un episodio depressivo che insorge entro 6-12 mesi dopo
un ictus (post stroke depression, PSD) è un evento
frequente e molto studiato, ma le informazioni disponibili
non sono univoche, principalmente a causa di rilevanti
problematiche metodologiche dei numerosi studi
sull'argomento (differenti criteri diagnostici, utilizzo di
differenti scale di valutazione, criteri temporali
differenti, criteri di inclusione differenti - in
particolare, l'arruolamento o meno di pazienti afasici).[5,
6, 7,
8]

16.1.1 Epidemiologia
La prevalenza media della depressione post-ictus nei
pazienti con postumi di ictus è stimata intorno al
30%-35%,[1, 9,
10]
ma con limiti compresi tra il 20% ed il 60%. Tale
eterogeneità è da ricondurre essenzialmente a
problematiche diagnostico/metodologiche, per cui la reale
frequenza della depressione post-ictus è tuttora oggetto di
discussione.[11]
Una recente revisione sistematica, valutando 51 studi selezionati sui 96,
pubblicati tra il tra il 1977 e il 2002, presi in esame, ha rilevato una
prevalenza media del 33% circa, ma con percentuali molto diverse tra studio e
studio.[12]
I dati italiani sono in linea con la prevalenza media dei paesi occidentali.
Infatti, è stato recentemente pubblicato lo studio multicentrico italiano
DESTRO, condotto in 53 centri dislocati su tutto il territorio nazionale, e
relativo ad oltre 1·000 pazienti, valutati serialmente nel tempo.[13,
14] In tale studio la prevalenza media
della depressione è risultata essere del 36%.[14]
Non esiste concordanza nemmeno sulla frequenza di depressione tra i pazienti
afasici, ricontrandosi percentuali oscillanti tra il 24%[15] ed il 70% dei casi.[16]
La frequenza di depressione post-ictus è maggiore nei primi mesi dall'evento
ictale,[14,
17] e tende successivamente a ridursi, sia spontaneamente che per effetto di
terapie farmacologiche.[18] Tuttavia la depressione post-ictus può anche cronicizzare,
tanto che si può osservare in una percentuale rilevante dei casi (18%-29%) anche
a 3 anni dall’evento acuto.[19, 20]]

16.1.2
Diagnosi
Anche per la depressione post-ictale è necessaria una diagnosi non solo
precoce, ma anche corretta.
Infatti, definire gli aspetti clinico-diagnostici della
depressione post-ictus è un compito di difficile
esecuzione, sia per le problematiche legate alle oggettive
difficoltà diagnostiche del disturbo nei pazienti con
ictus, sia per le peculiarità della popolazione oggetto di
studio.
Infatti i pazienti cerebrolesi possono presentare una
serie di disturbi neurologici e neuropsicologici che
ostacolano la valutazione dei disturbi emotivo-comportamentali. Da una parte, infatti, disturbi
neuropsicologici quali afasia, anosognosia, emidisattenzione
e deterioramento cognitivo possono influire sia sulla
possibilità di comunicazione, sia sull'attendibilità delle
risposte dei pazienti; dall'altra alcune componenti della
sintomatologia neurologica quali astenia e/o modificazioni
vegetative possono "mimare" vari aspetti delle
sindromi psichiatriche, con conseguente rischio di
sovrastima, dovuta all'attribuzione di sintomi somatici alla
depressione anziché all'ictus.
Ugualmente importante è il rischio di sottostima del problema. Schubert e coll. hanno segnalato l'estrema variabilità
della diagnosi di depressione post-ictus in relazione alle
caratteristiche dell'esaminatore: infatti in 15 pazienti con
postumi di ictus, una depressione post-ictus fu
diagnosticata nel 68% dei casi da parte di psichiatri, nel
50% dai pazienti stessi mediante autovalutazione tramite Beck
Depression Inventory ed in nessun caso dagli altri
membri del team riabilitativo.[21
Clinicamente, per la classificazione dei disturbi
dell'umore si utilizza prevalentemente il DSM (Manuale
Diagnostico Statistico della American Psychiatric
Association), attualmente giunto alla IV edizione, con
testo rivisto (DSM-IV-TR).[22]
A tutt'oggi, infatti, i criteri diagnostici del DSM-IV
costituiscono l'unica classificazione codificata dei
disturbi comportamentali, sia di quelli che caratterizzano
le sindromi psichiatriche "primarie", sia di
quelli associati a una condizione medica. Va segnalato che i
disturbi della sfera emotivo-comportamentale secondari ad un
danno cerebrale presentano somiglianze ma anche differenze
con i disturbi psichiatrici primari, per cui un utilizzo
acritico del DSM può fornire risultati inesatti. Infatti
molti sintomi della depressione nell'anziano sono aspecifici, con conseguenti difficoltà diagnostiche.
Vari autori hanno utilizzato il DSM, prevalentemente le
precedenti versioni DSM-III e DSM-III-R, nella valutazione
dei disturbi psichici dei pazienti post-ictali,[23,
24,
25] distinguendo la
depressione post-ictus in depressione maggiore e minore (o
distimia), non utilizzando in quest'ultimo caso il criterio
temporale della durata di almeno due anni. Questa
distinzione è ritenuta incongrua da altri autori, che
sottolineano il rischio di una sovrastima diagnostica per
l'incerta attribuzione dei sintomi somatici.[8, 26] Infatti 5 dei 9
sintomi richiesti dal DSM-IV per la diagnosi di depressione
maggiore (mancanza di energia, perdita di peso, disturbi del
sonno, disturbi della concentrazione, agitazione o
rallentamento psicomotorio) possono essere dovuti ai postumi
della lesione ictale piuttosto che alla depressione
post-ictus.[7]
Gainotti et al. ritengono che esista un
"continuum" tra la le cosiddette forme minori e
maggiori di depressione post-ictus.[26]
Le problematiche diagnostiche sono rilevanti specie per quanto riguarda i
sintomi depressivi che si osservano nella fase acuta, in cui non è facile
distinguere un disturbo depressivo da un disturbo dell'adattamento con umore
depresso. Sintomi depressivi osservati durante la degenza in una stroke
unit sono stati classificati come depressione maggiore, nonostante per la
loro diagnosi non si fosse tenuto conto dei criteri temporali stabiliti dal
DSM-IV (necessità della persistenza dei sintomi per almeno 14 giorni).[27,
28]
Negli ultimi anni vari autori hanno formulato proposte
per aumentare l'attendibilità e la specificità delle
procedure e metodi di valutazione,[29]
come la razionalizzazione dei criteri di
inclusione/esclusione dei pazienti, lo sviluppo di strumenti
specifici per pazienti neurologici e l'utilizzo di fonti
multiple di informazione per aumentare l'attendibilità
diagnostica.[8]
Recentemente è stata pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)
una revisione dei criteri per la diagnosi di distimia in corso di malattie
neurologiche (Diagnostic Checklist for Dysthymia in neurological disorders),
con l’eliminazione del criterio temporale dei due anni e della necessità della
contemporanea presenza di sintomi psicologici, vegetativi e funzionali.[30]
La diagnosi di depressione post-ictus è infatti una
diagnosi essenzialmente clinica, e si deve basare su un
approccio multidimensionale (colloquio clinico, ove
possibile; anamnesi pre-morbosa; osservazione del
comportamento del paziente; intervista con i familiari e con
i caregiver; modificazione dei ritmi biologici).[8,
29] Tale approccio è
utile essenzialmente per limitare i rischi sia di sovrastima
che di sottostima diagnostica della depressione post-ictus. È importante perciò
valutare globalmente la sintomatologia presentata e/o riferita, ovvero sintomi
e segni vegetativi, cognitivi e psicologici.[31]
Un recente studio si è proposto di identificare quali siano i sintomi più
sensibili per una corretta diagnosi di PSD, e ha identificato l’abbassamento
del tono dell’umore come il sintomo più discriminante, mentre sintomi più
strettamente psicologici, come il senso di colpa, l’ipocondria e la perdita
d’interessi hanno un potere discriminante abbastanza basso.[32]
Le scale di valutazione sono invece necessarie per la
quantificazione ed il monitoraggio dei sintomi depressivi.
La loro derivazione psichiatrica le rende diagnosticamente
non adeguate (per il già ricordato rischio di attribuzioni
erronee alla depressione di sintomi dovuti ai postumi della
lesione ictale), da usare con attenzione,[33]
e tuttavia utili per il monitoraggio clinico e per la
verifica dei risultati terapeutici.
Vengono comunemente utilizzate la HDRS (Hamilton
Depression Rating Scale), la MADRS (Montgomery-Asberg
Depression Rating Scale), il BDI (Beck Depression
Inventory), la ZSDS (Zung Self-Rating Depression
Scale). Tali scale (Tabella 16:I),
benché non specifiche, si sono dimostrate equivalenti nel valutare la presenza
di depressione post-ictus.[18,
34]
Va ricordato che attualmente esiste solo una scala specifica per la
depressione post-ictale, la PSDRS (Post-Stroke Depression Rating Scale),
elaborata da Gainotti e collaboratori.[48,
49] , In particolare, la scala valuta
alcuni sintomi di frequente riscontro nei pazienti con ictus, come la reazione
catastrofica e la labilità emotiva, non valutabili con altri strumenti. La
PSDRS si è dimostrata valida e riproducibile, ma non ha un limite di
classificazione, in quanto trattasi essenzialmente di uno strumento di
profilo. [48,
49]
Per la valutazione dei pazienti afasici sono stati concepiti ed utilizzati
sistemi di valutazione non verbali, come il VAMS (Visual Analogue Mood Scales),
in grado di valutare gli stati emozionali [50]
e la Aphasic Depression Rating Scale (ADRS).[51]
Infatti, la valutazione ed il monitoraggio dei disturbi depressivi possono
essere di difficile espletamento nei casi di pazienti con disturbi afasici, in
cui il colloquio clinico e la somministrazione di test verbali sono spesso
impossibili. L’inclusione o meno dei pazienti afasici nei vari studi è causa
della loro non univocità sia riguardo ai dati epidemiologici che ai correlati
anatomici.[52] Con il VAMS il paziente
deve indicare quale delle due figure di viso (allegro o triste) rappresenti
meglio il suo umore. Strumenti non verbali sono già stati utilizzati in studi
sulla depressione post-ictus,[14,
26, 53]14,26,
ma, malgrado il loro utilizzo, una certa quota di pazienti con disturbi di
comprensione rimane non valutabile (il 16,5% in un recente studio italiano).[38]38
È necessario ricercare la possibile presenza di depressione post-ictus sia
precocemente che nelle fasi successive, allo scopo di ridurre la disabilità del
soggetto, il carico sui caregiver ed i costi della malattia.

16.1.3
Sintomatologia
Clinicamente, un disturbo depressivo può provocare
alterazioni del tono dell'umore (umore depresso, ridotta
volitività), della psicomotricità (astenia, irrequietezza
o rallentamento), della sfera cognitiva (riduzione
prestazioni, autodevalutazione, sensi di colpa, ideazione suicidaria) e somatica (disturbi del sonno, dell'appetito,
di concentrazione, astenia…). I pazienti con depressione
post-ictus presentano, rispetto ai pazienti con depressione
funzionale, una minore melanconia ma più segni fisici di
depressione.[54]
Gainotti et al. hanno segnalato la prevalenza di sintomi a
carattere reattivo (ansietà, reazione catastrofica,
labilità emotiva).[7]
Al momento esistono autori che segnalano una maggiore frequenza di disturbi
depressivi maggiori,[41,
55] altri che invece riscontrano una
maggiore frequenza di disturbi depressivi minori/distimici.[56,
57] Tali differenze sono legate
essenzialmente alle già riferite problematiche metodologiche. Nel recente studio
DESTRO, che utilizzava per la diagnosi di distimia la già ricordata “Diagnostic
Checklist for Dysthymia in neurological disorders” dell’OMS, la percentuale di
casi con distimia è stata assolutamente maggioritaria (80,7%).[14]
Tuttavia, come già ricordato, la distinzione tra depressione maggiore e minore è ritenuta
incongrua da altri autori, essenzialmente per il problema
dell'attribuzione dei sintomi somatici.[8,
26]
Anche se il tasso di suicidi nei pazienti con ictus non è particolarmente
elevato,
va segnalato che l'ideazione suicidaria aumenta con il
passare del tempo, passando dal 9,8% a 3 mesi al 14,0% a 15
mesi.[58]

16.1.4
Eziopatogenesi e correlati anatomici
In questi ultimi anni si è verificato un acceso
dibattito sull'eziopatogenesi della depressione post-ictus
ed in particolare sull'associazione o meno della depressione
post-ictus con lesioni in specifiche aree cerebrali.
L'ipotesi attualmente prevalente è multifattoriale,[5]
ma esistono ipotesi essenzialmente neuroanatomiche, [59,
60]
ed altre psicologico-reattive.[7]
Infatti le persone di sesso femminile,[38,
41, 61,
62, 63]
i pazienti con precedenti anamnestici di depressione,[61,
62, 64] con precedenti
ictus,[61] con
problematiche familiari e sociali,[61]
con problemi di comunicazione,[65]
con scolarità elevata,[38]
con personalità premorbosa di tipo nevrotico [66,
67]e con marcata disabilità [62, 68,
69]
risultano più esposte allo sviluppo di depressione
post-ictus. Recentemente è stato segnalato che l'evento ictus di per sé è
associato ad un elevato rischio di sviluppare una depressione post-ictale anche
a 2 anni di distanza dall'evento acuto.[70]
Il già ricordato studio DESTRO ha evidenziato che i pazienti di sesso
femminile, con grave disabilità, con afasia, e con precedenti episodi
cerebrovascolari o depressivi, erano più esposti al rischio di sviluppare un
disturbo dell’umore.[71] In particolare,
la probabilità di sviluppare depressione aumenta in maniera esponenziale
all’aumento dei fattori di rischio, da una probabilità minima del 24% per un
soggetto di sesso maschile, al primo ictus, con disabilità lieve o assente e
senza precedenti psichiatrici, ad una massima di 89% per un soggetto di sesso
femminile, con recidiva di ictus, con precedenti di depressione, con disabilità
moderata o moderatamente grave. [71]
Inoltre, le storiche associazioni tra depressione
post-ictus e lesioni cerebrali anteriori sinistre [59,
60]
non sono state confermate da altri autori, che non hanno
riscontrato nessuna associazione,[26,
38,
41, 43,
61, 66, 67] o hanno osservato
associazioni con lesioni cerebrali destre.[72]
Sono state infine segnalate associazioni, utilizzando la RMN,
tra depressione post-ictus e lesioni ischemiche dei circuiti
prefrontali sottocorticali, in particolare a livello del pallido e del caudato,
specie a sinistra.[73]
Infine, una recente metanalisi, esaminando 35 studi (su
48 selezionati tra 143 valutati), ha osservato che il
rischio di depressione non è associato alla sede della
lesione cerebrale, e ha segnalato che l'esclusione dei
pazienti afasici ha probabilmente giocato un ruolo rilevante
nella non omogeneità dei dati.[52]
Un'altra recente revisione sistematica sottolinea l'estrema eterogeneità degli
studi sull'argomento, e la conseguente limitazione della possibilità di generalizzazione dei
loro dati.[74] Da tale revisione risulta
che nei casi di depressione ad insorgenza precoce ci sarebbe un maggiore rischio
per i pazienti con lesione sinistra, mentre nei casi con depressione tardiva -
dopo 6 mesi dall’evento acuto - sarebbero più a rischio i pazienti con lesione
destra.[74] Inoltre, un recente studio
anatomo-clinico su 95 autopsie consecutive in pazienti sopravvissuti ad un
precedente ictus, non ha evidenziato differenze autoptiche tra casi con e senza
PSD, ma ha segnalato nei casi con depressione una mortalità più precoce.[75]
Il confronto, infine,
della frequenza di sintomi depressivi nei pazienti con ictus cerebrale ed
infarto miocardico non ha documentato differenze significative tra i due gruppi,
ma solo una tendenza ad una maggiore frequenza nei pazienti con ictus.[17]

16.1.5
Impatto clinico-funzionale
La presenza di depressione post-ictus è in grado di
influenzare negativamente la prognosi clinica, incrementa le
complicanze, interferisce con la riabilitazione, si associa
alla disabilità ed ad una peggiore qualità di vita.

16.1.5.1
Impatto "quoad vitam"
La depressione post-ictus è associata con un
significativo aumento di mortalità sia a breve (12-24 mesi)
che a lunga distanza (10 anni) dall'evento acuto.[76,
77] È stato
calcolato che i pazienti con depressione post-ictus hanno un
rischio di morte a 10 anni 3,4 volte maggiore rispetto ai
pazienti non depressi (OR 3,4; IC95 1,4-8,4).[77]
Tuttavia solo una piccola parte di questi decessi è
imputabile ad eventi suicidari.[78]
Sembrerebbe inoltre che un trattamento antidepressivo (fluoxetina o
nortriptilina effettuato nei primi 6 mesi) sia anche in grado di migliorare il
tasso di sopravvivenza a 9 anni dall’episodio ictale.[79]

16.1.5.2
Impatto "quoad valetudinem"
Anche se il ruolo prognostico sfavorevole della
depressione post-ictus sullo stato funzionale del paziente
sembra chiaro,[80] è
però necessario valutare i dati disponibili con qualche
cautela, in quanto nei vari studi i pazienti con depressione
sono considerati omogenei, o differenziati solo per le
caratteristiche cliniche della depressione, ed è
generalmente trascurato il ruolo di un eventuale trattamento
psicofarmacologico. Infatti nella maggioranza degli studi
solo una minoranza dei pazienti affetti da depressione
post-ictus è stata trattata con antidepressivi, e nei
risultati non c'è generalmente nessuna differenziazione tra
pazienti trattati e non trattati.
Vari studi hanno documentato una stretta correlazione tra gravità della depressione e
grado di compromissione.[24,
41, 64,
81]
È stato segnalato che la presenza di depressione
post-ictus aumenta da 2 a 3 volte il rischio di dipendenza
nelle ADL ma tale dato necessita di verifiche in quanto nello studio in
questione solo il 39% dei pazienti praticava una specifica terapia
antidepressiva.[55]
I pazienti con depressione post-ictus presentano una
maggiore compromissione funzionale, sia prima che dopo uno
specifico trattamento riabilitativo, ma il miglioramento
funzionale successivo è simile tra i due gruppi.[82, 83,
84]
La depressione post-ictus è in grado di influenzare la
prognosi funzionale dei pazienti post-ictali anche a
rilevante distanza di tempo dall'evento acuto, sia ad 1 anno,[68,
82,
85, 86]
che a 2
anni.[47]
La stretta correlazione tra tono dell’umore e stato funzionale sembra
comprovata da segnalazioni in base alle quali al miglioramento dell’umore,
spontaneo e/o dopo trattamento, si associava un miglioramento funzionale e/o
cognitivo.[87,
88] D'altra parte, un trattamento antidepressivo può influenzare
positivamente il recupero funzionale,[36,
89,
90, 91] anche se i dati
disponibili non sono ancora univoci. Al momento l'utilizzo
regolare di antidepressivi pare in grado di migliorare la
prognosi riabilitativa, ma non di annullare l'impatto
sfavorevole della depressione post-ictus sul recupero
funzionale. Pertanto, i pazienti con PSD, malgrado il trattamento con
antidepressivi, presentano una prognosi funzionale meno favorevole rispetto a
quella dei pazienti non depressi;[38,
84, 89]
inoltre, tra i pazienti con PSD, quelli non trattati con antidepressivi
presentano una prognosi riabilitativa peggiore rispetto a quelli che invece li
avevano assunti.[89,
91] Tale azione favorevole sul recupero
funzionale è stata segnalata per la fluoxetina [89,
91, 92]
e la nortriptilina [36,
89] ed è risultata maggiore quando il
trattamento antidepressivo veniva iniziato precocemente (entro il primo mese).[93]

16.1.5.3
Impatto su sicurezza quotidiana e qualità della vita
La depressione post-ictus può pesantemente condizionare la sicurezza
quotidiana e la qualità della vita dei pazienti con postumi di ictus e dei loro
familiari. È stato segnalato che i pazienti con depressione post-ictus
presentano un più alto rischio di cadute,[94]
e che la depressione post-ictus rappresenta il fattore
sfavorevole più rilevante sulla qualità della vita dei
pazienti con postumi cronici (≥1 anno) di ictus.[95,
96, 97]
Un recente studio ha sottolineato che sulla qualità della vita il tono
dell’umore gioca un ruolo più rilevante anche rispetto alla disabilità residua.[98]

16.1.6
Terapia
Malgrado la rilevanza del problema, la depressione
post-ictus è tuttora largamente non trattata, specie per il
timore, in una popolazione abitualmente di età avanzata, di
effetti collaterali e di interazioni farmacologiche; il numero di pubblicazioni
specifiche sull'argomento è di conseguenza alquanto limitato. Infatti, in una
recente revisione sistematica sono stati valutati solo 7 studi di trattamento
(con un totale di 615 casi) e 9 di prevenzione (con 479 casi).[99]
Benché i trattamenti antidepressivi non si siano dimostrati in grado di
provocare una remissione sintomatologica,[99]
obiettivo di difficile realizzazione nei casi di depressione in comorbosità,
essi si sono dimostrati globalmente efficaci nel migliorare i sintomi
depressivi.[99,
100,
101]
La buona tollerabilità degli antidepressivi, specie di
quelli di più recente sintesi, è stata inoltre recentemente comprovata in
pazienti con polipatologie.[102]
In considerazione delle evidenze che il trattamento della depressione
post-ictus è in grado di migliorare, oltre i sintomi depressivi, anche il
recupero funzionale, si sottolinea l'importanza di un precoce trattamento della
depressione stessa.
Attualmente esistono evidenze per l'efficacia sui sintomi
depressivi nella depressione post-ictus della nortriptilina,[36,
103] del citalopram,[104,
105] della fluoxetina [106,
107] e recentemente della reboxetina.[105]
In base a questo ultimo studio, possiamo avere delle prime indicazioni per
differenziare il trattamento antidepressivo in base alla sintomatologia clinica:
infatti il citalopram si è dimostrato più efficace nelle depressioni in cui era
più spiccata la componente ansiosa, mentre la reboxetina nei casi in cui era più
importante la componente di inibizione.[105]
Invece, la sertralina non si è dimostrata superiore al placebo nel ridurre i
sintomi depressivi.[108] Benché anche gli antidepressivi triciclici siano
efficaci nel trattamento della depressione post-ictus, gli
inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI)
sono da preferire per un migliore profilo di
tollerabilità.[109]
Il supposto rischio
di complicanze legate ad una azione antiaggregante piastrinica non è stato
confermato dalle risultanze cliniche e l'utilizzo di farmaci SSRI non è
risultato essere associato ad un aumentato rischio di emorragia cerebrale.[110]
Nel caso degli SSRI sono comunque da tenere presente le possibili interazioni
farmacologiche legate alle diverse capacità di ciascun farmaco (maggiore per
paroxetina e fluoxetina) di inibire l’isoenzima 2D6 del citocromo p450.
Resta da definire la durata del trattamento stesso:
infatti, anche se la maggior parte degli studi valuta
l'azione farmacologica di un trattamento di 6 settimane, si
ritiene utile un trattamento più lungo (4-6 mesi).[109]
Come già ricordato, un trattamento antidepressivo di 12 settimane con fluoxetina o nortriptilina
si è dimostrato in grado di aumentare in maniera significativa la sopravvivenza nei pazienti sia depressi che
non depressi.[79]
Riguardo al problema della prevenzione, tutte le metanalisi e le revisioni
sistematiche concordano sul fatto che attualmente non esistono chiare evidenze
sull’efficacia di una specifica terapia (farmaco- o psico-terapica) per la
prevenzione della depressione post-ictale.[99,
101,
111]

16.1.7 Depressione e demenza vascolare
Il concetto di depressione vascolare è stato recentemente proposto per
classificare i disturbi depressivi in pazienti anziani che presentino segni di
compromissione cerebrale vascolare, anche in assenza di un vero evento ictale.[112]
I criteri necessari per tale diagnosi sono la presenza di un disturbo depressivo
maggiore e segni di compromissione cerebrovascolare alle neuroimmagini.[113]
Si stima che tale depressione possa interessare fino al 35% circa di pazienti
con fattori di rischio per malattia cerebrovascolare.[114]
Alcuni punti non sono di univoca interpretazione e sono necessari ulteriori
studi per dirimere i dubbi ancora presenti;[11,
115,
116. 117,
118,
119, 120] va tuttavia segnalato
come i pazienti con demenza vascolare sembrano presentare, rispetto a quelli
affetti da malattia di Alzheimer, un tasso di depressione molto più elevato
(19% rispetto a 8%).[121]

16.1.8 Disturbi d'ansia
Disturbi ansiosi sono di frequente riscontro (prevalenza media intorno al
20%~28%) in pazienti con pregresso ictus ischemico.[2,
122,
123, 124]
La loro rilevanza deriva dalle evidenze secondo cui essi possono aggravare il
decorso della depressione e peggiorare lo stato funzionale.[125]
Astrom ha segnalato che i pazienti con disturbo d'ansia generalizzato
presentavano con maggiore frequenza dipendenza nelle ADL non solo in fase acuta
ma anche post-acuta.[123]
Anche per i
disturbi ansiosi le problematiche diagnostiche sono rilevanti specie nelle fasi
acute, in cui i sintomi, osservati durante la degenza in una stroke unit,
sono stati classificati come disturbo d'ansia generalizzato,[126]
pur non tenendo conto dei criteri temporali stabiliti dal DSM-IV (necessità
della persistenza dei sintomi per almeno 6 mesi).[22]

16.1.9 Apatia
I pazienti apatici presentano una diminuzione delle attività, un calo di
interessi ed una riduzione delle risposte emozionali. Il DSM non la riconosce
come sindrome, ma include l'apatia nei sottotipi di alterazione di personalità
prodotta da una condizione medica. Questa difficoltà di inquadramento ha fatto
sì che, malgrado l'apatia sia stata frequentemente riscontrata in seguito a
lesioni cerebrovascolari, siano rari gli studi che ne abbiano indagato
l'incidenza ed i correlati anatomici.
Circa un quarto dei pazienti con ictus può presentare apatia (22%-27% nelle
varie casistiche),[2,
127,
128] spesso associata a depressione. La presenza di apatia si associa ad una
maggiore compromissione nelle ADL e ad una riduzione dell’attenzione.[127,
128]

16.1.10 Altri sintomi
Irritabilità e disturbi del comportamento alimentare sono stati descritti in
un discreto numero di casi, ma ulteriori studi sembrano necessari per verificare
le relazioni esistenti fra questi sintomi e il decorso della malattia
cerebrovascolare.[2]
Di recente è stata segnalata la cosiddetta "fatica post-ictus",[129]
associata o meno alla depressione e frequente in soggetti con scarso impatto
funzionale derivante dall'evento ictale, che sono ritornati alle occupazioni
precedenti l'episodio e che tuttavia risultano grandemente disabilitati da una
precoce e severa faticabilità. Gli studi del gruppo di Bogousslavsky sottolineano come i pazienti con "fatica post-ictus"
possano presentare principalmente lesioni a carico del tronco dell'encefalo.
Anche se la genesi è verosimilmente multifattoriale, sembrano ben chiare le
associazioni tra il sintomo fatica ed il tono dell’umore.[130,
131] Si
suppone che questo sintomo possa essere legato ad una lieve alterazione
dell'attenzione in assenza di significativi disturbi cognitivi o del tono
dell'umore. Infine, tanto in fase acuta che post-acuta possono riscontrarsi
manifestazioni non identificabili e/o codificabili come di natura depressiva.
Esse includono spiccata emotività, reazioni catastrofiche, pianto patologico e
perdita della autoattivazione psichica (atimormia).
È stata infine recentemente segnalata anche la presenza di un disturbo
cronico post-traumatico da stress ad 1 anno dall’evento acuto, associato alla
percezione soggettiva dell’evento, al tono dell’umore e all’ansia.[132]

16.2 Demenza vascolare
Una definizione operativa condivisa di Demenza Vascolare è assolutamente
necessaria per affrontare in maniera non fuorviante il capitolo della sua
epidemiologia. In effetti, qualsiasi ictus può essere causa diretta o indiretta
di alterazioni temporanee o permanenti di funzioni cognitive specializzate o
generali (afasia, alterazioni gnosiche e/o prassiche, disturbi della memoria,
del comportamento, del controllo emozionale, confusione mentale, stato soporoso,
fenomeni dispercettivi, etc.) per cui si può osservare spesso una alterazione
della cognitività più o meno grave, senza però che sia per questo raggiunto un
quadro clinico compatibile col concetto generalmente accettato di demenza (vedi
§ 16.3.5.2). Inoltre un ictus può insorgere in un
soggetto in cui già era presente una alterazione evidente o subclinica della
cognitività determinando la comparsa acuta di un disturbo psico-organico che
diventa poi irreversibile o con solo parziale tendenza al miglioramento nel
tempo. Infine, esistono forme di demenza vascolare in cui mancano del tutto, o
sono infrequenti, episodi cerebrovascolari acuti focali clinicamente evidenti,
come avviene invece nella maggior parte delle forme di demenza vascolare. Di qui
la grande difficoltà di distinguere tra demenza vascolare propriamente detta,
alterazioni focali cerebrali da causa vascolare che coinvolgono aree deputate a
funzioni cognitive, forme di demenza miste (degenerative e vascolari insieme).[133]

16.2.1
Epidemiologia
La frequenza con cui si manifesta un quadro di
deterioramento cognitivo conclamato cronico, definibile come
demenza, aumenta con l'aumentare dell'età della
popolazione, raggiungendo i massimi livelli nelle fasce di
età più elevate. È stato calcolato che nei soggetti
ultracentenari si può arrivare a valori di prevalenza di
demenza superiori al 50%.[134, 135]
Dal punto di vista eziologico, le forme vascolari sono
abitualmente considerate seconde rispetto a quelle
degenerative primarie, per prevalenza ed incidenza, almeno
nelle nazioni occidentali.[136,
137] Nei paesi
orientali, invece, sembrano essere almeno frequenti quanto
le degenerative.[138] Anche gli
afro-americani avrebbero tassi più elevati di demenza vascolare o mista rispetto
ai bianchi, in cui invece prevalgono le forme degenerative.[139]
Dati di epidemiologia descrittiva certi si possono
ottenere solo con studi metodologicamente accurati su
campioni sufficientemente rappresentativi della popolazione
generale. Essi tuttavia comportano qualche difficoltà nella
classificazione eziologica, trattando una forma morbosa in
cui anche in serie cliniche studiate strumentalmente in
maniera esaustiva o, perfino, in casistiche analizzate
con esame istopatologico dell'encefalo, esiste un margine
non trascurabile di incertezza nosografica.[140,
141]
La malattia cerebrovascolare può poi frequentemente associarsi a decadimento
cognitivo di grado lieve, ancora non
definibile come demenza. Questa condizione, presente in circa il 5% della
popolazione ultrasessantacinquenne,[142]
può essere indicata anche con l'acronimo VCIND (vascular cognitive impairment not
dementia), qualora se ne voglia
sottolineare la possibile origine cerebrovascolare. Una causa vascolare è stata
dimostrata nel 18% dei casi di CIND (cognitive impairment not dementia)
in un recente studio di popolazione.[143]
La percentuale di forme dovute a malattia vascolare
oscilla quindi da studio a studio, anche in relazione alla
esistenza di forme ad eziologia mista o di incerta
classificazione. In Europa si calcola che circa il 20%-25% di forme di
demenza siano di origine vascolare. I tassi epidemiologici
variano poi in relazione alla struttura della popolazione;
particolarmente alti in Italia ove le fasce di età più
avanzate sono particolarmente rappresentate.

16.2.2
Prevalenza
Alcuni studi di popolazione effettuati in diverse
località italiane [144, 145,
146, 147,
148]
consentono di affermare che la prevalenza di demenza
globalmente considerata varia, nei soggetti anziani, tra il 5% ed il 10%: le fasce
d'età considerate non coincidono perfettamente per cui i
dati non sono completamente paragonabili. Lo studio ILSA,[146]
essendo multicentrico ed avendo coinvolto un campione
rappresentativo della reale popolazione nazionale anziana,
dà tassi affidabili di prevalenza di demenza del 6,4% nei
soggetti di età compresa tra 65 e 84 anni compiuti (Tabella
16:II), con un significativo maggior tasso (7,2%) nelle
donne rispetto agli uomini (5,3%).
La proporzione di forme vascolari va da un minimo del 22%
circa dello studio ILSA stesso,[146]
ad un massimo del 45% dello studio di Conselice (Figura
16-1).[148]
Un recente studio inglese sulla popolazione di Islington
fornisce risultati paragonabili allo studio ILSA, con valori
di demenza vascolare pari al 21,9% dei casi.[149]
Sulla base dei dati ILSA si può calcolare, quindi, che
attualmente siano affetti da demenza circa 680·000
italiani; di questi circa 150·000 sarebbero casi di origine
vascolare.[146]

16.2.3
Incidenza e prognosi
Il numero di nuovi casi che vanno incontro a demenza ogni
anno è funzione della struttura anagrafica della
popolazione.
I tassi di incidenza di demenza nei soggetti di età
superiore a 60 anni sono pari a circa l'1%, anche se i
diversi studi non danno risultati molto omogenei.[136]
Per quanto riguarda l'Italia, ancora lo studio ILSA
fornisce i dati più affidabili e meglio generalizzabili
all'intera popolazione nazionale (Tabella
16:II).
La proporzione di forma vascolare risulta pari al 27% (Figura
16-2), più alta quindi rispetto ai valori di
prevalenza. Ciò è legato al fatto che lo studio di
incidenza, effettuato su soggetti già inclusi nello studio
nella fase iniziale dell'indagine (fase trasversale, di
"prevalenza") sono andati incontro alla insorgenza
della malattia in tempi più recenti, in cui la diagnostica
per immagini era più diffusamente applicata nella diagnosi
differenziale eziologica delle demenze. È, infatti, la quota di forme non classificate che
decresce sensibilmente nello studio di incidenza, rispetto
allo studio di prevalenza.
Una metanalisi su dati europei [136]
ed un recente studio effettuato a Rochester [137]
pervengono a valori di incidenza analoghi.
Sulla base dei dati ILSA si può calcolare che ogni anno
si ammalino di demenza 150·000 nuovi soggetti; di questi,
circa 40·000 sono dovuti a malattia cerebrovascolare e,
quindi, potenzialmente prevenibili.[150]
L'età gioca ancora un ruolo fondamentale: l'incidenza passa
da valori tra 0,10% e 0,15 % per anno nei soggetti di età
tra 65 e 74 anni, a valori superiori all'1% annuo negli
ultraottantenni. Tra i soggetti che presentano un ictus acuto e ne
sopravvivono, una quota sensibile va incontro a decadimento
mentale classificabile come demenza vascolare (demenza
post-ictus propriamente detta, ovvero post-stroke
dementia).
Alla dimissione, o a tre mesi dall'esordio dell'ictus,
una quota oscillante tra il 4% ed il 9% dei malati può
definirsi demente.[151, 152,
153, 154,
155] A più lungo
termine, la prevalenza cresce al 15% circa ad un
anno, in uno studio condotto a Singapore,[152]
o anche al 23% circa in un gruppo di soggetti con infarto
lacunare seguiti per 4 anni.[156] A
distanza di 4 anni da un ictus acuto, è stato osservato che, dopo aver escluso
i soggetti con demenza "precoce" post-ictus, un ulteriore 21,5%
sviluppava demenza nei 4 anni successivi.[157]
È interessante notare che, mentre l'incidenza di nuovi casi è costante nei 4
anni, il pattern cognitivo passa da una forma predominante di demenza
degenerativa con malattia cerebrovascolare nei primi due anni, ad una di demenza
vascolare negli anni successivi. La presenza di demenza è inoltre un fattore ad alto
impatto negativo sulla prognosi a distanza.
Lo sviluppo di
deterioramento cognitivo di qualsiasi tipo è
significativamente associato ad aumento della mortalità, ma
è soprattutto la demenza vascolare che aumenta la
probabilità di decesso sia in confronto alla popolazione
generale (RR=2,7; IC95 1,9-3,9), sia in confronto a soggetti con demenza
di tipo Alzheimer (RR=1,4; IC95 1,2-1,7).[158]

16.2.4 Fattori di rischio e di
protezione
16.2.4.1
Fattori di rischio
Le cause vascolari di disturbo cognitivo possono essere
comuni ed evitabili.[159]
Di certo vi è una significativa affinità nel determinismo
del rischio dell'ictus e della demenza vascolare: i pazienti
ad alto rischio di ictus lo sono anche per la demenza
post-ictus;[160,
161,
162] di per sé
l'ictus aumenta tale rischio di ben nove volte.[163]
Ma l'interesse generale è stato risollecitato in questo
ambito dai progressi realizzati nella prevenzione dell'ictus
e dai dati sempre più numerosi riguardanti sia la demenza
Alzheimer che quella vascolare.[164,
165]
È opinione diffusa che i fattori di rischio
cardiovascolari modificabili ivi includendo l'ipertensione,
l'uso-abuso di alcool, il fumo di sigarette ed alcune
abitudini alimentari giochino un importante ruolo quale target
di prevenzione delle cause vascolari di decadimento
cognitivo.[166]
D'altra parte, in assenza di una sicura ed efficace
terapia, soltanto la prevenzione
dei fattori di rischio vascolari appare la soluzione più
razionale ed efficace per ridurre la morbosità e la
mortalità correlate alla demenza. Ne consegue che,
aumentando l'incidenza di demenza vascolare con l'incremento
di incidenza dell'ictus, la prevenzione dello stesso possa avere
una ricaduta di efficacia sul decremento di incidenza di
demenza vascolare.[167]
Il ruolo dell'ipertensione arteriosa e la persistenza di
elevati valori sfigmici protratti prima dell'insorgenza
della demenza vascolare, nonché l'indicazione al
trattamento o la non indicazione dello stesso in funzione di
un'efficacia o addirittura di un effetto di precipitazione
di malattia sono concetti ormai da tempo convalidati.[168,
169]
Lo studio Rotterdam del '93 relativamente ai grandi
anziani evidenzierebbe come valori più alti di pressione
arteriosa possono essere utili a mantenere un buon flusso
cerebrale in pazienti anziani con lesioni aterosclerotiche,[170]
mentre i dati di Di Carlo relativi agli anziani ipertesi di età inferiore a 75
anni [171] sembrano sottolineare come un adeguato trattamento
pressorio possa essere importante, in questa fascia di età, per
evitare danni cognitivi a distanza. Nello studio SYST-EUR,[172]
il trattamento dell'ipertensione determina una riduzione
dell'incidenza di demenza del 50% (da 7,7 a 3,8 per 1·000
pazienti/anno).
Nello studio Honolulu-Asia il riscontro di elevati valori
pressori nell'età media era associato ad un peggioramento
cognitivo nell'età più avanzata.[173,
174]
Il declino cognitivo era proporzionale al grado di
ipertensione sistolica (per ogni 10 mm Hg di incremento
di sistolica si eleva del 7% il rischio di "media"
compromissione delle funzioni cognitive e del 5% quello di
"elevata" compromissione).
Oltre all'ipertensione, altri sono i fattori di
"rischio" per declino cognitivo: essi sono età, sesso, razza-etnia,
aspetti genetici, livello culturale-educazionale, fumo di sigaretta,
infarto miocardico, diabete, ipercolesterolemia, consumo
eccessivo di alcool, obesità, inattività fisica,
iperomocisteinemia, ipoperfusione cerebrale imputabile ad eventi emodinamici. La
presenza di diabete risulterebbe associata a maggior prevalenza di demenza,
verosimilmente più di tipo vascolare che degenerativo, anche se gli studi in
proposito spesso sono carenti nella accurata suddivisione delle diverse forme
eziologiche di decadimento cognitivo.[175]
L'età avanzata ed
il sesso maschile sono stati ritenuti fattori di rischio per
la demenza vascolare la quale, tra i grandi anziani, prevale nei
pazienti di sesso femminile.[176]
Nello studio di coorte Zutphen Elderly Study
viene riportato l'effetto dell'abitudine al fumo ed
all'alcool sulla cognitività e la correlazione positiva tra
consumi medio-alti ed incidenza di turbe cognitive.[177]
Viceversa, ancorché basato su una casistica molto limitata, uno studio condotto
nell'area di Bordeaux suggerisce che moderate quantità di alcool potrebbero
avere un ruolo protettivo, determinando così una più bassa incidenza di
demenza.[178]
Un ruolo importante ha la demenza da ipoperfusione
indotta da patologie cardiache come la fibrillazione atriale parossistica, l'infarto acuto
del miocardio, lo scompenso cardiaco congestizio,
da interventi cardiochirurgici (by pass aorto-coronarico) o da interventi
chirurgici in anestesia generale, insieme a crisi epilettiche, broncopneumopatie,
ipotensione ortostatica grave, idiopatica e/o iatrogena.[179,
180]
Per
alcuni altri fattori di rischio vi è minore evidenza; si tratta di condizioni non
relative a rischio vascolare e tuttavia con evidenze dementogeniche su possibile base vascolare come l'eccessivo
uso di ASA in età evolutiva, lo stress psicologico in
età pediatrica, un'occupazione lavorativa come operaio,
un'esposizione cronica a pesticidi, erbicidi, plastica o
gomma liquida.[161, 168,
181, 182,
183]
Un ruolo comune a demenza di Alzheimer e demenza
vascolare nell'ambito dei fattori di rischio vascolari è
stato riferito allo stress ossidativo da radicali liberi,
riscontrabile in entrambe le patologie.
Anche la genetica è in qualche modo chiamata in causa, come meglio
evidenziato in altri capitoli: un ruolo importante può essere attribuito al
polimorfismo dell'APOE, che rappresenta una chiave di
lettura, se non un anello di congiunzione, tra le due
realtà patologiche: l'allele epsilon-4
dell'apo-E è associato a ipercolesterolemia, aumento delle
LDL e dell'apolipoproteinemia con evidenti ricadute
aterogenetiche. Esso è significativamente presente anche in
pazienti affetti da patologie degenerative demenziali
rispetto a quelli sani di pari età che ne sono sprovvisti.[183,
184]
È stato riscontrato, inoltre, un aumento della
concentrazione e dell'attività a livello cerebrale di ACE
in pazienti con malattia di Alzheimer ma anche con demenza vascolare.[185]
Tra i marker di attività di alcuni particolari fattori
di rischio devono essere considerati quelli
dell'infiammazione (PCR, ICAM-1, fosfolipasi A2 associata
alle lipoproteine, interleuchine, e NitrOssido Sintetasi [NO],
elevato numero di globuli bianchi), relativi alla presenza
di agenti infettivi.
Infine, un ruolo particolare nell'evoluzione peggiorativa della forma
"lacunare" di demenza vascolare sembra essere svolto proprio dal
recidivare degli episodi infartuali di tipo lacunare. La prevenzione secondaria
delle recidive diviene quindi rilevante anche nel rallentare l'evoluzione verso
la demenza.[156,
186]

16.2.4.2 Fattori di protezione
Trattamenti con estrogeni e con antinfiammatori non
steroidei sembrano in grado di migliorare la cognitività o
prevenire la demenza.
Gli estrogeni possono promuovere l'attività colinergica
e serotoninergica cerebrale mantenendo l'integrità dei
circuiti neuronali e prevenendo l'ischemia.[187,
188]
Il
possibile ruolo protettivo degli antinfiammatori nei confronti della demenza
vascolare deve essere ancora verificato.[189]
Infine, in merito al ruolo del livello di istruzione, un recente
lavoro [171]
evidenzia come la educational protection dovuta a
maggior sinaptogenesi determini una caduta del rischio di
difettualità cognitiva, così come il trattamento della pressione arteriosa
come fattore di rischio vascolare migliori la disabilità
anche cognitiva.

16.2.5 Inquadramento diagnostico
Pur se teoricamente di semplice inquadramento, in quanto
decadimento cognitivo legato ad una patologia
cerebrovascolare, la demenza vascolare configura quadri
clinici e fisiopatologici molto eterogenei tra loro. L'impiego di criteri diagnostici non uniformi,
l'assenza di verifica anatomopatologica, l'inadeguatezza delle popolazioni
studiate e l'intrinseca eterogeneità clinica della patologia cerebrovascolare
concorrono a rendere complesso l'approccio clinico a questa patologia.

16.2.5.1
Sindrome clinica
La diagnosi di demenza vascolare si basa
principalmente su quattro punti:
- deficit cognitivi (memoria, capacità strategiche,
flessibilità mentale);
e/o:
- storia clinica di ictus e/o deficit neurologici
focali;
- presenza alle neuroimmagini di lesioni focali
vascolari e/o multinfartualità e/o alterazioni diffuse
della sostanza bianca periventricolare;
e/o:
- associazione temporale tra ictus e comparsa della
demenza.
L'assenza di segni neurologici focali, fatta eccezione
per i disturbi cognitivi, rende improbabile la diagnosi di
demenza vascolare.[190]
Spesso si riscontrano disturbi dell'equilibrio e della
deambulazione, perdita di iniziativa, labilità emotiva,
incontinenza urinaria e presenza di riflessi di liberazione.
I deficit del linguaggio sono di tipo afasico o di tipo disartrico, a differenza dei pazienti con malattia di
Alzheimer che presentano più spesso anomie e relativo
risparmio dell'apparato motorio della fonazione.
Tra i disturbi cognitivi, poco presenti e meno gravi
rispetto a quelli riscontrati nella malattia di Alzheimer
sono i disturbi della memoria, mentre sarebbero
preponderanti quelli delle funzioni esecutive, anche perché
le strutture mesiali del lobo temporale sono spesso
risparmiate nella demenza vascolare. È importante
sottolineare come il frequente riferimento ai soli deficit
mnesici di fatto impedisca il riconoscimento di molti casi
di demenza vascolare o di deterioramento cognitivo legato
all'ictus.[191] Un ruolo non marginale è
anche rappresentato dai cambiamenti del carattere ed alterazioni del tono
dell'umore.[192]
Da un punto di vista nosografico è utile differenziare
clinicamente la demenza vascolare nei seguenti sottotipi:
- demenza multinfartuale;
- demenza da singoli infarti strategici;
- demenza da malattia dei piccoli vasi cerebrali;
- demenza da ipoperfusione;
- demenza emorragica;
- demenza su base genetica.
È evidente come possano esistere forme derivanti dalla combinazione di due o
più dei quadri sopra elencati.
La demenza multinfartuale è causata dalla presenza di
infarti cerebrali multipli territoriali.[193]
L'esordio è spesso acuto con il classico decorso "a gradini", caratterizzato da
peggioramenti seguiti da fasi di stabilizzazione. Le lesioni sono spesso estese
con interessamento delle aree corticali, e deficit delle funzioni cognitive ad
esse connesse. Molto spesso sono presenti segni e sintomi focali.
Le demenze da malattia dei piccoli vasi cerebrali
comprendono diverse entità caratterizzate da infarti di
tipo lacunare e lesioni della sostanza bianca
sottocorticale. Il quadro clinico è più subdolo, possono mancare eventi clinici
di tipo ictale e la compromissione delle funzioni cognitive interessa
soprattutto le funzioni esecutive ed il rallentamento psicomotorio. Possono non
essere evidenti segni focali mentre spesso vi è una compromissione della marcia.
Reputato il più frequente e quello più omogeneo dal punto di vista
fisiopatologico, il gruppo delle demenze vascolari sottocorticali è stato
proposto quale patologia su cui concentrare gli sforzi terapeutici nel campo più
generale della demenza vascolare. Le alterazioni della sostanza bianca, più o
meno associate all'altro tipo di lesione vascolare sottocorticale causata da
malattia dei piccoli vasi (gli infarti lacunari), costituiscono uno dei due
correlati radiologici essenziali per la diagnosi di demenza vascolare
sottocorticale (§ 16.2.5.2).[194]
La demenza da singoli infarti strategici è rara ed è causata da infarti
localizzati in aree cerebrali cruciali per le funzioni cognitive.
Ognuna delle seguenti localizzazioni corticali è stata associata a
deterioramento cognitivo:
 | infarti del giro angolare sinistro;[195]
|
 | infarti del giro angolare di destra ed infarti della regione temporale;[196]
|
 | infarti frontali mesiali.[197,
198] |
Per quanto riguarda le aree sottocorticali sono stati associati a demenza gli
infarti nelle seguenti sedi:
 | talamo;[199,
200] , |
 | ginocchio della capsula interna di sinistra;[201]
|
 | nucleo caudato.[202,
203] |
La demenza "ipoperfusionale" [204] può
essere conseguente ad una prolungata condizione di ischemia cerebrale globale
secondaria ad arresto cardiaco o a grave e protratta ipotensione. Alcune regioni
cerebrali (come la sostanza bianca periventricolare, i gangli della base e
l'ippocampo), sono particolarmente predisposte allo sviluppo di lesioni
ischemiche da ipoperfusione. Sono soprattutto i soggetti anziani, con
ipotensione ortostatica o scompenso cardiaco congestizio, o che vanno incontro
ad interventi per l'applicazione di protesi articolari (anca, ginocchio) o al
by-pass aorto-coronarico (specie in presenza di by-pass
cardiopolmonare on-pump) che possono andare incontro a fenomeni di
ipoperfusione che li espongono al rischio di sviluppo di demenza.[205,
206]
Le demenze emorragiche comprendono quelle "secondarie" ad ematomi cronici
subdurali, sequele di emorragie subaracnoidee, ed ematomi cerebrali. L'angiopatia
amiloide età-correlata può essere causa di emorragie cerebrali multiple e quindi
portare a demenza. Esistono poi peculiari forme di amiloidosi cerebrale
geneticamente trasmesse quali la HCHWA-D (Hereditary cerebral hemorrhage with
amyloidosis Dutch type) che è una rara malattia autosomica dominante
caratterizzata da ictus emorragici e demenza.[207]
Una forma simile ad esordio più precoce è la HCHWA-I (Hereditary cerebral
hemorrhage with amyloidosis Iceland type).[208]
Da un punto di vista pratico si preferisce distinguere la
demenza vascolare in due forme, di cui una a prevalente
coinvolgimento corticale ed una a prevalente coinvolgimento
sottocorticale.
Le demenze vascolari di tipo corticale si presentano con
esordio acuto e andamento tipicamente a gradini con periodi
di stabilizzazione, a volte di apparente miglioramento, cui
seguono improvvisi peggioramenti. I deficit neurologici sono
indicativi del territorio colpito. Nel corso della malattia
il 60% dei pazienti presenta sintomi depressivi, l'8%-10%
crisi epilettiche.
Le demenze da alterazione dei piccoli vasi cerebrali si manifestano con un quadro clinico di tipo sottocorticale.
Solo in un terzo dei casi l'esordio è acuto, mentre nei
rimanenti casi esso è subacuto, e nella metà dei pazienti
l'andamento non ha il caratteristico andamento progressivo a gradini.[209]
Sindrome pseudobulbare, segni extrapiramidali, disturbi della deambulazione e
incontinenza urinaria sono caratteristiche frequenti all'esame neurologico in
tali pazienti. Tra le più comuni alterazioni cognitive e comportamentali
predominano la diminuzione delle attività e degli interessi, l'apatia e
l'inerzia. Comune è anche il riscontro di un quadro depressivo.
Un tipo particolare di demenza vascolare è quello su base genetica (la
CADASIL e la già citata angiopatia amiloide) che possiede specifiche
caratteristiche cliniche.

16.2.5.2
La demenza vascolare sottocorticale
Dopo che con la pubblicazione dei criteri NINDS-AIREN e di altri per la
demenza vascolare si era esplicitamente riconosciuto l'esistenza di tipi diversi
di deterioramento cognitivo da causa vascolare, numerosi ricercatori si sono
posti l'obiettivo di definire dei criteri ad hoc per ciascuno dei
sottotipi. A livello internazionale l'attenzione si è soprattutto rivolta al
sottotipo definito come sottocorticale, in quanto reputato il più frequente e
quello più omogeneo dal punto di vista fisiopatologico. Questa maggiore
omogeneità ha fatto sì che la demenza vascolare sottocorticale venisse
proposta come una patologia su cui concentrare gli sforzi terapeutici nel campo
più generale della demenza vascolare.[210]
Nel 2000 si è finalmente arrivati alla pubblicazione dei criteri per la demenza
vascolare sottocorticale.[194] Rispetto
ai precedenti criteri NINDS-AIREN per la demenza vascolare, essi introducono due
importanti novità: la prima è che dal punto di vista clinico, accanto al
disturbo della memoria, viene considerata come essenziale la presenza di una
sindrome disesecutiva caratterizzata da deficit nella formulazione dello scopo,
iniziazione e pianificazione delle attività, organizzazione, passaggio da un
compito cognitivo ad un altro, ecc. La seconda novità è che la dimostrazione di
una patologia cerebrovascolare alle neuroimmagini non è più considerata di solo
supporto ma viene ritenuta essenziale per la diagnosi di demenza vascolare. A
tal proposito, si prendono in considerazione due quadri fondamentali,
eventualmente fra loro concomitanti: la presenza di lesioni estese della
sostanza bianca e la presenza di infarti lacunari multipli.
In sintesi la demenza vascolare sottocorticale viene definita dalla presenza
di:
- Sndrome cognitiva caratterizzata da:
- sindrome disesecutiva;
- deficit della memoria.
Questi disturbi devono rappresentare un peggioramento da un precedente
livello ed interferire sulle normali attività della vita quotidiana.
- Malattia cerebrovascolare includente sia:
- patologia cerebrovascolare evidente alle neuroimmagini;
- presenza di deficit neurologici segno di malattia cerebrovascolare
pregressa (inclusi disturbi della marcia).

16.2.5.3 La CADASIL
La CADASIL (Cerebral Autosomal Dominant Arteriopathy with Subcortical
Infarcts and Leukencephalopathy) è una condizione patologica in cui il
deterioramento cognitivo può raggiungere il livello di demenza.
La malattia si caratterizza però clinicamente per una varia associazione
dei seguenti disturbi:
- emicrania; questa può essere senza o con aura; se presente, ha
spesso caratteristiche atipiche;[211]
- TIA e/o ictus cerebrali perlopiù ricorrenti. Questi ultimi sono
causati principalmente da infarti cerebrali sottocorticali localizzati nei
gangli della base, nei talami o nella sostanza bianca.[212,
213,
214] Ultimamente sono stati riportati alcuni casi di CADASIL con emorragie
cerebrali maggiori;[215,
216] , inoltre sembra essere alta la
frequenza di micro-sanguinamenti (micro-bleeds) visibili nelle sequenze
gradient-echo della RM,[217,
218] sebbene queste alterazioni non
debbano essere considerate specifiche per questa malattia.
- disturbi psichiatrici quali disturbi del tono dell'umore e di tipo
psicotico.[219,
220,
221, 222] Casi di suicidio sono
stati anche riportati con una certa frequenza.[223]
- disturbi cognitivi; sono di solito lievi nelle prime fasi di
malattia [224] e tendono poi ad
accentuarsi per raggiungere un grado grave che può in alcuni casi configurare
il livello di demenza. I disturbi cognitivi sono soprattutto caratterizzati da
alterazioni delle funzioni esecutive,[225,
226] ed il quadro finale può essere
quello di una forma di demenza vascolare sottocorticale.
La frequenza dei sintomi nella fase conclamata in alcune casistiche è
riportata nella Tabella 16:III.
Esistono infine altri disturbi quali epilessia ed una forma di encefalopatia
acuta reversibile caratterizzata da alterazioni dello stato di coscienza.[227]
L'età media di insorgenza della CADASIL si situa nella terza-quarta decade se
si considera l'emicrania che è solitamente il primo disturbo accusato dai
pazienti. Tuttavia, raramente la malattia è diagnosticata a questo livello vista
l'aspecificità del disturbo. I disturbi cerebrovascolari insorgono solitamente
nella quinta-sesta decade di vita mentre i disturbi cognitivi sono ancora più
successivi. Il decorso è solitamente progressivo ed un quadro pseudo-bulbare non
è infrequente in fasi avanzate.[223,
229] Tuttavia la prognosi è molto
variabile e sono descritti anche casi paucisintomatici in età geriatrica.
La malattia è causata da una mutazione a carico del gene NOTCH3 localizzato
sul cromosoma 19.[230] La presenza di una
mutazione del gene NOTCH 3 è diagnostica per la CADASIL e deve essere effettuata
nei soggetti con sospetto clinico-anamnestico e neuroradiologico di tale
malattia.[231,
232] Il test genetico costituisce
ovviamente il gold standard della diagnostica e non ha, al momento,
alternative validate.
Il gene NOTCH3 è composto da 33 esoni e codifica per una proteina
transmembrana la cui funzione specifica non è nota ma che sembra essere
coinvolta nei meccanismi di signaling inter-cellulari. Gli esoni dal 2 al
24 codificano per ripetizioni tandem Epidermal Growth Factor (EGF)-like,
ciascuna contenente 3 coppie di legami cisteina-cisteina e che si ritrovano
nella porzione extra-cellulare della proteina. Le mutazioni del gene
responsabili della CADASIL sono state finora riportate solo su esoni che
codificano per ripetizioni EGF-like e sono altamente stereotipate,
risultando in un'aggiunta o rimozione di un residuo di cisteina. Recentemente è
stata segnalata per la prima volta una delezione non coinvolgente la cisteina in
una famiglia italiana.[233]
La frequenza di mutazioni a carico
dei vari esoni del gene NOTCH 3 sembra essere variabile a seconda dell'area
geografica. I primi studi condotti in Francia e Germania riportavano che il 70%
delle mutazioni era a carico degli esoni 3 e 4, tanto che si consigliava di
partire da questi per lo screening genetico. In Italia la distribuzione
delle mutazioni sugli esoni sembra essere però diversa con esoni diversi
interessati in frequenza simile dalle mutazioni.[234]
Pertanto nessuna raccomandazione può essere emessa al momento circa gli esoni da
analizzare per primi. Inoltre i dati recenti tendono a negare l'esistenza di una
stretta correlazione genotipo-fenotipo.[228]
La possibilità di mutazioni de novo è eccezionale per questa
malattia.[235,
236] Infine sono state recentemente
segnalate famiglie con caratteristiche clinico-radiologiche indistinguibili
dalla CADASIL ma senza mutazioni del gene NOTCH3.[235,
236] In letteratura vengono anche
riportate segnalazioni di una probabile, simile forma di malattia recessiva (CARASIL).[237]
Dal punto di vista radiologico la CADASIL si caratterizza alla RM per la
presenza di una leucoencefalopatia di vario grado ma che nelle forme tipiche è
grave e coinvolge diffusamente i centri semiovali e la capsula esterna. Inoltre
due reperti neuroradiologici sono considerati abbastanza specifici della CADASIL:
l'iperintensità della capsula esterna e l'interessamento da parte delle
alterazioni della sostanza bianca del polo del lobo temporale.[238,
239] Specialmente quest'ultima
caratteristica sembra avere un valore predittivo elevato per la diagnosi
genetica di CADASIL.[231] Oltre alla
leucoencefalopatia si ritrovano di solito infarti lacunari sottocorticali.
La CADASIL è sottesa da una microangiopatia non-arteriolosclerotica e
non-amiloidea che si caratterizza all'esame ultrastrutturale per la presenza di
depositi di materiale elettron-denso a livello della membrana basale. Tali
alterazioni si ritrovano non solo a livello cerebrale ma anche in altri tessuti
quali il nervo periferico, il muscolo e la cute,[240,
241] sebbene i disturbi clinici dei
pazienti siano essenzialmente dipendenti dal danno del sistema nervoso centrale.
Per tale motivo la biopsia cutanea è stata proposta come un esame di rilievo
nella diagnostica della CADASIL, anche in considerazione del fatto che l'esame
genetico richiede tempi lunghi ed ha costi elevati. Il rilievo di granulazioni
osmiofile alla biopsia cutanea ha una specificità del 100% ma una sensibilità
variabile a seconda delle casistiche e che può scendere fino al 50%.[231]
In considerazione della scarsa invasività, si ritiene pertanto che la biopsia
sia indicata, in presenza di sospetto clinico di CADASIL, laddove il test
genetico non sia effettuabile.

16.2.5.4
Criteri diagnostici correntemente usati per la demenza vascolare
I segni che possono rendere incerta o improbabile la diagnosi di demenza
vascolare sono un esordio precoce ed un andamento progressivamente degenerativo
dei deficit di memoria o di altri deficit cognitivi corticali, in assenza di
lesioni focali corrispondenti alle neuroimmagini.[210]
Tuttavia la presenza di una malattia cerebrovascolare non implica
necessariamente che l'ictus sia la causa ultima della demenza, o che abbia
contribuito alla sua genesi, in particolare quando essa sia concomitante con una
malattia di Alzheimer. L'andamento temporale della demenza, la presenza di una
patologia cerebrovascolare e le neuroimmagini devono essere prese in
considerazione.
I criteri più frequentemente adoperati per la diagnosi
di demenza vascolare sono il DSM-IV TR,[242]
quelli degli Alzheimer's Disease Diagnostic and Treatment
Centers (ADDTC),[243]
quelli dei National Istitute for Neurological Disorders
and Stroke - Association Internationale pour la Recherche et l'Enseignement en Neuroscience
(NINDS-AIREN),[190]
e gli ICD-10.[244]
Questi criteri possono essere divisi in due gruppi: descrittivi ed operativi. I primi sono
rappresentati dalle definizioni di demenza vascolare
riportate dal DSM-IV TR e dall'ICD-10. Più dettagliati, e
con il preciso intento di essere utilizzati per studi
clinici, i criteri operativi sono quelli della California
ADDTC e quelli NINDS-AIREN. Le loro caratteristiche sono riassunte in
Tabella 16:IV,
Tabella 16:V,
Tabella 16:VI,
Tabella 16:VII e
Tabella 16:VIII.
Nella pratica clinica, per una prima e grossolana distinzione fra forme di
demenza degenerativa e forme vascolari viene comunemente utilizzato lo Hachinski
Ischemic Score (HIS, Tabella 16:IX). Fortemente basato sul
riconoscimento della patologia cerebrovascolare, l'HIS fu
creato per distinguere le forme di malattia di Alzheimer
dalle forme di demenza multinfartuale (MID),
originariamente considerata l'unica forma di demenza
vascolare.[245] Per la
diagnosi di demenza vascolare è adoperato come valore
critico un punteggio ≥7, mentre un punteggio ≤4 identifica
i pazienti affetti da malattia di Alzheimer. In presenza di
punteggi intermedi si parla di "demenza mista malattia
di Alzheimer/demenza multinfartuale". Il test si è
rivelato utile nella diagnosi differenziale in quanto
permette di classificare correttamente il 75,9% dei pazienti
affetti da malattia di Alzheimer e l'83% dei pazienti
affetti da demenza multinfartuale. La probabilità che un
paziente demente sia affetto da malattia di Alzheimer è
dell'87,9% con un punteggio all'HIS ≤4, mentre per un
valore dell'HIS ≥7 la probabilità che un paziente sia
affetto da demenza multinfartuale è del 61,5%.[246]
Uno studio neuropatologico ha mostrato che i principali
segni distintivi di demenza vascolare sono l'andamento
fluttuante, la progressione "a gradini", una
storia di ipertensione e di ictus, ed infine la presenza di
segni neurologici focali, mentre l'assenza di queste
caratteristiche è maggiormente associata alla malattia di
Alzheimer. La presenza di labilità emotiva e una progressione "a gradini" sono i
due fattori che maggiormente aiutano a distinguere la demenza vascolare dalle
forme miste, mentre un decorso fluttuante ed una storia positiva per ictus sono
più frequentemente associate alle forme miste rispetto alla malattia di Alzheimer.[246]
È importante sottolineare che lo HIS può portare a sovrastimare la
prevalenza della demenza vascolare, dal momento che i
pazienti affetti da cerebrovasculopatia avranno comunque un
punteggio elevato al test, indipendentemente dal fatto che
esista o meno una relazione causale tra la
cerebrovasculopatia e il deterioramento cognitivo stesso.[160,
247,
248]
Sia i criteri diagnostici che lo Hachinski Hischemic
Score (HIS) hanno un punto debole in comune: la mancanza
di prove che mettano in relazione i dati clinici o
anatomo-patologici con una sindrome demenziale del tutto
aspecifica. Nel tentativo di superare questo limite alcuni
criteri (NINDS-AIREN) hanno introdotto la necessità di una
relazione temporale tra gli eventi ischemici e lo sviluppo
del deterioramento cognitivo. Tuttavia, il diverso modo di
definire di volta in volta la sindrome "demenza" e
le sue cause vascolari ha portato ad una conseguenza molto
importante: la scarsa intercambiabilità dei criteri.
Diverse definizioni danno diverse stime della prevalenza ed
identificano gruppi di pazienti differenti [160,
249, 250,
251,
252].
Infatti, i criteri clinici per la diagnosi di demenza
vascolare hanno mostrato un accordo eccellente per quanto
riguarda la diagnosi, mentre sono state
riscontrate differenze significative nella classificazione
della causa. La frequenza della diagnosi di
demenza vascolare è infatti più alta adoperando i criteri DSM-IV e HIS, e notevolmente più bassa adoperando i criteri NINDS-AIREN.[252]
Altri studi precedenti avevano messo in evidenza gli
stessi dati: la frequenza di diagnosi di demenza vascolare
decresce progressivamente qualora si adoperino per la
diagnosi i criteri rispettivamente DSM-IV, ICD-10, ADDTC e NINDS-AIREN.[249] I
criteri DSM-IV sono dunque quelli meno restrittivi: la loro
applicazione e quella dei NINDS-AIREN (più restrittivi) sullo stesso campione
determina infatti una differenza nella stima dell'incidenza della demenza
vascolare anche di 5 volte.[251]
In uno studio anatomopatologico i criteri ADDTC ed i
NINDS-AIREN si sono dimostrati più sensibili (63% e 58%
rispettivamente) rispetto all'HIS (43%) nella diagnosi di
demenza vascolare "possibile", ma i criteri ADDTC
sembrano avere una specificità notevolmente inferiore (64%
rispetto all'80% dei NINDS-AIREN ed all'88% dell'HIS).
Tuttavia, la sensibilità dei criteri NINDS-AIREN e gli
ADDTC deve essere comunque considerata bassa, in quanto essi
non sono in grado di diagnosticare più di un terzo dei casi
di demenza vascolare confermati dall'esame neuropatologico.
Il maggior livello di sensibilità è stato raggiunto in
tale studio adoperando in combinazione i criteri ADDTC e l'HIS,
mentre la più elevata specificità si è ottenuta tramite
l'associazione dei criteri NINDS-AIREN con l'HIS.[253]
Una valutazione comparativa dei diversi criteri mostra importanti differenze
nei requisiti neuroradiologici (ICD-10 e DSM-IV: aspecifici; ADDTC: almeno un
infarto ischemico; e NINDS-AIREN: più di un infarto o lacuna
cortico-sottocorticale oppure lesioni della sostanza bianca periventricolare),
nella modalità di progressione del deterioramento cognitivo che può essere
"progressiva, stabile o remittente" (DSM IV), "brusca" o "a gradini" (ICD-10),
varia ma senza alcuna modalità specifica di evoluzione (ADDTC) o con decorso
variabile, con possibilità di miglioramento (NINDS-AIREN). Inoltre la presenza
di segni e sintomi focali, ritenuta necessaria dalla maggior parte dei criteri
vigenti, non costituisce un elemento indispensabile per la diagnosi di demenza
vascolare.
In merito, poi, alla cosiddetta demenza "mista", che alcuni autori ritengono
essere la forma più frequente di demenza,[254]
i criteri ICD-10 usano il termine di demenza mista per indicare pazienti che
rispondono sia ai criteri per la demenza vascolare che a quelli per la malattia
di Alzheimer. Al contrario, per i criteri ADDTC la diagnosi di demenza mista
viene posta quando, oltre alla malattia vascolare, coesistono una o più
patologie potenzialmente in grado di provocare demenza. In tal modo il termine
risulta aspecifico, includendo, oltre alla malattia di Alzheimer, tutte le altre
possibili cause di demenza. I criteri DSM-IV intendono per demenza mista tutti i
casi che rispondono ai criteri per la demenza di malattia di Alzheimer con però
un'evidenza clinica o neuroradiologica di cerebrovasculopatia, mentre secondo i
criteri NINDS-AIREN il termine dovrebbe essere sostituito da quello di malattia
di Alzheimer con cerebrovasculopatia, indicando i casi di malattia di Alzheimer
possibile con evidenza clinica e strumentale di cerebrovasculopatia.
Notevoli differenze si rilevano, infine, nella definizione dei disturbi
cognitivi necessari alla diagnosi. Uno dei principali problemi diagnostici è
rappresentato, in generale, soprattutto dalla rilevanza attribuita al deficit
mnesico; i criteri ICD-10 considerano la demenza vascolare come caratterizzata
da un'ineguale ed aspecifica distribuzione dei deficit cognitivi, mentre il
numero di domini cognitivi che devono essere interessati è diverso nei criteri
del DSM-IV (1) rispetto a quelli del NINDS-AIREN (2).

16.2.5.5
Il Vascular Cognitive Impairment
Dal punto di vista cognitivo, nella demenza vascolare le funzioni esecutive,
sottocorticali e frontali, possono essere compromesse in maniera precoce
rispetto alla memoria. Tuttavia le definizioni correnti di demenza richiedono
una compromissione "evidente" delle funzioni cognitive ed in particolare della
memoria. Tutto ciò comporta che il paziente venga identificato come demente solo
dopo che si sia verificato un danno sostanziale. Con questo approccio si corre
il rischio di non poter individuare i casi nella fase precoce, in quello che
teoricamente rappresenta il momento "migliore" per un eventuale intervento
terapeutico.
Per tale motivo Hachinski ha introdotto il termine di Vascular
Cognitive Impairment (VCI),[255]
per identificare tutto il continuum di pazienti
affetti da deterioramento cognitivo conseguente ad un ictus,
a partire da quelli ad alto rischio, ma senza un franco
declino cognitivo (lo stadio di "brain at risk")
fino ai quadri di demenza grave. Pur non esistendo criteri
formali per la diagnosi di VCI (gli autori suggeriscono
l'esclusione delle sindromi conseguenti ad infarti cerebrali
maggiori ed alle emorragie cerebrali o subaracnoidee), tale
concetto consentirebbe di identificare pazienti ad un
livello di deterioramento molto precoce, e quindi potenzialmente trattare i pazienti prima che
si sia verificato un danno sostanziale e probabilmente
irreversibile.
In realtà tale concetto si applica più agevolmente ai quadri di alterazione
cognitiva vascolare non demenza (Vascular CIND), anche se sotto la
definizione di VCI sono stati anche inclusi tutti i soggetti con demenza
vascolare e demenza mista.[256]
Recentemente Rockwood et al.[257] hanno
riportato come il VCI sia una condizione frequente (5% dei soggetti al di sopra
dei 65 anni) e che tutti i "sottotipi" di VCI sono caratterizzati da
un aumento del rischio di morte e di istituzionalizzazione. Nel Canadian
Study of Health and Aging, dopo 5 anni dalla prima osservazione, dei 149
soggetti con VCI non-demenza (VCI-ND), 77 erano deceduti (52%), mentre 58
(46%) erano andati incontro a demenza; le donne risultavano a rischio maggiore
di demenza rispetto agli uomini, mentre dei 32 soggetti vivi al follow-up
ma non dementi, solo quattro presentavano un miglioramento della performance
cognitiva. Questi dati dimostrano inequivocabilmente come la condizione chiamata
come VCI possa rappresentare un potenziale obiettivo per le terapie di
prevenzione possibili nei confronti della demenza.[258]
L'ampio concetto di VCI (che comprende VCI-ND, VaD e AD+CVD) è stato rivisitato di recente non solo dal gruppo del Canadian
Study of Health and Aging,[259] ma
anche da Roman et al.[133] In pratica la
definizione di VCI viene circoscritta alle sole forme senza demenza conclamata
(di fatto VCI-ND) ma con esclusione anche di quei pazienti con compromissione
isolata di funzioni cognitive espressione diretta di alterazioni focali come
l'afasia, l'aprassia ecc. Roman et al., propone di definire la condizione più
complessa dei disturbi cognitivi vascolari (che va dal VCI al VaD) come come
Disturbo Cognitivo Vascolare ("Vascular Cognitive Disorder").
Un recente consensus del National Institute of Neurological Disorders and
Stroke e del Canadian Stroke Network sul VCI, conclude che le linee
guida proposte più che la fine rappresentano l'inizio di un percorso
diagnostico, sottolineando tutte le difficoltà finora espresse.[260]

16.2.5.6 Percorso diagnostico e diagnosi differenziale
Il primo passo nella diagnosi di demenza consiste nella
formulazione del sospetto e nell'individuazione delle
probabili cause alla base del deficit cognitivo in
questione.
Le condizioni internistiche del paziente vanno sempre
valutate con attenzione per escludere che la demenza sia
conseguenza di ipo/ipertiroidismo, insufficienza epatica,
renale o respiratoria, deficit di vitamina B12 e
di acido folico. È inoltre necessario considerare come
possibile causa di deterioramento l'abuso di alcolici o di
sostanze stupefacenti e l'esposizione a tossici ambientali.
Va valutata infine la presenza di disturbi psichiatrici,
traumi cranici ed altre patologie neurologiche.
Particolarmente accurata deve essere l'anamnesi
farmacologica, dal momento che numerosi farmaci sono in
grado di indurre sindromi demenziali, soprattutto in
soggetti anziani, che regrediscono in seguito alla
sospensione dell'assunzione del farmaco in questione.
L'esame obiettivo fornisce dati importanti relativi
all'eziologia della demenza. Devono essere ricercati con
attenzione i segni suggestivi di patologia focale del SNC,
che indirizzano la diagnosi verso una forma vascolare o
eventualmente verso la presenza di masse occupanti spazio
(neoplasie o ascessi cerebrali). Molte altre malattie
possono provocare demenza e vanno escluse accuratamente; tra
queste le sindromi extrapiramidali; la degenerazione
olivo-ponto-cerebellare (che si presenta con alterazione
della coordinazione e della marcia); l'idrocefalo normoteso
(che determina la comparsa di andatura atassica ed
incontinenza urinaria). La concomitanza di un quadro
extrapiramidale e di demenza costituisce un notevole
problema diagnostico. Un declino cognitivo può conseguire,
generalmente dopo alcuni anni dall'esordio dei sintomi
motori, ad una malattia di Parkinson, oppure manifestarsi in
stretta correlazione con la sintomatologia extrapiramidale.
In questi casi se si associano anche psicosi ed alterate
reazioni ai neurolettici, ci si orienterà verso una demenza
a corpi di Lewy.[261]
Nella malattia di Alzheimer l'esame neurologico può
risultare negativo oppure rivelare la presenza di segni di
liberazione, che tuttavia non sono patognomonici di demenza
degenerativa, potendosi riscontrare in altre forme. La
postura e la marcia sono generalmente normali nelle fasi
iniziali della malattia di Alzheimer, ma nelle fasi più
avanzate compaiono difetti dell'equilibrio ed andatura
rallentata. Rispetto ai pazienti con malattia di Alzheimer i
pazienti affetti da demenza vascolare presentano migliori
prestazioni nelle prove che esplorano la memoria a lungo
termine, mentre maggiori sono i deficit nelle prove
esecutive frontali. I due gruppi di pazienti non sembrano
differire nei test che valutano il linguaggio, le capacità
costruttive, l'attenzione, e la capacità di astrazione.[191,
262]
La diagnosi differenziale tra demenza vascolare e
malattia di Alzheimer è particolarmente impegnativa, per la
frequente coesistenza della malattia degenerativa e di
quella cerebrovascolare.[263,
264, 265] Le evidenze raccolte negli ultimi anni suggeriscono che la demenza
vascolare "pura" potrebbe essere in realtà una forma rara, e che le forme
"miste" potrebbero essere molto più frequenti di quanto precedentemente
riconosciuto.
16.2.5.6 1 Il delirium
Nella diagnosi differenziale deve essere preso anche in considerazione il
delirium. Il delirium, o stato confusionale acuto, è un disturbo dello stato di
coscienza al quale si accompagna una ridotta capacità di focalizzare, spostare
o mantenere l'attenzione su una qualsiasi attività. Sono anche presenti
alterazioni delle funzioni cognitive, quali deficit mnesici, disorientamento,
principalmente temporo-spaziale, disturbi del linguaggio e disturbi della
percezione, ad esempio allucinazioni o false interpretazioni di stimoli
sensoriali reali. Gli aspetti clinici essenziali del delirium sono: l'esordio
relativamente acuto con decorso fluttuante, il pensiero disorganizzato,
l'alterazione del livello di coscienza e il deficit di attenzione. Altri sintomi
frequentemente associati sono un comportamento inappropriato, disorientamento e
psicosi.[266, 267]
La comparsa di uno stato confusionale acuto è una complicanza
frequente nei pazienti con ictus in fase acuta. Esso può essere causato:
- dall'ictus stesso in relazione alla sede di lesione;
- da un complicanza medica intercorrente;
- da farmaci.
La percentuale di pazienti con ictus acuto che manifestano un episodio di
delirium va dal 13% nello studio di Caerio et al.[268]
al 24%-25% in quello di Hénon et al.[269]
e Sheng et al.,[270] al
48% in quelli di Gustafson et al.[271,
272]
Particolare interesse riveste il rapporto tra delirium e declino cognitivo.
Nello studio di Rockwood et al.[273]
l'incidenza di demenza era del 5,6% nei pazienti senza episodi di delirium,
mentre era del 18,1% in quelli con episodi confusionali. Parimenti, un deterioramento cognitivo preesistente
costituisce un importante fattore di rischio per l'insorgenza di un episodio
confusionale acuto. Ad esempio, nello studio di Hénon et al.[269]
ben il 30% dei pazienti con un punteggio allo Informant Questionnaire on
Cognitive Decline in the Elderly (IQCODE) >78, ossia con "cognitive
impairment", avevano presentato un episodio di delirium durante la
degenza.

16.3
Valutazione delle funzioni cognitive nel post-ictus
Gli scopi della valutazione neuropsicologica nei pazienti con ictus sono:
- quantificazione dei deficit cognitivi (fase acuta)
In questa fase le caratteristiche dei test somministrati dovrebbero essere:
 | rapida e agevole somministrazione (al letto del malato); |
 | adeguata specificità (per lato emisferico e sede lesionale); |
 | possibilmente tarati o controllati. |
monitoraggio e follow-up
La tempistica relativa può essere riassunta come segue:
| T0 |
valutazione in fase acuta, in base al grado
di collaborazione del paziente (durante la prima settimana
dall'insorgenza) con particolare attenzione al sintomo dell'anosognosia
(negazione del deficit neurologico, motorio e/o sensitivo) che può
significativamente condizionare il recupero delle funzionalità elementari; |
| T1 |
valutazione in fase post-acuta (tra 7 e 15
giorni dall'insorgenza), con lo scopo di monitorare il recupero spontaneo
della funzionalità cognitiva; |
| T2 |
valutazione in fase di stabilizzazione (entro
i 6 mesi dall'insorgenza) allo scopo di: |
| |
a. |
effettuare un bilancio tra deficit acquisiti e abilità
residue. In caso di accertati deficit di una o più funzioni cognitive, la
valutazione così condotta consente di impostare un adeguato programma di
riabilitazione neuropsicologica;<&p> |
| |
b. |
nel caso in cui la valutazione neuropsicologica,
supportata dai criteri clinici e strumentali soddisfi i criteri
diagnostici di demenza vascolare (DSM IV-TR), è necessario prevedere un
follow-up a intervalli regolari anche come indicatore di eventuali
interventi farmacologici e comportamentali specifici; |
qualora sia in corso la riabilitazione neuropsicologica è
necessario monitorarne l'andamento e l'efficacia al fine di:
- adeguare il trattamento in base alla modificazione degli obiettivi;
- impostare, a trattamento terminato, un adeguato inserimento sociale e/o
lavorativo.

16.3.1
Fase acuta
La compromissione delle funzioni cognitive rappresenta una frequente
complicanza dell'ictus in fase acuta e talora ne costituisce il sintomo clinico
più grave e rilevante.[274] I disturbi
neuropsicologici più frequenti si verificano a carico delle seguenti funzioni:
verbali, attentive, visuo-percettive, gnosiche, di
pianificazione-rappresentazione motoria, memoria.[275]
Numerosi studi, a carattere sia prospettico sia retrospettivo, su coorti
sufficientemente estese di pazienti con ictus, hanno evidenziato l'importanza di
effettuare la valutazione neuropsicologica in fase precoce con un adeguato
follow-up anche nella fase di stabilizzazione dei sintomi, in quanto è stata
dimostrata la significativa interazione tra incidenza di differenti deficit
cognitivi con il livello di recupero funzionale.[276,
277, 278,
279,
280, 281,
282,
283, 284,
285]

16.3.2
Test neuropsicologici
Al di là dell'inquadramento clinico, la valutazione neuropsicologica deve
essere supportata da test specifici in tutte le fasi successive all'ictus al
fine di indagare le seguenti funzioni:
 | orientamento temporo-spaziale; |
 | livello di consapevolezza di malattia; |
 | linguaggio; |
 | memoria; |
 | percezione visiva; |
 | abilità visuo-costruttive; |
 | attenzione; |
 | integrazione e coordinazione visuo-motoria; |
 | ragionamento astratto; |
 | prassie; |
 | autonomia funzionale; |
 | aspetti emotivo-comportamentali. |

16.3.2.1
Protocollo di valutazione in fase acuta
La valutazione neuropsicologica della fase acuta deve essere eseguita con
test diversificati in rapporto al lato emisferico e alla sede lesionale,
considerando l'alta frequenza di disturbi linguistici in seguito a lesione
emisferica sinistra e di neglect in caso di lesione emisferica destra. Va
tuttavia enfatizzato che in tale fase il grado di collaborazione del paziente è
molto ridotto e variabile anche nell'arco di breve tempo, pertanto può rivelarsi
più utile il semplice monitoraggio clinico eseguito comunque dal neuropsicologo.
In Tabella 16:X sono indicati i
principali test neuropsicologici.
Per quantificare l'indice di funzionamento cognitivo globale i test più
comunemente utilizzati sono il Mini Mental State Examination (MMSE) e le
Matrici di Raven. Entrambi i test tuttavia hanno dei limiti.
Il MMSE [286] è costituito da 11 prove
(30 item), sia verbali sia non verbali. i subtest fanno riferimento a 7
aree cognitive: orientamento nel tempo e nello spazio, riconoscimento di parole,
attenzione-calcolo, rievocazione di parole, ripetizione e comprensione di
materiale verbale e prassia costruttiva. Il punteggio del test varia da 0 a 30;
la soglia di deterioramento cognitivo è di 24. Sono disponibili tarature con
correzioni per scolarità, sesso ed età. Il MMSE, per le sue caratteristiche
tecniche, non è completamente adeguato nella valutazione per lo meno di alcuni
pazienti con ictus (p.e. soggetti con afasia o con neglect).
ll test delle matrici colore di Raven, PM 47,[282]
misura essenzialmente le abilità di ragionamento astratto. È una versione
semplificata delle matrici in bianco e nero, creata appositamente per i bambini
e per i soggetti anziani o con deficit intellettivi. Il test è costituito da 36
stimoli di complessità crescente suddivisi in 3 serie da 12 voci ciascuna. Il
compito del soggetto è di individuare, scegliendo tra 6 possibili alternative,
lo stimolo che completa logicamente la figura presentata. Il soggetto può
correggersi mentre esegue il compito, non tornando però sulle matrici
precedenti. Il tempo massimo della prova è di 30 minuti. È necessario che le
abilità visuo-percettive del paziente siano almeno parzialmente preservate per
lo svolgimento della prova. Il test di Raven, pur presentando il vantaggio di
non essere condizionato dal basso livello di scolarità, per le sue prerogative
nettamente visuo-percettive non è adeguato per pazienti p.e. con neglect.
È opportuno integrare la valutazione neuropsicologica con i dati ricavati
dagli esami strumentali e clinici disponibili (Esame Obiettivo Neurologico, TC,
RM).
Scelta dei test
La selezione dei test deve essere condotta dalla sede cerebrale lesionale.
In presenza di lesione emisferica sinistra è opportuno dedicare particolare
attenzione all'esame delle funzioni linguistiche.
In caso di lesioni emisferiche destre è necessario utilizzare prove che
esplorino le funzioni visuo-spaziali. È inoltre fondamentale porre attenzione
alla eventuale presenza di deficit selettivi della elaborazione spaziale come il
neglect, condizione neuropsicologica che va necessariamente distinta
dall'emianopsia e che richiede test specifici di esplorazione dei diversi
settori dello spazio.
Domini cognitivi
Linguaggio
È necessario esplorare con la stessa attenzione le funzioni di comprensione e
di produzione linguistica in modo tale da potersi munire già in fase precoce di
indicatori per un'eventuale riabilitazione neuropsicologica.
Test per la comprensione linguistica:
 | test dei gettoni.[284]
Misura la comprensione orale di ordini verbali. È costituito da 20 gettoni che
hanno dimensioni e colori diversi. Gli stimoli sono 36 ordini, suddivisi in 6
sezioni. Si procede da ordini semplici ("tocchi il gettone verde") a ordini
complessi ("prenda il gettone rosso anzi quello nero"). Il tempo richiesto per
la somministrazione della prova è di circa venti minuti. Il punteggio è dato
dalla somma delle risposte corrette. Si assegna 1 per una risposta corretta
alla prima presentazione; 0,5 per una risposta corretta alla seconda
presentazione e 0 nel caso in cui alle seconda presentazione non venga
eseguito l'ordine. È disponibile una taratura con correzione per età, sesso e
scolarità. |
Test per la produzione linguistica:
 | test di fluenza semantica (categoriale).[287]
Indaga l'integrità di accesso al lessico semantico. L'esaminatore chiede al
paziente di elencare il maggior numero possibile di parole appartenenti a una
determinata categoria (p.e. marche d'auto, animali, frutti) nell'arco di un
minuto. Il punteggio è calcolato come numero totale di parole diviso per il
numero di categorie.[284] È disponibile
una taratura con correzione per età, sesso e scolarità. |
 | test di fluenza fonemica.
Indaga l'integrità di accesso al lessico fonologico. L'esaminatore chiede al
paziente di elencare il maggior numero possibile di parole che cominciano con
una specifica lettera (p.e. F, P, L) nell'arco di un minuto. Non sono ammessi
nomi propri o parole derivate ("casa-casetta"). Il punteggio è calcolato come
numero totale di parole diviso il numero di categorie.[284]
È disponibile una taratura con correzione per età, sesso e scolarità. |
 | Boston Naming Test.[288]
Indaga la produzione lessicale. Consiste di 60 disegni, che rappresentano
oggetti caratterizzati da una frequenza di denominazione decrescente, e quindi
a difficoltà crescente. L'esaminatore chiede al soggetto di denominare la
figura riportata nel disegno. La soglia discriminante del punteggio è stata
calcolata su una popolazione normale di controllo di età tra i 25 e gli 85
anni. Esistono versioni abbreviate del test. |
 | prova di denominazione.[289]
Questa prova consiste di 24 stimoli selezionati dalle figure di Snodgrass e
Vanderwart. Le figure di Snodgrass sono immagini di oggetti comuni, ad alta
frequenza (p.e. palla, arancia). Il punteggio è determinato dal numero di
stimoli correttamente denominati. I soggetti di controllo non commettono alcun
errore nell'esecuzione della prova. |
Batteria completa per il linguaggio
La AAT (Aachner Aphasie Test)[290]
costituisce una batteria di esami che valuta il linguaggio spontaneo, il
linguaggio orale e il linguaggio scritto. Sono considerati sia gli aspetti di
comprensione che di produzione. Il linguaggio spontaneo viene valutato secondo 6
livelli di osservazione (comportamento comunicativo, articolazione e prosodia,
linguaggio automatico, struttura semantica, fonologia e sintattica). Vi sono poi
4 prove per la valutazione dei deficit di ripetizione (5 sottoprove), del
linguaggio scritto (3 sottoprove), della denominazione (4 sottoprove) e della
comprensione (2 sottoprove per la comprensione orale e 2 per la comprensione
scritta); una versione a 10 voci, infine, del test dei gettoni per valutare la
comprensione. L'ordine di somministrazione delle prove è standard, dalle più
facili alle più difficili. La somministrazione dell'AAT permette di porre una
diagnosi differenziale di afasia, secondo la classificazione che prevede 4
sindromi afasiche standard (afasia di Broca, di Wernicke, globale e amnesica).
Il tempo di somministrazione è di circa 90 minuti.
Memoria verbale
 | test di memoria di prosa.[284]
Questo test valuta la memoria verbale a lungo termine, ovvero quella
componente della memoria che permette il ricordo di numerose informazioni per
intervalli di tempo lunghi. L'esaminatore legge un brano di 28 elementi e
chiede al soggetto di ripeterlo. Esistono differenti versioni tarate del test
di memoria, di differente difficoltà e per poter ripetere il test a distanza
di tempo evitando effetti apprendimento. Il brano viene riletto e una seconda
rievocazione ha luogo dopo 10 minuti. Nel frattempo il soggetto viene
impegnato in attività distraenti di carattere non mnesico.Il punteggio è dato
dal numero di elementi correttamente rievocati. È disponibile una taratura per
età, sesso e scolarità. |
 | prova di span di cifre.[291]
Questa prova misura la memoria verbale a breve termine. L'esaminatore legge
sequenze di cifre di lunghezza crescente (da 3 a 9). Il soggetto è invitato a
ripetere la sequenza immediatamente dopo la presentazione. Per ogni lunghezza
sono previste due sequenze. Si interrompe la prova quando il soggetto fallisce
entrambe le sequenze. Il punteggio finale, ovvero lo "span" del soggetto, è
dato dal numero di elementi che costituiscono l'ultima sequenza correttamente
rievocata. |
Memoria di lavoro
 | span di cifre inverso
Questa prova [292] misura l'integrità
della memoria di lavoro. L'esaminatore legge sequenze di cifre di lunghezza
crescente (da 3 a 9). Il soggetto è invitato a ripetere la sequenza
immediatamente dopo la presentazione, ma partendo dall'ultima cifra. Per ogni
lunghezza sono previste due sequenze. Si interrompe la prova quando il
soggetto fallisce entrambe le sequenze. Il punteggio finale, ovvero lo "span"
del soggetto, è dato dal numero di elementi che costituiscono l'ultima
sequenza correttamente rievocata. |
Memoria visuospaziale
 | test di Corsi [284]
Questo test permette di valutare la memoria spaziale a breve termine.
L'esaminatore tocca una sequenza di cubetti (da 2 a 9) e chiede al soggetto di
toccare gli stessi cubetti nel medesimo ordine. Sono previste al massimo
cinque sequenze per ogni lunghezza. Si interrompe la prova quando il soggetto
fallisce almeno tre sequenze. Il punteggio finale, ovvero lo "span" del
soggetto, è dato dal numero di elementi che costituiscono l'ultima sequenza
correttamente rievocata. |
 | test rievocazione della figura di Rey.[283]
Questo test misura la memoria visuo-spaziale a lungo termine. Al soggetto si
richiede di copiare una figura geometrica complessa priva di significato e
dopo una pausa di 5 minuti di riprodurla a memoria. La prova di copia permette
di evidenziare eventuali deficit costruttivi. |
 | Corsi sovraspan.[284]
Permette di valutare la capacità di apprendimento visuospaziale del soggetto.
Non può essere proposta se il soggetto ha ottenuto un punteggio al test di
Corsi uguale o superiore ad 8. Consiste in una serie prefissata di 8 cubetti,
presentati al ritmo di un cubetto ogni 2 secondi. La sequenza viene
ripresentata fino al raggiungimento del criterio di apprendimento (tre
ripetizioni consecutive esatte) o fino ad un massimo di 18 prove. Cinque
minuti dopo la fine dell'ultima prova viene richiesta la riproduzione della
sequenza di cubetti, senza previa dimostrazione della stessa. L'intervallo è
occupato da attività interferente. |
Funzioni visuospaziali e percettive
 | test di Albert [293]
e Diller.[294]
Sono prove di cancellazione in cui il paziente deve barrare tutti gli stimoli
che vede (rispettivamente linee e lettera H) presenti su un foglio A4.
L'esaminatore dispone il foglio in modo tale che il punto centrale coincida
con l'asse corporeo mediale di simmetria del paziente. Non sono previsti
limiti di tempo. Il punteggio consiste del numero di stimoli omessi. |
 | prove di disegno a memoria spontaneo (orologio)[295]
e di copia di figure geometriche [296]
Forniscono utili indicazioni qualitative sul tipo di omissioni commesse dal
paziente nell'emicampo spaziale sinistro. |
 | Street's completion test
Questo test [284] indaga le capacità
gnosico-appercettive. Si compone di 14 voci, figure frammentate ma
riconoscibili. Il tempo massimo di riconoscimento per ogni stimolo è di 30
secondi. Sono accettate circonlocuzioni che dimostrino l'avvenuto
riconoscimento e riconoscimenti parziali. Si assegna 1 punto per le risposte
corrette, con un punteggio massimo di 14. È disponibile una taratura con
correzioni per sesso, età e scolarità.[284] |
 | figura di REY.[283]
Indaga l'organizzazione percettiva e la memoria visuospaziale a lungo termine
del soggetto. Si tratta di una figura complessa, composta da elementi
geometrici che nel complesso non hanno un evidente significato e che non
ricorda nessun oggetto reale. La figura può essere copiata, anche utilizzando
colori diversi (ricostruzione del percorso di pianificazione del paziente in
base ai colori); la figura può anche essere fatta riprodurre a memoria
(rievocazione dopo una pausa di 5 minuti). La correzione considera sia il
numero di elementi copiati/rievocati, sia la loro forma sia la posizione
spaziale in cui sono collocati. Gli elementi da rievocare sono 18. Il
punteggio per ogni elemento corretto è 2, con punteggi intermedi a seconda del
tipo di errore rilevato, fino a punteggio 0 se l'elemento è assente. È
disponibile una taratura con correzioni per sesso, età e scolarità. |
Attenzione
 | test delle matrici attenzionali.[284]
Il test valuta l'attenzione selettiva. L'esaminatore mostra al soggetto una
matrice di numeri disposti in maniera casuale (13 numeri da 0 a 9) e chiede al
soggetto di barrare tutti i numeri corrispondenti a quello/i indicati in testa
alla matrice. La prova prevede la presentazione di tre matrici, e un tempo
limite di 45 secondi per ogni matrice. Si permette comunque al soggetto di
completare la matrice. La prima matrice richiede la ricerca di un solo numero
(5); la successiva di due (2, 6); la terza di tre numeri (1, 4, 9). Il
punteggio è dato dalla somma degli elementi correttamente identificati. |
 | Trail Making (A e B).[297]
La prova misura la capacità di programmazione visuo-motoria, l'attenzione
divisa e l'abilità di attenzione alternata. Nella forma A l'esaminatore chiede
al soggetto di unire con una linea continua i numeri in ordine crescente
quanto più velocemente possibile. Nella forma B il compito consiste nell'unire
con una linea continua alternativamente i numeri e le lettere in ordine
crescente (p. es. 1A, 2B, 3C etc.). È prevista una prova di esempio per
entrambe le versioni. Solo se il soggetto è in grado di eseguire la prova si
somministra il test. Il punteggio è dato dal tempo impiegato per completare
ciascuna prova. Si può inoltre ricavare un ulteriore indice di attenzione
alternata e di integrità cognitiva sottraendo al tempo B il tempo A (TMT B-A). |
Funzioni frontali
 | Frontal Assessment Battery (FAB).[285]
È un breve screening pensato per soggetti confinati a letto, volto a
valutare le funzioni esecutive. Si compone di 6 subtest che indagano:
concettualizzazione (test sulle somiglianze), flessibilità mentale (test di
fluenza fonologica), programmazione motoria (test di Luria), sensibilità
all'interferenza (compito delle istruzioni conflittuali), controllo
dell'inibizione (compito go-no-go), autonomia ambientale (valutazione
del comportamento di prensione). Si ottiene un punteggio indice dell'integrità
delle funzioni frontali, confrontabile con un'apposita taratura. |
 | Weigl sorting test.[298]
Il test misura la capacità di pensiero categoriale. Si compone di 12 stimoli,
forme colorate di legno, che sono classificabili per colore, forma, seme,
spessore, dimensione. Il test si può svolgere in modalità attiva, richiendo al
soggetto di creare le categorie di raggruppamento, oppure in modalità passiva,
se quella attiva non viene eseguita, ovvero mostrando al soggetto dei
raggruppamenti e invitandolo a definire quale criterio è stato adottato. Il
tempo massimo per ogni raggruppamento in modalità attiva è di 3 minuti, in
modalità passiva di 1 minuto. Si assegna un punteggio di 3 per una corretta
classificazione attiva, un punteggio di 1 per un corretto riconoscimento del
criterio in modalità passiva. Il punteggio massimo è 15. |
 | torre di Londra.[299]
Il test valuta le capacità di pianificazione. Si compone di tre pioli di
diversa lunghezza fissati su una base, e di alcune palline, in essi infilate,
di diverse dimensioni e colori. Il compito del soggetto è di effettuare degli
spostamenti, secondo dei precisi ordini e con dei vincoli (p.e. "sul piolo più
piccolo potrà inserire solo una pallina, sul medio due e sull'ultimo tre"). Il
punteggio è dato dal tempo di esecuzione della configurazione. Il tempo
massimo per ogni configurazione è di 60 secondi. Se il soggetto si accorge di
sbagliare si blocca il tempo, si riposiziona la configurazione iniziale e si
riparte dall'inizio. |
Autonomia funzionale
 | scala ADL (Activities of Daily Living).[300]
La scala indaga le capacità nelle attività di vita quotidiana. Considera 6
funzioni: fare il bagno, vestirsi, uso dei servizi igienici, spostamenti,
controllo sfinterico, alimentazione. Il punteggio per ogni funzione classifica
il soggetto su tre livelli: completa autonomia, parziale autonomia, assenza di
autonomia. È disponibile una griglia di correzione del punteggio, che varia da
"A" (completa indipendenza nelle 6 funzioni) a "G" (completa dipendenza). La
scala ha un alto valore predittivo nel caso di popolazione con ictus. |
 | scala IADL (Instrumental Activities of Daily Living).[301]
La scala si compone di un elenco di 8 attività funzionali complesse, a cui si
attribuisce un livello di competenza. Le attività considerate sono: usare il
telefono, fare la spesa, cucinare, fare le pulizie, lavare la biancheria,
autonomia di trasporto, gestione indipendente della terapia farmacologica e
autonomia nella gestione delle questioni economiche. Si può attribuire un
punteggio globale o attraverso un sistema di pesi che considera quali sono le
attività più difficili. |
Aspetti emotivo-comportamentali
 | Hamilton Rating Scale for Depression (HRSD).[35]
La HRSD è uno strumento atto a indagare la presenza di depressione. Si compone
di 21 voci, ognuna per una diversa area (umore depresso, senso di colpa, idee
di suicidio, insonnia iniziale, insonnia intermedia, insonnia prolungata,
lavoro e interessi, rallentamento di pensiero e parole, agitazione, ansia di
origine psichica, ansia di origine somatica, sintomi somatici
gastrointestinali, sintomi somatici generali, sintomi genitali, ipocondria,
introspezione, perdita di peso, variazione diurna della sintomatologia,
depersonalizzazione, sintomatologia paranoide, sintomatologia ossessiva). È
eterosomministrata; il punteggio va da "0", sintomo assente, a "4", sintomo
presente e molto grave. Il punteggio totale è calcolato sommando i punti di
ciascuna delle 21 voci. Si considera depressione possibile se il punteggio è
compreso tra 10 e 15 punti, depressione lieve se è compreso tra 16 e 25 punti,
depressione moderata se è compreso tra 26 e 28 punti, e depressione grave se è
maggiore di 28 punti. |
 | Cornell Scale for Depression in Dementia (CSDD).[302]
La CSDD è una scala eterosomministrata per la rilevazione della depressione.
Si compone di 19 voci suddivise in 5 aree (alterazioni del tono dell'umore,
disturbi comportamentali, segni fisici, funzioni cicliche, disturbi ideativi).
In base a frequenza e gravità si assegna un punteggio a 3 livelli: sintomo
assente (0), sintomo lieve (1), sintomo grave (2). Un punteggio uguale o
superiore a 8 è indice di significativi sintomi depressivi, un punteggio da 5
a 7 di depressione lieve, un punteggio inferiore a 5 indica assenza di
depressione. La somministrazione avviene in due fasi: una prima intervista è
sottoposta al caregiver, una seconda al paziente stesso. Il tempo di
somministrazione è di circa 30 minuti. |
 | NeuroPsychiatric Inventory (NPI).[303]
È una scala strutturata in cui si valuta, attraverso un'intervista al
caregiver, la presenza nel soggetto di deliri, allucinazioni, aggressività,
ansia, euforia, apatia, disinibizione, irritabilità, attività motoria
aberrante, disturbi del sonno, disturbi dell'alimentazione, rilevando sia la
gravità dei sintomi (punteggio da 0 a 3) che la loro frequenza (punteggio da 0
a 4). Inoltre si registra con un punteggio da 0 a 5 l'entità dello stress che
tali sintomi causano al caregiver Ogni disturbo riceve un punteggio
finale ottenuto moltiplicando il punteggio relativo alla gravità per quello
relativo alla frequenza. Un punteggio da 9 a 12 indica che il disturbo è
grave, da 5 a 8 che è moderato, da 1 a 4 che è lieve. Il tempo di
somministrazione è piuttosto lungo a causa della elevata numerosità di voci
(in media 20 per ogni sezione di sintomi). |

16.3.2.2
Protocollo di valutazione in fase post-acuta
Nella fase post-acuta si può procedere a un approfondimento neuropsicologico
che dia indicazioni sull'evoluzione dei sintomi cognitivi. Ogni valutazione
cognitiva deve essere preceduta da un'intervista semistrutturata ai parenti e al
paziente. Il colloquio si pone come obiettivo principale la raccolta dei dati
anamnestici clinico-neuropsicologici più rilevanti e la verifica del livello di
consapevolezza dello stato di malattia.
L'inquadramento neuropsicologico ha un triplice scopo:
- a fronte di una stabilizzazione della sintomatologia e del quadro
neurologico effettuare una valutazione neuropsicologica più articolata
rispetto alla fase acuta per ottenere un adeguato inquadramento delle funzioni
cognitive così da identificare la presenza di sindromi o deficit focali
(sindrome frontale, afasia, neglect, disturbi di memoria, disturbi di
attenzione, etc);
- individuare fattori determinanti un rischio di evoluzione verso un
deterioramento cognitivo su base vascolare;
- impostare, se necessario, specifici programmi di riabilitazione
neuropsicologica e di supporto psicologico.
Le funzioni cognitivo-comportamentali da indagare sono identiche a quelle
descritte per la fase acuta.
Se il paziente ha effettuato nella fase acuta una valutazione
neuropsicologica completa è necessario utilizzare per le valutazioni successive
forme parallele dei test, ovvero strumenti diagnostici che indaghino le medesime
funzioni ma caratterizzati da elementi diversi.

16.4
Indagini diagnostiche funzionali
Gran parte della letteratura sulle indagini funzionali della demenza
vascolare riguarda il gruppo di soggetti con lesioni sottocorticali, e si pone
l'obiettivo di rilevare marker biologici che consentano una diagnosi
differenziale tra vascolare riguarda e malattia di Alzheimer. Occorre comunque
premettere che gli studi di sensibilità e specificità di tali tecniche
diagnostiche sono per lo più validati utilizzando come gold standard la
diagnosi clinico-neuroradiologica, mentre mancano studi con confronto
anatomo-patologico.[304] Un'altra
importante limitazione degli studi clinici riportati è la scarsa numerosità del
campione, dovuta alla più o meno complessa metodica diagnostica; inoltre vi è
spesso un altro bias di selezione clinica dei soggetti da sottoporre
all'indagine, che raramente rappresentano serie cliniche consecutive non
selezionate. Con tali limitazioni si può valutare comunque la relativa
importanza di differenti indagini funzionali nel fornire al clinico informazioni
pratiche nella gestione del paziente.

16.4.1 Elettroencefalografia ed EEG
quantificato
Nonostante siano riportate in letteratura alterazioni dell'EEG
caratteristiche di demenza vascolare, con una prevalenza dal 70% all'80%,[305,
306] , e nonostante le alterazioni EEG
abbiano sensibilità e specificità >90%,[307,
308,
309] non si ritiene tale esame di rilevanza diagnostica differenziale,
ma importante solo nel sospetto di eventi episodici si sospetta natura
comiziale.

16.4.2
Eco-Doppler dei vasi sopraaortici
L'esame non invasivo dei tronchi sopraaortici è un test
di fondamentale importanza nel soggetto con malattia
cerebrovascolare, allo scopo di definire il profilo dei
fattori di rischio, e pianificare il trattamento adeguato.
Non vi sono comunque sicure evidenze di efficacia
dell'endoarteriectomia in soggetti con demenza vascolare,
nonostante alcuni autori abbiano riportato casi con
miglioramento della performance psichica dopo
trattamento di stenosi carotidee di grado elevato. Inoltre, recentemente la
letteratura sperimentale valorizza sul piano fisiopatologico il concetto di
ipossia/ischemia cronica nella genesi del deterioramento cognitivo di origine
vascolare, che può essere sostenuta anche da stenosi carotidee di grado elevato.[310]

16.4.3 Doppler
transcranico
È stata descritta la presenza di elevati indici di
pulsatilità delle arterie intracraniche in soggetti con
demenza vascolare, significativamente correlati con il
livello di deterioramento cognitivo e con il punteggio
vascolare alla scala di Hachinski.[311]
In particolare, Kidwell et al hanno dimostrato che l'indice
di pulsatilità è un predittore indipendente di malattia
della sostanza bianca evidenziata all'esame RM, con valori
di sensibilità e specificità rispettivamente dell'89% e
86% verso la presenza di iperintensità periventricolari e
del 70% e 73% verso iperintensità profonde della sostanza
bianca.[312] L'uso di
tecniche di attivazione con il Doppler transcranico ha
permesso di rilevare una ridotta riserva vasomotoria dopo
test con acetazolamide,[313]
ed una minore reattività cerebrovascolare all'apnea.[314, 315,
316]
Inoltre, una ridotta reattività cerebrovascolare al Doppler
transcranico attivato con CO2 è stata descritta
in soggetti affetti da CADASIL.[317]
Occorre comunque precisare che, pur in presenza di
concordanza dei dati tra i singoli studi effettuati (per lo
più su piccoli gruppi di pazienti), la ridotta reattività
cerebrovascolare non ha le caratteristiche di ripetibilità
tali da rendere il test affidabile come indagine diagnostica
predittiva. L'esame color-Doppler transcranico può essere
inoltre utilizzato per la valutazione non invasiva del tempo
di transito artero-venoso, che è stato dimostrato essere significativamente
aumentato nella demenza vascolare da malattia dei piccoli
vasi,[318, 319]
e nella CADASIL.[320]
Il Doppler transcranico può essere infine utilizzato per
ricercare la presenza di shunt destro-sinistro. Vi
è un solo studio che riporta la presenza di tale
condizione, nell'80% dei membri di una famiglia italiana
affetti da CADASIL:[321]
recentemente è stata riportata una prevalenza di shunt destro-sinistro
nel 29% e di microemboli spontanei (MES) nel 37% di soggetti con demenza
vascolare, significativamente superiore a quella di controlli normali.[322]
La presenza di MES è inoltre riportata quale fattore di rischio per lesioni
sottocorticali ischemiche sub-cliniche e per deterioramento cognitivo vascolare
in soggetti portatori di protesi cardiache valvolari meccaniche, nel corso di
interventi con by-pass cardio-polmonare o nel corso di procedure
interventistiche.[323,
324,
325] Allo stato attuale delle evidenze si può concludere che il Doppler transcranico, pur essendo una tecnica di indagine
promettente nel fornire informazioni fisiopatologiche,
specie in soggetti con demenza vascolare da malattia dei
piccoli vasi, non è ancora da considerarsi esame indicato
per la diagnostica clinica di demenza vascolare.

16.4.4 SPECT e
PET
L'utilizzo di tecniche di immagine del flusso ematico
cerebrale offre molte potenzialità per la differenziazione
della demenza vascolare da altre forme di demenza. In
particolare, già il gruppo di Hachinski riportava la
presenza di una relazione inversa tra grado di
deterioramento cognitivo e flusso ematico cerebrale (CBF)
valutato tramite iniezione di 133Xenon
intracarotideo.[245]
Alterazioni del CBF sono riportate sia nella demenza
vascolare sia in altre forme di demenza, con frequenze che
arrivano al 75% con l'uso di SPECT,[326]
ed al 90% con la PET,[327]
ma non vi sono dati certi che consentano di differenziare
con tali metodiche la demenza vascolare da altre. Viene per
lo più riportato alla PET un pattern di
ipoperfusione fronto-parietale nella malattia di Alzheimer,
ed un quadro di ipoperfusione a "chiazze" o
prevalentemente frontale nella demenza vascolare.[328,
329] Inoltre, è
stata riportata correlazione tra volume totale delle
ipointensità sottocorticali alla RM e flusso frontale alla
SPECT,[330] ed una
ridotta vasoreattività dopo acetazolamide alla PET nella
demenza vascolare da lesioni sottocorticali e non da infarti
corticali.[331] Infine, un recente studio del gruppo di De Reuck riporta l'uso
della PET con 55Cobalto è stato recentemente
proposto per identificare la presenza di lesioni
sottocorticali captanti "attive" in soggetti con
demenza vascolare.[332]
In conclusione, le indagini che valutano le modificazioni
di flusso ematico cerebrale sono promettenti nello studio di
soggetti con demenza vascolare e lesioni sottocorticali, ma
non sufficientemente validate per la diagnostica
differenziale delle demenze.

16.4.5 Esami sierici e liquorali
Recentemente, oltre ai fattori di rischio noti per
malattia cerebrovascolare, valori elevati di omocisteina
sierica sono stati riportati nella demenza vascolare, ma
senza differenze significative con altre forme di demenza.[333]
Tra i marcatori biologici studiati a livello liquorale, sono
stati riportati elevati valori di piruvato e lattato,[334]
di transglutaminasi,[335]
fosfo-TAU e beta-amiloide,[336]
proteine del citoscheletro,[337]
fattore di crescita endoteliale e fattore di crescita beta,[338]
TNF.[339] Sono stati
invece riportati bassi livelli di enolasi neurono-specifica
liquorale, contrariamente a quanto osservato nella malattia
di Alzheimer,[340]
Tali marcatori biologici hanno però scarso valore
diagnostico e in particolare non vi sono studi che
dimostrino un valore diagnostico differenziale nei confronti
di altre forme di demenza. Allo stato attuale quindi non si
ritiene che esami sierici o liquorali siano utili per una
definizione diagnostica di demenza vascolare.

16.5 Diagnosi per neuroimmagini
Le tecniche neuroradiologiche quali la TC e la RM possono oggi svolgere un
ruolo fondamentale nella definizione della causa del decadimento cognitivo,
mentre esse non devono avere nessun ruolo nel processo diagnostico del disturbo
cognitivo. La diagnosi di demenza o di deterioramento cognitivo moderato è e
rimane essenzialmente clinica in quanto nessuna alterazione neuroradiologica può
essere considerata patognomica di decadimento cognitivo. È pertanto scorretto
fare diagnosi cliniche sulla base dei soli aspetti neuroradiologici.

16.5.1
Immagini neuroradiologiche a supporto della diagnosi di
demenza vascolare
Uno dei principali ruoli delle indagini neuroradiologiche
nella diagnosi di demenza vascolare è quello di dimostrare
la presenza di lesioni vascolari. Fra le lesioni
individuabili dalle tecniche di neuroimmagine definibili
come vascolari si possono elencare:
- infarti maggiori, territoriali (cortico-sottocorticali) o di confine;
- infarti lacunari situati nelle tipiche sedi (gangli
della base, talamo, capsula interna, centro semiovale);
- alterazioni estese della sostanza bianca.
Le lesioni di più sicura natura vascolare sono ovviamente quelle focali riconducibili ad infarti, siano
essi di tipo territoriale, di confine o lacunare. Non
esistono comunque ancora chiare indicazioni su quali siano
le lesioni infartuali sicuramente associate al
deterioramento cognitivo di origine vascolare. Anche il concetto
della quantità di tessuto cerebrale interessato dalla
lesione infartuale [341]
appare ormai superato, almeno quale unico indicatore
predittivo di demenza. La localizzazione delle lesioni [342]
sembra essere un altro importante elemento da considerare in questa ottica,
specialmente dopo l'aumento del numero dei casi descritti di demenza vascolare
da cosiddetto infarto strategico in cui è riportato deterioramento cognitivo
dopo l'occorrenza di una singola lesione ischemica cerebrale.[343]
Attualmente si ritiene improbabile una diagnosi di demenza vascolare in
assenza di lesioni vascolari alle indagini neuroradiologiche, sebbene i criteri
attualmente in uso a livello internazionale non siano di aiuto per una migliore
definizione in tal senso. I criteri NINDS-AIREN sono parzialmente contradditori
al riguardo. Infatti essi
richiedono per una definizione di demenza vascolare, oltre
alla presenza di demenza clinicamente definita, anche quella
di malattia cerebrovascolare dimostrabile dalla storia o dalle neuroimmagini (Tabella
16:XI).[190]
Successivamente però gli stessi criteri sottolineano che non esistono
immagini TC o RM patognomoniche di demenza vascolare. Questi criteri sono stati
recentemente rivisitati in un'ottica maggiormente operativa, con
chiarificazione di alcuni aspetti che erano rimasti dubbi al momento della loro
stesura.[343]
I criteri ICD-10 non
forniscono invece nessuna indicazione in merito all'utilizzo
delle neuroimmagini.[244] Con particolare
riferimento al sottotipo sottocorticale di demenza vascolare essi però
considerano necessaria ai fini diagnostici la "dimostrazione mediante l'esame
clinico ed esami speciali («special investigations») di malattia vascolare
localizzata nella sostanza bianca profonda degli emisferi cerebrali con
conservazione della corteccia cerebrale".
I criteri del DSM-IV non menzionano espressamente
l'utilizzo di tecniche di neuroimmagine se non nella
richiesta di "evidenza di laboratorio indicativa di
malattia cerebrovascolare che sia giudicata eziologicamente
correlata al disturbo".[242]
I criteri ADDCT,[243]
per la diagnosi di demenza vascolare ischemica probabile
richiedono, oltre alla presenza di demenza, l'evidenza di 2
o più ictus ischemici (concetto clinico) documentata dalla
anamnesi, da segni neurologici e/o dallo studio
neuroradiologico (TC, RM T1-pesata) e l'evidenza di almeno
un infarto non interessante il cervelletto alla TC o alla RM
T1-pesata. La diagnosi di probabilità è supportata, fra
l'altro, dall'evidenza di infarti cerebrali multipli in
regioni cerebrali note per dare disturbi cognitivi; inoltre,
la presenza di alterazioni della sostanza bianca
periventricolare e profonda dimostrate con RM T2-pesata che
siano "in eccesso per l'età" è da considerarsi
una caratteristica in attesa di ulteriori ricerche per
quanto riguarda la sua associazione con la demenza vascolare
ischemica.
È importante sottolineare che questi set di
criteri sono stati tutti creati per consenso e che nessuno
di essi deriva da studi osservazionali longitudinali.
Inoltre, nessuno di questi criteri è definitivamente
validato.
Nella Consensus Conference di Osaka del 1999 [342,
345, 346]
interamente dedicata alla demenza vascolare vennero
suggerite le seguenti indicazioni per quanto riguarda l'uso
delle neuroimmagini in studi terapeutici:
- il correlato neuroradiologico della sostanza bianca è
costituito non da una singola alterazione ma da una
varia combinazione di caratteristiche di lesioni
infartuali, tipo ed estensione delle alterazioni della
sostanza bianca, grado e sede di atrofia;
- aspetti degli infarti che depongono per una diagnosi
di demenza vascolare sono la bilateralità, la
molteplicità, la localizzazione nell'emisfero dominante
e la localizzazione nelle strutture fronto- e
meso-limbiche;
- aspetti delle alterazioni della sostanza bianca che
depongono per la demenza vascolare sono l'estensione
delle alterazioni periventricolari e la confluenza delle
lesioni profonde;
- è dubbio che una singola piccola lesione possa
costituire evidenza neuroradiologica per la diagnosi di
demenza vascolare;
- l'assenza di lesioni cerebrovascolari alla TC o RM è
evidenza forte contro una possibile diagnosi di demenza
vascolare.
È soprattutto quest'ultima indicazione che appare di
grande importanza perchè rende insostituibile il ruolo
delle neuroimmagini nella diagnosi di demenza vascolare.
Essa è attualmente seguita negli studi terapeutici
multicentrici internazionali.
Per quanto riguarda il ruolo delle neuroimmagini nella
definizione dei vari sottotipi di demenza vascolare, questo
si è andato via via meglio delineando. Come già ricordato, i criteri
recentemente proposti per la diagnosi di demenza vascolare
di tipo sottocorticale prevedono come obbligatorio l'uso
delle neuroimmagini in questo percorso diagnostico.[194]
Più in particolare le lesioni che devono essere
alternativamente o simultaneamente presenti perché questa
diagnosi sia raggiunta sono:
- lesioni lacunari multiple, e/o
- lesioni della sostanza bianca con coinvolgimento di
almeno 1/4 dell'intera sostanza bianca.[194]
Il ruolo delle neuroimmagini (con il rilevamento di estese alterazioni della
sostanza bianca e coinvolgimento da parte di queste dei poli anteriori dei lobi
temporali) nella CADASIL è già stata citata nel paragrafo corrispondente (§
16.2.5.3).

16.5.2 Alterazioni della sostanza
bianca cerebrale (leucoaraiosi) e demenza vascolare
Quando riscontrate, le alterazioni della sostanza bianca (chiamate anche con il
termine di leucoaraiosi)[347] non possono essere
immediatamente considerate come un correlato di demenza
vascolare essendo descritte anche in altre patologie (p.e.
nella malattia di Alzheimer) e in molti soggetti anziani,
alcuni dei quali normali dal punto di vista cognitivo.[345,
348] Di tali
alterazioni la natura vascolare è comunque considerata la
più probabile.[349,
350]
Gli studi più recenti
sono comunque concordi nel trovare un'associazione fra le
forme più gravi di leucoaraiosi e disturbi della sfera
cognitiva, particolarmente quelli legati a disfunzioni del
lobo frontale, quali le alterazioni della velocità
psico-motoria, la pianificazione, l'attenzione, la capacità
di passare da un compito cognitivo ad un altro.[348]
I dati a supporto sono talmente numerosi,[351,
352] che ultimamente
le lesioni estese della sostanza bianca (cioè quelle che ne
coinvolgono almeno 1/4) o che, partendo dalla zona periventricolare, arrivino ad
interessare il centro semiovale e siano associate a lesioni lacunari, sono state
considerate di supporto ad una diagnosi di demenza vascolare,
particolarmente di una forma sottocorticale, anche in studi
terapeutici.[353]

16.5.3 Confronto TC-RM
Per quanto riguarda l'uso della TC rispetto a quello
della RM si ritiene che quest'ultima tecnica sia più
sensibile ma anche meno specifica della TC nell'individuare
lesioni di natura vascolare. Questo è particolarmente vero
per quanto riguarda le alterazioni della sostanza bianca.
Recenti studi su popolazioni con oltre 65 anni di età hanno
dimostrato che lesioni minime della sostanza bianca
emisferica evidenziate dalla RM sono presenti in oltre il
90% dei soggetti e quindi non possano considerarsi come
sicuramente patologiche.[354,
355] Diversa è la
prevalenza e il possibile correlato clinico delle lesioni
più estese.[170]
Rispetto alla RM, la TC cranio è meno sensibile e quindi
evidenzia lesioni della sostanza bianca con frequenza minore
rispetto alla RM. Ci sono però dati che indicano che tali
lesioni abbiano una maggiore importanza come correlato di
alterazioni cognitive.[356]
La TC risulta inoltre meno costosa e di più facile accesso
in molti centri. Pertanto nel processo diagnostico della demenza vascolare si
ritiene che, nella impossibilità di eseguire una RM (limitazione delle risorse o
scarsa collaborazione del paziente), sia opportuno eseguire almeno una TC cranio
diretta.

16.6 Terapia
16.6.1
Linee preventive e terapeutiche da seguire nel campo della
demenza vascolare
Gli interventi con fini terapeutici possibili nel campo
della demenza vascolare potrebbero essere distinti in:
- interventi di prevenzione primaria su soggetti
definiti a rischio senza alterazioni cognitive;
- interventi di prevenzione secondaria su soggetti con
alterazioni cognitive iniziali ma non ancora definibili
come dementi;
- interventi terapeutici e di prevenzione secondaria in
soggetti già definibili come dementi;
- interventi di prevenzione terziaria delle
complicazioni in soggetti con demenza di grado avanzato, inclusi interventi atti
al controllo dei disturbi comportamentali associati.
Fra gli interventi di prevenzione primaria sembra poter
avere un ruolo importante il controllo dei fattori di
rischio. Sebbene questo approccio sembri logico, i dati a
suo sostegno non sono molti anche perché il processo di
individuazione di fattori di rischio per la demenza
vascolare non può considerarsi completato; non è inoltre
ipotizzabile il semplice trasferimento dei dati circa il controllo dei fattori
di rischio per l'ictus alla demenza vascolare. Gli studi
condotti nel corso degli anni e volti al controllo dei
fattori di rischio vascolari hanno infatti assai raramente preso in
considerazione una misura cognitiva di esito, concentrandosi
sugli eventi vascolari maggiori e sulla mortalità.
Sono infatti solo sette gli studi che nel corso degli anni hanno valutato
l'effetto di un trattamento con farmaci anti-ipertensivi sulla performance
cognitiva o sullo sviluppo di demenza.[172,
357, 358,
359,
360, 361, 362] In tre di questi studi
l'esito era rappresentato solo dalla performance registrata su alcuni
test cognitivi.[358,
359,
360] I restanti 4 studi hanno invece preso in considerazione l'endpoint
demenza. Un'altra considerazione riguarda le classi farmacologiche usate in
questi studi che sono molto diverse; inoltre in alcuni di questi studi alcune
classi farmacologiche sono state usate in combinazione. Infine è da tenere
presente che i primi di questi studi erano stati condotti alla fine degli anni
'80 con finalità diversa da quella qui discussa,[358,
359,
360] e cioè per dimostrare che il trattamento antiipertensivo non recasse un
danno sul profilo cognitivo, in quanto questo era il timore all'epoca in cui gli
studi erano condotti.
I dati quindi più forti derivano dagli studi Syst-Eur,[172]
PROGRESS (Perindopril Protection Against Recurrent Stroke Study)[361]
e SCOPE (Study on Cognition and Prognosis in the Elderly).[362]
Lo studio Systolic Hypertension in Europe (Syst-Eur),[172]
che ha dimostrato come il trattamento con farmaci antipertensivi (varia
associazione del calcio-antagonista nitrendipina con l'ACE-inibitore enalapril e
il diuretico idroclorotiazide) di soggetti di età superiore 60 anni e con
ipertensione arteriosa sistolica isolata riduca l'incidenza di demenza. I dati
dello studio indicherebbero una riduzione della frequenza di demenza del 50% (IC95
0%-76%) da 7,7 a 3,8 casi per 100 pazienti per anno (P=0,05). Nell'analisi
secondo protocollo, il trattamento con farmaco attivo diminuiva la frequenza di
demenza del 60% (IC95 2%-83%) da 6,6 a 2,7 casi per 100 pazienti per
anno (P=0,03).
Possibili limitazioni metodologiche di questo studio sono la definizione di
demenza (basata su uno screening con MMSE), la mancata considerazione di
forme di deterioramento cognitivo di gravità inferiori alla demenza, la scarsa
numerosità e la mancanza di una precisa definizione eziologica del tipo di
demenza.
Lo studio PROGRESS ha valutato l'effetto della somministrazione a lungo
termine dell'ACE-inibitore perindopril (4 mg/die) più o meno associato al
diuretico indapamide (2,5 mg/die) sulla prevenzione secondaria dell'ictus in
pazienti con un precedente ictus o TIA.[360]
Solo due terzi dei pazienti avevano una storia di ipertensione al basale (sistolica
>160, diastolica >95) quindi non si può considerare questo studio come uno
condotto interamente su una popolazione di ipertesi. L'incidenza di demenza di
nuova insorgenza secondo i criteri del DSM-IV era del 6,3% (193 pazienti) nel
gruppo trattato con farmaci attivi e del 7,1% (217 pazienti) nel gruppo placebo,
senza riduzione significativa del rischio relativo (12%; IC95 -8% a
28%).[363] Tuttavia risultava
significativamente ridotto del 34% (IC95 3%-55%), il rischio relativo
di demenza associata ad ictus, ed anche il rischio di declino cognitivo
(definito come una diminuzione di almeno 3 punti al MMSE) era ridotto del 19%
(IC95 4%-32%). La tendenza ad una riduzione del declino cognitivo era
mantenuta sia nel sottogruppo trattato col solo ACE-inibitore, che, in misura
maggiore, nel gruppo trattato col diuretico in associazione. Per quanto riguarda
invece l'endpoint secondario demenza, il trattamento col solo
ACE-inibitore non produceva effetti.
Nello studio SCOPE (Study on Cognition and Prognosis in the Elderly),
circa 5·000 pazienti di età compresa fra i 70 e gli 89 anni e con pressione
arteriosa sistolica compresa fra 160 e 179 mm Hg e/o diastolica fra 90 e 99
mm Hg erano randomizzati a un trattamento con l'antagonista del recettore dell'angiotensina
candesartan (fino ad un dosaggio massimo di 16 mg/die) o con placebo.[362]
Tuttavia, per motivi etici, i pazienti randomizzati che non presentavano un buon
controllo dei valori pressori potevano assumere altri farmaci, in primo luogo il
diuretico idroclorotiazide e secondariamente anche altri ad eccezione di
ACE-inibitori o altri sartani. Questo portava alla fine dello studio ad avere
l'84% dei pazienti randomizzati a placebo trattati in qualche modo per
l'ipertensione, e circa la metà dei pazienti randomizzati a candesartan che
assumevano anche altri farmaci. In conseguenza di questo approccio entrambi i
gruppi mostravano una netta riduzione dei valori pressori durante lo studio,
anche se i valori raggiunti erano lievemente inferiori nel gruppo candesartan.
Anche su demenza e profilo cognitivo (MMSE), esiti secondari dello studio, non
si registravano differenze significative.
Una recente metanalisi Cochrane ha analizzato i dati degli studi
terapeutici che avevano valutato l'effetto di strategie anti-ipertensive (non
necessariamente farmacologiche) sul rischio di sviluppare deterioramento
cognitivo prendendo però in considerazione solo i pazienti esenti da malattia
cerebrovascolare al basale.[364] I
ricercatori Cochrane hanno infine selezionato solo 3 degli studi randomizzati
citati sopra (SHEP, Syst-Eur, SCOPE) e concluso che non esiste evidenza
convincente che la riduzione dei valori pressori prevenga l'insorgenza di
deterioramento cognitivo o di demenza in pazienti senza evidente malattia
cerebrovascolare al basale.
Dall'analisi dei pochi dati disponibili attualmente deriva quindi che non esiste sicura evidenza che una classe farmacologica di antipertensivi sia più efficace delle
altre. Resta inoltre aperta la questione se vi siano valori
sotto i quali non sia indicato ridurre la pressione
arteriosa.[173,
365,
366, 367]
Secondo alcuni dati, infatti, l'ipotensione faciliterebbe la
comparsa del decadimento cognitivo.
È comunque possibile che, se tutti gli studi attualmente
in corso sulla prevenzione primaria delle malattie cardio- e
cerebro-vascolari prendessero in considerazione come esito
una misura della funzione cognitiva, i risultati potrebbero
raggiungere livelli di evidenza maggiori.
Gli interventi di prevenzione secondaria su soggetti con
alterazioni cognitive iniziali ma non ancora definibili come
dementi (deterioramento cognitivo vascolare lieve) dovrebbero essere rivolti a:
- rallentamento della progressione delle lesioni vascolari presenti o all'arresto
dell'insorgenza di nuove lesioni cerebrali;
- miglioramento delle funzioni cognitive compromesse.
Per quanto riguarda il punto 1. le possibili strategie
potrebbero essere divise in:
- quelle rivolte al trattamento più adeguato degli ictus ricorrenti in fase acuta al fine di limitare il danno parenchimale residuo;
- la prevenzione della ricorrenza di ictus;
- intensificazione del controllo dei fattori di rischio.
Per quanto riguarda interventi atti al rallentamento della progressione delle
lesioni vascolari già presenti da segnalare i dati di un sottostudio recente del
PROGRESS nel quale sono stati valutati circa 200 pazienti con RM cerebrale
misurando la progressione nel tempo delle alterazioni della sostanza bianca e
trovando che il trattamento con perindopril ed indapamide era in grado di
ridurre significativamente il volume di queste lesioni che si sviluppavano
durante il periodo di osservazione (36 mesi in media).[368]
Lo studio non era tuttavia correlato a dati neuropsicologici.
Per quanto riguarda invece il miglioramento delle funzioni cognitive di
soggetti non ancora dementi ma con iniziale deterioramento cognitivo di tipo
vascolare non esistono dati al
riguardo, di nessun livello di evidenza.
Gli interventi terapeutici e di prevenzione secondaria in
soggetti già definibili come dementi, come quelli indicati
sopra, dovrebbero essere rivolti a:
- rallentamento della progressione delle lesioni vascolari presenti o
all'arresto dell'insorgenza di
nuove lesioni cerebrali;
- miglioramento delle funzioni cognitive compromesse
tramite agenti farmacologici o interventi chirurgici.
Per quanto riguarda il punto 1. vale quanto già
segnalato precedentemente per gli interventi di prevenzione
secondaria su soggetti con alterazioni cognitive iniziali ma
non ancora definibili come dementi. Anche in fase di demenza
conclamata ci potrebbe ancora essere spazio per approcci
volti al miglioramento del controllo dei fattori di rischio
presenti quali l'ipertensione arteriosa, il diabete, le
iperlipemie, il fumo e l'iperomocisteinemia. Uno studio
osservazionale non-randomizzato e non controllato su 52
pazienti ha dimostrato che il controllo dei fattori di
rischio vascolare (in primo luogo l'ipertensione arteriosa)
può essere benefico dal punto di vista cognitivo anche in
pazienti affetti da demenza vascolare.[369]
Per quanto riguarda il miglioramento delle funzioni
cognitive compromesse, si deve osservare che un gran numero
di farmaci è stato testato nel corso degli anni in pazienti
affetti da deterioramento cognitivo di probabile o possibile
origine vascolare.[210]
I risultati di questi studi si sono dimostrati generalmente
insoddisfacenti.
Fra le possibili cause di questi insuccessi si possono
riconoscere:
- reale inefficacia dei farmaci testati;
- eterogeneità della popolazione in studio che
includeva pazienti con forme di demenza vascolare
diverse dal punto di vista clinico e fisiopatologico;
- inclusione di pazienti senza applicazione di precisi
criteri diagnostici o inclusi in accordo a criteri
diagnostici obsoleti (specialmente negli studi più
vecchi condotti prima dell'introduzione negli anni '90
dei criteri per la demenza vascolare);
- casistiche insufficienti per numerosità (e quindi con insufficiente potenza
statistica);
- focalizzazione su esiti inadeguati o comunque non
suscettibili di variazioni nel corso temporale di uno studio terapeutico;
- durata inadeguata dello studio terapeutico.
Attualmente di nessun farmaco è
stata documentata con sicurezza l'efficacia nella terapia
della demenza vascolare e nessun trattamento è attualmente
approvato dalle agenzie regolatorie statunitense (FDA) ed
europea (EMEA). I parametri della American Academy of
Neurology del 2001,[370]
citano che non esiste nessuno studio adeguatamente
controllato nella demenza vascolare ischemica che dimostri
una efficacia farmacologica. Tuttavia va segnalato che studi controllati
condotti con almeno quattro farmaci diversi (nicergolina, posatirelina,
pentossifillina, propentofillina), discussi più avanti, hanno riportato
risultati positivi.[371]
I farmaci sperimentati nel campo della demenza vascolare
sono riconducibili ad un'ampia gamma di classi
farmacologiche.
Farmaci anti-aggreganti quali l'ASA (325 mg/die)
sono stati proposti inizialmente sulla base di studi
terapeutici di piccole dimensioni (37 pazienti ASA, 33
placebo) che mostravano un miglioramento o una
stabilizzazione del declino cognitivo.[372]
Al momento non sono però disponibili dati di studi
terapeutici sufficientemente ampi e metodologicamente
corretti volti alla valutazione dell'efficacia dei farmaci
antiaggreganti sulle funzioni cognitive di pazienti affetti
da demenza vascolare. Nessuno dei grandi studi di
prevenzione secondaria delle malattie vascolari con anitaggreganti annovera la
valutazione delle funzioni cognitive fra le misure di esito. I
pazienti con demenza vascolare sono però frequentemente
trattati con tali farmaci nella pratica clinica per motivi
di prevenzione secondaria dell'ictus cerebrale. Non esistono
dati che chiariscano quali di questi farmaci siano più
indicati una volta che ci si trovi di fronte ad un quadro
conclamato di demenza vascolare. Una revisione sistematica
del gruppo Cochrane concludeva che non esiste evidenza circa
l'efficacia dell'ASA nella terapia della demenza
vascolare per quanto riguarda gli aspetti cognitivi ed altri
esiti quali la qualità della vita e il comportamento.[373]
Anche per quanto riguarda l'uso della terapia
anti-coagulante orale non esistono evidenze scientifiche di
un suo possibile impiego nella demenza vascolare. L'uso del warfarin è da considerarsi inoltre sconsigliabile in quelle
forme di demenza vascolare caratterizzate da lesioni estese
della sostanza bianca in quanto il rischio di sanguinamenti
intracerebrali si è dimostrato particolarmente alto in
tali soggetti in trattamento anticoagulante. Questo fatto ha
portato alla interruzione prematura di studi di prevenzione
secondaria dell'ictus aterotrombotico condotti con
warfarin.[374,
375]
In conclusione, nella demenza vascolare l'uso di
antiaggreganti piastrinici quale l'ASA è indicato per
la profilassi secondaria di ictus ischemici aterotrombotici
ma non per effetto immediato sulle funzioni cognitive. È
tuttavia possibile che la prevenzione di ulteriori eventi
ischemici focali ottenuta con l'ASA possa impedire un
aggravamento del quadro cognitivo. L'uso degli
anticoagulanti orali nella demenza vascolare dovrebbe essere
limitato nell'ambito di misure di profilassi primaria e
secondaria di eventi cerebrali ischemici in paziento con
patologie a dimostrato rischio cardio-embolico.
Un recente studio condotto in 321 pazienti (288 validi
per l'analisi intention-to-treat) con demenza
vascolare di grado lieve-moderato (MMSE 12-20) ha dimostrato
che la memantina, un antagonista non competitivo del
recettore NMDA per il glutammato, è efficace al dosaggio di
10 mg x 2/die nel
ridurre il declino cognitivo misurato dalla scala ADAS-COG
in confronto al gruppo placebo.[376]
La differenza delle medie dei punteggi ADAS-COG fra i 2
gruppi era di 2,0 con il gruppo trattato che si manteneva
sostanzialmente stabile a 6 mesi. I pazienti trattati si
mantenevano stabili dal punto di vista del global
functioning misurato con la scala CIBIC-plus.[376]
Le differenze però in questo caso non appaiono
particolarmente significative nel confronto con il gruppo
placebo e pertanto, anche in considerazione della differenza
di soli 2 punti sulla scala ADAS-COG, un giudizio sulla
reale efficacia clinica del farmaco resta sospeso.
Un'altra classe di farmaci testati nella terapia della
demenza vascolare è quella dei calcio-antagonisti. Fra
questi la nimodipina è quello su cui sono disponibili più
dati. Una recente revisione Cochrane ha concluso che la
nimodipina può essere di qualche beneficio nel trattamento
di pazienti affetti da demenza non specificata e in quelli
affetti da demenza vascolare.[377]
L'analisi esaminava dati provenienti da 14 studi terapeutici
che avevano usato dosi giornaliere comprese fra i 90 e i 180
mg. Per un totale di 2·492 pazienti erano disponibili sia
dati sulle funzioni cognitive che sull'attività della vita
quotidiana, lo stato clinico globale e la sicurezza e
tollerabilità. In tale revisione, l'analisi degli studi
condotti su pazienti affetti da demenza vascolare e trattati
con dosi di 90 mg/die mostrava vantaggi del farmaco sul
placebo per quanto riguarda le funzioni cognitive e
l'impressione clinica globale mentre non venivano
evidenziate differenze significative per le scale delle
attività della vita quotidiana.[377]
Un importante recente approccio alla terapia della
demenza vascolare è quello dell'uso degli inibitori della
acetilcolinesterasi, farmaci finora proposti ed approvati
per la terapia della malattia di Alzheimer di grado
lieve-moderato. Il donepezil è stato impiegato in 2 studi
internazionali randomizzati a dosaggio di 5 o 10 mg/die che
includevano in totale oltre 1·200 pazienti con demenza
vascolare possibile o probabile in accordo ai criteri
NINDS-AIREN. I risultati indicano che
questo farmaco è efficace nel migliorare la funzione cognitiva e il giudizio clinico globale oltre alle attività
della vita quotidiana.[378]
Gli altri farmaci della categoria per cui sono disponibili
risultati in pazienti affetti da demenza vascolare sono la
galantamina e la rivastigmina.
Per la rivastigmina, mentre
sono in corso sperimentazioni randomizzate, sono disponibili
solo dati preliminari da uno studio in aperto,[379]
nel quale si mostrava un qualche effetto terapeutico del
farmaco in pazienti con forma sottocorticale di demenza
vascolare. Della galantamina sono disponibili i risultati di
uno studio condotto in una popolazione mista di pazienti
affetti da probabile demenza vascolare e malattia di
Alzheimer con concomitanti lesioni vascolari.[380]
Il farmaco, somministrato per 6 mesi a dosaggi crescenti
fino ad una dose giornaliera massima di 24 mg/die in 396
pazienti, si è dimostrato efficace nel determinare una
variazione di 2,6 punti sulla scala ADAS-COG rispetto al
punteggio del gruppo placebo, composto da 196 pazienti.
Circa 3/4 dei pazienti arruolati hanno condotto a termine lo
studio. Sia il gruppo trattato che quello di controllo erano
composti per metà da pazienti con malattia di Alzheimer e
per l'altra metà da pazienti con demenza vascolare
probabile. Questo approccio che prevede che soggetti con
patologia diversa siano accomunati nello stesso studio
lascia delle perplessità e non permette una analisi precisa
nel sottogruppo dei pazienti con demenza vascolare. Infatti,
mentre nella popolazione totale si rilevava un effetto
statisticamente significativo - sebbene molto modesto - del
farmaco sulle funzioni cognitive, ma anche sul global
functioning, sulla disabilità e sui disturbi
comportamentali, nel sottogruppo con demenza vascolare la
significatività sia per le funzioni cognitive che per la
valutazione clinica globale si perdeva.[380]
Per quanto riguarda la sicurezza, gli effetti collaterali
più gravi erano di tipo gastro-intestinale soprattutto
nausea e vomito. Questi effetti collaterali, che sembrano
essere comuni ad altri farmaci del gruppo, potrebbero
rappresentare un limite importante soprattutto per i farmaci
che richiedono di arrivare a dosaggi elevati per avere
effetto. Visto il costo molto elevato di questi farmaci
rimane da studiare il rapporto costo-beneficio nella terapia
di una condizione cronica quale la demenza vascolare anche
nel senso di un mantenimento degli effetti a lungo termine,
visto che tutti gli studi hanno breve durata (6 mesi) e non
hanno valutato gli effetti a più lungo termine.
Altri classi farmacologiche che sono state indagate nella
demenza vascolare sono i derivati dell'ergot. Una revisione
del 1994 di tutti gli studi condotti fino allora individuava
7 studi che avevano testato l'idergina in pazienti con
quadro consistente con demenza vascolare per un totale di
227 pazienti trattati e di 209 pazienti nei gruppi placebo.[381]
Sebbene nel complesso sembrasse evidenziarsi un certo
beneficio del farmaco nel gruppo trattato i dati erano
troppo eterogenei dal punto di vista metodologico per
arrivare a conclusioni definitive. Più recentemente un
altro composto di questa classe, la nicergolina, è stata
testata in uno studio randomizzato in doppio cieco in un
gruppo di 136 pazienti diagnosticati come demenza
multi-infartuale lieve-moderata secondo i criteri del
DSM-III.[382] I
pazienti trattati con il farmaco al dosaggio giornaliero di
30 mg x 2 mostravano
punteggi migliori dopo 6 mesi sulla Sandoz Clinical
Assessment Geriatric Scale e al MMSE sia nell'analisi intention-to-treat
che in quella dei validi per efficacia.
Un'altra categoria di farmaci la cui efficacia è stata
recentemente testata nella demenza vascolare sono i derivati
delle xantine quali la pentossifillina e la propentofillina.
La pentossifillina (400 mg x 3/die)
è stata comparata al placebo in un studio internazionale
multicentrico della durata di 9 mesi.[383]
Nei 239 pazienti che hanno concluso lo studio l'analisi
statistica mostrava una differenza significativa di 3,5
punti sulla scala di Gottfries-Bråne-Steen (GBS) in favore del trattamento
attivo. La propentofillina è stata testata in una serie
di studi controllati in popolazioni miste di pazienti con
malattia di Alzheimer o demenza vascolare mostrando una
certa efficacia su scale cognitive e di impressione globale
di cambiamento.[384]
L'efficacia della posatirelina, un peptide sintetico
analogo del TRH (thyrotropin releasing hormone)
dotato di attività neuromodulatoria sul sistema
monoaminergico e colinergico, è stata valutata in una
popolazione di 136 soggetti con probabile demenza vascolare
(criteri NINDS-AIREN) attraverso uno studio multicentrico,
per gruppi paralleli, in doppio cieco verso placebo.[385]
Il miglioramento significativo della GBS e del Randt
Memory Test osservato alla fine delle 12 settimane di
trattamento, era conservato anche al termine del mese
successivo di follow-up. Il dato, ancorché
incoraggiante è tuttavia insufficiente in considerazione
del breve periodo di trattamento e di follow-up.
Come precedentemente ricordato, fra le possibili cause
del fallimento delle terapie farmacologiche finora
sperimentate nel campo della demenza vascolare vi è
probabilmente anche l'inclusione di soggetti con sottotipi
ad eziopatogenesi diversa di demenza vascolare che
riconoscono meccanismi fisiopatologici eterogenei e quindi
non sono suscettibili di eguale risposta terapeutica. Tale
ipotesi è stata recentemente dimostrata da un'analisi post-hoc
condotta sui dati di uno studio multicentrico
internazionale, randomizzato e controllato verso placebo.[353,
386] In tale analisi
si è dimostrato che l'uso dello stesso farmaco (nimodipina
30 mg x 3/die) produceva effetti diversi a seconda che si
guardasse all'intera popolazione in studio - che si
presentava eterogenea dal punto di vista dei sottotipi di
demenza vascolare (nessun risultato efficace) - o al
sottogruppo affetto da demenza vascolare sottocorticale
definito sulla base delle neuroimmagini, nel quale i
soggetti trattati con il farmaco avevano tutti risultati
migliori di quelli del gruppo placebo con risultati
statisticamente significativi per le differenze in alcuni
test incentrati sulle funzioni frontali, quali lo Zahlen-Verbindungs-Test
(ZVT), il Fuld-Object-Memory Evaluation e la fluenza
verbale, e sulle attività strumentali della vita
quotidiana.[353] Questi risultati hanno
condotto alla sviluppo e conclusione del primo studio randomizzato controllato
in doppio cieco in pazienti affetti da demenza vascolare sottocorticale.[387]
I risultati di questo studio hanno dimostrato che i 121 pazienti trattati con
nimodipina avevano risultati migliori di quelli dei 109 pazienti trattati con
placebo ad un test di produzione lessicale e mostravano meno frequentemente
deterioramento di 3 o più punti al Mini-Mental State Examination e alla Global
Deterioration Scale. Inoltre i pazienti trattati con placebo mostravano
anche un maggior tasso di eventi cardio- (30 vs 13, RR=2,26; IC95
1,11-4,60) e cerebro-vascolari (28 vs 10; RR=2,48; IC95 1,23-4,98) e
di complicanze psico-cognitive che richiedevano un trattamento specifico (22 vs 5; RR=3,88; IC95 1,49-10,12) rispetto a quelli che assumevano
nimodipina 90 mg/die.
Per quanto riguarda interventi terapeutici di tipo
chirurgico vascolare volti al miglioramento delle funzioni cognitive in pazienti
con demenza vascolare non esiste attualmente nessuna indicazione di efficacia.
In passato si era pensato che gli
interventi di trombo-endoarteriectomia (TEA) carotidea
potessero presentare anche dei benefici per quanto riguarda
le funzioni cognitive. In realtà questo non è mai stato
dimostrato compiutamente. Infatti mentre da un lato esistono
dati che indicherebbero un miglioramento delle performance
cognitive dopo TEA carotidea, dall'altro esistono dati che
dimostrano il contrario.[388,
389] Altresì non
esistono dati a supporto di una indicazione all'uso del by-pass
arterioso extra-intra-cranico per la terapia della demenza
vascolare.
Gli interventi di prevenzione terziaria delle
complicazioni in soggetti con demenza di grado avanzato
dovrebbero essere rivolti alla cura delle complicanze o di
aspetti non immediatamente inquadrabili come alterazioni
della sfera cognitiva come i disturbi del tono dell'umore o
del comportamento. Attualmente nessun dato è però disponibile in tal senso.

16.6.2 Aspetti bioetici nella
terapia dei soggetti con demenza
La terapia - farmacologica e non farmacologica - dei
soggetti con demenza pone problemi bioetici articolati e
spesso complessi.[390]
Gli elementi che caratterizzano questa problematica sono: il
tipo e lo scopo della terapia; la fase di sviluppo della
specifica terapia; il grado di riduzione dell'autonomia
decisionale (incapacità) del soggetto.
Gli aspetti da prendere in considerazione nella
valutazione bioetica dell'impiego di tali terapie in
soggetti con segni di demenza vascolare sono:
- il grado di autonomia decisionale del soggetto, la
presenza o meno di un decisore sostitutivo in grado di
interpretare le preferenze del soggetto, e l'eventuale status
legale di tale decisore;
- la natura della terapia considerata;
- la fase di sviluppo clinico della specifica terapia
considerata.
In primo luogo deve essere ribadito che l'utilizzo di
terapie sperimentali si può configurare solo nel contesto
di una ricerca clinica formale, valutata e autorizzata dal
Comitato di Etica competente, come richiesto dalla corrente
normativa italiana.
L'aspetto probabilmente più critico consiste nella
valutazione del grado di autonomia decisionale del soggetto,
intesa come capacità di comprendere e valutare il rapporto
rischio-beneficio della terapia sperimentale proposta, e
quindi di prendere una decisione libera e personale, oltre
che "informata". Il Dipartimento di Psichiatria di Rochester ha condotto diversi studi sull'argomento, e ha
dovuto concludere che non esistono criteri chiari per
definire il grado di competenza del soggetto con demenza,
conclusione condivisa anche da altri gruppi, anche
italiani.[391,
392, 393,
394, 395] Viene peraltro
messo in evidenza, in accordo con quanto indicato dalla GCP,[396]
che anche nei soggetti con ridotta competenza, deve essere
richiesto l'assenso alla partecipazione a ricerche cliniche,
in funzione delle capacità del singolo.[391,
397] Un contributo
interessante ed importante nella definizione delle procedure
da rispettare nel richiedere la partecipazione di soggetti
con ridotte capacità cognitive ad una sperimentazione
clinica è stato espresso dalla National Bioethics
Advisory Commission (NBAC) degli USA.[398]
Viste le ampie discussioni presentate in tale relazione, e
la mancanza di un consenso unanime sulle procedure da
adottare, si preferisce rimandare al documento integrale
anziché tentarne una sintesi.
La natura delle terapie considerate in questo ambito
esclude comunque che si possa procedere in assenza di
consenso. Nessuna delle terapie finora proposte in questo
campo presenta le caratteristiche di urgenza indicate come
requisito imprescindibile per prendere in esame tale
possibilità (si veda anche l'Appendice 4 a questo volume). Neppure il prevedibile beneficio
diretto per il soggetto rende possibile tale procedura, in
questo specifico contesto,[398]
procedura che potrebbe configurare un vero e proprio
"sfruttamento" dell'incapacità del soggetto.[399]
Rimangono quindi aperte le possibilità di assenso almeno
parziale come indicato sopra (o, per converso, esplicita
negazione di partecipazione come sottolineato dalla NBAC),
il consenso da parte di un decisore sostitutivo (già
discusso nel Capitolo
10), o l'emissione di direttive anticipate da parte del
soggetto prima che si manifesti l'incapacità (anche questo
discusso nel Capitolo
10).
Tuttavia, nel contesto delle terapie sperimentali per la
demenza, bisogna modulare quanto detto nel Capitolo
10 in relazione alla fase specifica di sviluppo clinico
della terapia considerata (per una definizione non equivoca
delle fasi della ricerca clinica, si veda la Circolare
Ministeriale N° 8 del 10 luglio 1997: Sperimentazione
clinica dei medicinali, pubblicata sulla GU n. 168 del 21
luglio 1997, o la sua fonte, CPMP/ICH/291/95 General
considerations for clinical trials, 17 luglio 1997).
Infatti, mentre le considerazioni espresse nel Capitolo
10 si riferiscono a una terapia non più sperimentale e
comunque di potenziale beneficio diretto per il soggetto, in
questo caso la partecipazione del soggetto potrebbe
riguardare sia studi con potenziali benefici diretti (alcuni
studi di fase II, fase III, eventualmente fase IV: studi
terapeutici), sia studi senza potenziale beneficio diretto
(fase I e la maggior parte degli studi di fase II: studi non
terapeutici). Non si può quindi prescindere né dalla
difficoltà del decisore sostitutivo ad interpretare
correttamente le preferenze del soggetto, né dal fatto che
le direttive anticipate difficilmente se non mai pongono
limiti precisi al tipo di sperimentazione clinica
eventualmente accettata,[400, 401] inclusa la
direttiva anticipata che trasferisce ad un parente il ruolo
di decisore sostitutivo.[402]
D'altra parte, in questo contesto non è d'aiuto né la
GCP né la NBAC, in quanto entrambe richiedono
esplicitamente il consenso personale del soggetto per la
partecipazione a studi non terapeutici, ma dall'altro
permettono il consenso del rappresentante legalmente
riconosciuto - con tutte le problematiche che ciò comporta
in Italia - per la partecipazione di soggetti incapaci a
sperimentazioni non terapeutiche.
In questo contesto sembra ragionevole proporre i seguenti
criteri - sempre soggetti a valutazione nel contesto del
singolo protocollo da parte del Comitato di Etica competente
- per la partecipazione a studi clinici di soggetti con
ridotta capacità cognitiva come, spesso, i soggetti con
demenza:
- per la partecipazione a studi terapeutici:
- che i rischi e disagi prevedibili dovuti alla
partecipazione allo studio siano proporzionali ai
benefici presumibili per il soggetto;
- che, nei limiti delle capacità individuali,
ciascun soggetto riceva adeguata informazione e dia
il consenso possibile e, comunque, non esprima una
chiara obiezione alla partecipazione;
- che si sia ottenuto il consenso da parte di un
decisore sostitutivo o che siano disponibili
disposizioni anticipate che consentono la
partecipazione a sperimentazioni cliniche.
- per la partecipazione a studi non terapeutici:
- che la presenza del disturbo cognitivo sia
imprescindibile per la corretta conduzione dello
studio (p.e. questo criterio non sussiste negli
studi di fase I e negli studi di fase II in cui non
si esamina l'efficacia);
- che lo studio implichi rischi e disagi
obiettivamente minimi per il soggetto;
- che, nei limiti delle capacità individuali,
ciascun soggetto riceva adeguata informazione e dia
il consenso possibile e, comunque, non esprima una
chiara obiezione alla partecipazione;
- che si sia ottenuto il consenso da parte di un
decisore sostitutivo.

16.7
Consigli per i caregiver
16.7.1 Azioni finanziarie e legali
16.7.1.1 Indennità di accompagnamento
L'indennità di accompagnamento consiste in un contributo forfettario per il
rimborso delle spese riconosciuto dallo Stato (legge nr. 18; 11/2/80) a favore
dei cittadini la cui situazione di invalidità sia tale da richiedere
un'assistenza continua (impossibilità nel deambulare o nello svolgere atti
della vita quotidiana senza assistenza). È dovuta per il solo titolo della
minorazione, indipendentemente dal reddito del beneficiario. L'importo viene
aggiornato annualmente con apposito decreto del Ministero dell'Interno
(attualmente ammonta a circa € 400,00). Il diritto alla corresponsione decorre
dal primo giorno del mese successivo a quello in cui è stata presentata la
domanda. Se il beneficiario viene ricoverato in un istituto pubblico a titolo
gratuito perde il diritto a percepire l'indennità.
La domanda per l'accertamento dell'invalidità e per la concessione dei
relativi benefici (accompagnamento) va presentata su apposito modello da
richiedere e riconsegnare presso la ASL di competenza territoriale. È
necessario allegare alla domanda pre-stampata la certificazione medica
comprovante la menomazione con diagnosi chiara e precisa. La domanda può essere
sottoscritta dall'invalido stesso o da un suo legale rappresentante o da altra
persona che rappresenti il richiedente in forza della specifica procura (vedi
§
16.7.1.3) ad agire per suo conto. La domanda può essere altresì sottoscritta,
in presenza del richiedente, da due testimoni (possibilmente non familiari)
davanti ad un pubblico ufficiale (p.e. segretario comunale) che autentichi le
sottoscrizioni.
La commissione medica fissa quindi la visita; l'interessato può farsi
assistere da un medico di fiducia. L'esito dell'accertamento viene comunicato
direttamente dalla ASL con la trasmissione del verbale della visita. Se viene
riconosciuta un'invalidità che dà diritto all'indennità di accompagnamento il
verbale delle visita viene trasmesso direttamente alla Prefettura competente per
istruire la procedura di pagamento. In caso contrario è ammesso il ricorso
entro due mesi dalla notifica del verbale della visita alla commissione medica
superiore presso il Ministero del Tesoro. Il ricorso si intende respinto se non
si riceve alcuna documentazione entro sei mesi.
Una percentuale di invalidità riconosciuta pari almeno al 67% dà diritto ai
seguenti benefici:
 | protesi, ausili inerenti la propria minorazione; |
 | esenzione totale dal ticket sanitario; |
 | tessera di libera circolazione sui mezzi di trasporto pubblici; |
 | preferenza nell'assegnazione di case popolari. |

16.7.1.2 Accertamento della situazione di handicap
(Legge 104/92)
Il modulo di domanda alla commissione medica può includere, oltre
all'accertamento dell'invalidità civile ai fini dell'ottenimento
dell'indennità di accompagnamento, anche richiesta di accertamento della
situazione di handicap.
Le agevolazioni a cui ha diritto il familiare di un paziente affetto da
demenza sono:
 | diritto a fruire di tre giorni mensili di permesso retribuito a condizione
che conviva nello stesso nucleo familiare del malato e che sia l'unico
convivente che possa prestare assistenza alla persona handicappata. La
domanda per fruire dei permessi va presentata all'ufficio INPS di competenza
territoriale; |
 | agevolazioni fiscali per le spese mediche e di assistenza specifica
necessarie nei casi di grave e permanente invalidità. |

16.7.1.3 Incapacità
Un soggetto affetto da demenza, e quindi anche da demenza vascolare, perde
progressivamente le capacità necessarie allo svolgimento delle ordinarie
attività quotidiane e di conseguenza anche le abilità necessarie alla gestione
delle proprie finanze. Ad uno stadio avanzato di malattia il paziente potrà
quindi trovarsi nella condizione di essere "incapace di intendere e di
volere". Nel caso in cui, in presenza di tali condizioni, provochi dei
danni a terzi a risponderne sarà colui che è tenuto, per vincolo giuridico o
per libera scelta, a sorvegliarlo (p.e. il caregiver), a meno che egli
non sia in grado di dimostrare di non aver potuto impedire, in alcun modo e con
tutte le dovute precauzioni, il fatto.
Si presenta pertanto la necessità di evitare che il malato compia atti
pregiudizievoli per sé o per la propria famiglia. Le soluzioni possibili sono
due. La prima, attuabile quando il malato è ancora in grado di intendere e di
volere consiste nel conferimento di una procura generale per atto pubblico
notarile. In questo caso il soggetto attribuisce ad una persona o ad altre
persone il potere di rappresentarlo e sostituirlo nel compimento di qualsiasi
atto, di ordinaria e straordinaria amministrazione. Una volta conferita, la
procura rimane valida anche se il malato diventa incapace di intendere e di
volere, salvo che tale stato non venga ufficialmente riconosciuto con una
sentenza di interdizione. È importante sottolineare che, sebbene la procura
consenta di esercitare i diritti del soggetto in sua vece, non impedisce però
che egli possa continuare ad agire in proprio con atti giuridicamente validi.
La seconda soluzione, sempre spiacevole e costosa, consiste nella richiesta
di interdizione. I familiari (dal coniuge fino ai cugini primi, suoceri,
cognati, generi) o il pubblico ministero possono chiedere al Tribunale di
pronunciare "l'interdizione dell'incapace". Pertanto qualsiasi atto giuridico
compiuto dal malato è privo di effetto. Il giudice nominerà un "tutore" il quale
in qualità di rappresentante legale del soggetto potrà adempiere a tutti gli
atti necessari nell'interesse dell'incapace. È richiesta autorizzazione del
Tribunale solo per gli atti di straordinaria amministrazione (p.e. vendita di un immobile; art. 414-427 del Codice Civile).

16.7.1.4 Revoca della patente di guida
La domanda di revoca della patente di guida va presentata all'Ufficio
sospensioni e revoche patenti presso la sede della Motorizzazione civile del
luogo di residenza del malato.
A seguito della richiesta verrà disposta una visita medica per accertare che
effettivamente le condizioni del malato non siano idonee alla conduzione di
un'auto.
Al momento della presentazione della domanda, se si desidera accelerare
l'iter amministrativo, è opportuno segnalare l'urgenza di provvedere alla
revoca a tutela sia del malato sia della collettività.

16.7.1.5 Trattamento sanitario obbligatorio (TSO)
Il medico curante può disporre il trattamento sanitario obbligatorio (TSO)
in presenza di:
 | alterazioni psichiche tali da richiedere interventi urgenti; |
 | rifiuto del malato di venire ricoverato; |
 | impossibilità di cure extra-ospedaliere. |
Il medico, accertata l'esistenza delle suddette tre condizioni, redige una
proposta di TSO e la invia tempestivamente al sindaco, che a sua volta deve
trasmettere immediatamente la richiesta al giudice tutelare per la convalida. Il
TSO non può proseguire oltre sette giorni, salvo espressa richiesta di
prolungamento da parte del medico.

16.8 Riabilitazione dei disturbi cognitivi dopo ictus
Come si è visto, i disturbi dello stato cognitivo ed affettivo dopo un ictus
sono frequenti e sembrano contribuire in modo rilevante alla disabilità,
limitando inoltre le possibilità di recupero funzionale. Nella pratica
corrente, la rieducazione motoria è spesso associata ad interventi
riabilitativi volti a migliorare la performance cognitiva dei pazienti con
ictus, la così detta riabilitazione cognitiva. Esistono alcune evidenze
scientifiche a supporto della riabilitazione cognitiva, che è anche
frequentemente impiegata in pazienti con demenza, sia di tipo degenerativo che
vascolare. Meno frequente, e largamente empirico, è il suo impiego come
coadiuvante nel trattamento dei disturbi depressivi.
La riabilitazione cognitiva è definita come un insieme sistematico, orientato
in senso funzionale, di attività terapeutiche, basato sulla valutazione e
comprensione dei deficit cerebrali e comportamentali del paziente.[403]
Diversi sono gli approcci con cui questa pratica riabilitativa si realizza,
quali:
- rinforzo-recupero di schemi comportamentali precedentemente acquisiti;
- creazione di nuovi schemi comportamentali attraverso meccanismi cognitivi
che compensano il deficit neurologico;
- creazione di nuovi pattern di attività mediante meccanismi compensatori
esterni (adattamenti ambientali, supporto sociale o altre forme di "protesizzazione
ecologica");
- adattamento al deficit, lì dove non sia possibile intervenire per
modificarlo o compensarlo, al fine di migliorare comunque il livello
funzionale.
In un paziente reduce da un ictus, la riabilitazione cognitiva mira, di pari
passo con la rieducazione neuromotoria, alla correzione di specifici deficit in
molte aree delle funzioni corticali superiori, tra cui (ma la lista potrebbe
essere più lunga) l'attenzione, la concentrazione, la percezione, la memoria,
la comunicazione ed il problem solving. Fanno inoltre parte integrante di questa
pratica riabilitativa interventi nella sfera psico-emozionale di un paziente,
sempre quando questa sia alterata in conseguenza dell'ictus. Essa trova anche
impiego in pazienti affetti da deficit cognitivi secondari a demenza. Centrale
ad ogni sua applicazione è comunque l'attenzione a migliorare lo stato
funzionale, mirando all'obiettivo ultimo della massima autonomia possibile nelle
attività della vita quotidiana.
Con poche eccezioni, quello della riabilitazione cognitiva è un settore in
cui la pratica terapeutica non ha un forte supporto di evidenze scientifiche.
Gli studi randomizzati sono scarsi, hanno raccolto casistiche esigue e
conseguito risultati spesso contrastanti. In parte, queste discordanze si devono
all'eterogeneità degli interventi condotti, ma soprattutto non è stato
sufficientemente indagato se queste pratiche migliorano esiti clinicamente
rilevanti, quali l'autonomia funzionale o l'istituzionalizzazione. È pertanto
auspicabile la crescita della ricerca scientifica in questo settore, al fine di
ottenere risultati più solidi su cui fondare la riabilitazione cognitiva, in
termini sia di efficacia che di più efficiente impiego delle risorse.
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